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The Lights On... Deerhunter

di Antonello Comunale
Arrivano da Atlanta i cinque cacciatori di agnelli, che rispondono al nome di Deerhunter. Rumoreggiano beffardamente prendendo dalla torrida stagione degli '80, entrando ed uscendo da crisi esistenziali, sale prove, voglia di cazzeggio, depressioni da giovani Werther. E' sempre la stessa storia. It's only rock'n' roll (but I like it).
cover

The Night of the Hunter

di Antonello Comunale

Ve le ricordate le college band anni ’80 e ’90? Così come tutto quell’immaginario fatto di campus universitari, cheerleaders, balli della scuola, bravate e filoni, mentre radio dagli acronimi compositi come WMFU, KLRN o TWAD sonorizzavano il tutto con dosi massicce di distorsioni e inni alla ribellione? Tutto proprio come in quel vecchio film con Christian Slater, che apriva una radio clandestina e al suono di Pixies, Sonic Youth e Beastie Boys faceva ammutinare tutto il liceo. Tutto questo è esattamente quello che viene in mente osservando una band come i Deerhunter. I cinque aitanti giovinastri di Atlanta, capeggiati dal quasi scheletro Bradford Cox, sono il classico gruppo di amici che si ficca in garage e comincia a suonare e suonare con la voglia di incidere un disco e andare in tour. Storia di ieri come dei nostri giorni comunque.

Iniziano nel 2001 cercando ovviamente di aggiornare il linguaggio rock all’epoca del post-everything che viviamo oggi. Trovano quasi subito la formula: un connubio variabile tra elementi garage-indie-pop rock, innesti shoegaze e appena qualche evanescenza ambient. Il disco di debutto, omonimo, licenziato nel 2005 dalla piccola Stickfigure aggredisce già con sufficiente convinzione. Chitarre che lacerano le casse come armi contundenti, in un misto ideale tra Dinosaur Jr. e Jesus & Mary Chain e si appoggiano a robotici e cavernosi groove ritmici. I cinque cacciatori di pecore, devono avere ascoltato a lungo i Fall di Dragnet e This Nation’s Saving Grace come si intuisce dalle feroci danze moderne che si ballano brutalmente nel disco di debutto. A volte le citazioni sono più evidenti come N. Animals, Adorno o Basement altre volte più coperte, ma sempre in odore di anni ’80 come nella fantastica Tech School che puzza di Gang Of Four lontano un miglio.(6.7/10)

Come ogni piccola o grande storia rock che si rispetti, la band passa attraverso una serie di vicende negative, che vede diversi cambi di line-up e finanche la morte di un membro. Le depressioni aumentano. Non è dato di conoscere la forma fisica di Bradford Cox prima che il primo disco fosse licenziato, ma osservando le poche foto promozionali che si trovano in rete sembrava leggermente più in carne. La linea d’ombra in cui la band si è volente o nolente ficcata, termina con una dichiarazione entusiastica di Karen O dei Yeah Yeah Yeahs, che assiste ad un loro show e in una dichiarazione all’NME parla del concerto dei Deerhunter come di una “esperienza religiosa”. Forse è stata proprio lei a raccomandarli alla sua dolce metà o forse no, fatto sta che successivamente i Deerhunter se ne vanno in tour con i Liars, come band di supporto nel loro tour autunnale. Un segnale di evidente ripresa emotiva che si lega anche all’uscita del nuovo disco su Kranky.

  • Intro
  • Cryptograms
  • White Ink
  • Lake Somerset
  • Providence
  • Octet
  • Red Ink
  • Spring Hall Convert
  • Strange Lights
  • Hazel St.
  • Tape His Orchid
  • Heatherwood

Cryptograms (Kranky / Wide, 29 gennaio 2007)

di Antonello Comunale

Cryptograms, questo il nome del lavoro, è però passato per una lavorazione dura e difficile durata quasi due anni. Un parto che li ha fatti quasi sciogliere. La prova di queste difficoltà viene denunciata dalla band stessa che sottolinea le diverse session di registrazione che hanno portato a chiudere il cerchio e a licenziare l’album. La prima parte era già stata registrata senza successo nel 2005. Un risultato disastroso a quanto pare, che denunciava problemi psicologici e tecnici con tanto di tastiere scordate e attacchi di panico. Dopo questa sorta di Waterloo produttiva, i cinque ad un anno esatto ritornano nello stesso studio dove avevano registrato il primo disco e completano tutta la prima parte di Cryptograms in appena un giorno, dovendosi per forza di cose fermare a causa della fine del nastro su cui incidere. La seconda parte del disco, invece, registrata in migliori condizioni psico-tecniche, vede la luce nel novembre 2005.

Questa notazione biografica è interessante perché aiuta a capire la natura del disco. Un lavoro diviso appunto di due parti e la cui linea di spartizione viene segnata dalla traccia ambient intitolata Red Ink. Anche lo stile cambia un po’ tra la prima e la seconda parte, chiarendo la natura schizofrenica del disco. Rispetto all’esordio sono aumentati notevolmente i fumi ambient, che aprono con una Intro tutto il lavoro. Gli attacchi sonici non mancano di certo, ma sono sempre stemperati nel suono, arrivando a ricordare la gloriosa stagione shoegaze ed in special modo gli svolazzi eterei dei primi Ride. Molto più melodica la seconda parte, quella della pacificazione con se stessi. “So I Woke Up” canta Cox nell’apertura di Spring Hall Convert ed è come risvegliarsi da un incubo e ritrovarsi in un sogno ad occhi aperti, che plana morbido come le migliori poesie ovattate degli Slowdive. L’avventura dei Deerhunter non è finita affatto, anzi probabilmente è solo agli inizi. (7.1/10)

  • Fluorescent Grey
  • Dr. Glass
  • Like New
  • Wash Off

Fluorescent Grey (Kranky / Wide, 16 aprile 2007)

di Antonello Comunale

Batti il ferro finché è caldo. Solo un paio di mesi dopo aver pubblicato l’acclamato (quasi da chiunque) disco di debutto, Cryptograms i Deerhunter si ripresentano con un EP di quattro canzoni, giusto per mantenere l’attenzione desta e non smuovere i riflettori da loro. Un modo ottimo per passare la primavera in attesa che arrivi l’estate dei festival. Questo EP getta anche una luce chiarificatrice sul primo disco, i cui fumi ambient appaiono sempre più artefatti e a corredo. Quello che interessa principalmente alla band di Bradford Cox è scalciare a colpi di chitarra e batteria il corpo della canzone rock, in uno stile indie che si colloca amabilmente a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Posso capire che il basso suonato a quella maniera faccia venire in mente subito Joy Division e New Order e che il piglio melodico da anthem generazionale suggerisca un facile aggancio agli U2, ma a me questi Deerhunter paiono sempre più sulla scia dei primi Ride. Ascoltate la prima traccia, quella che dà il titolo a tutto l’EP. Un piccolo capolavoro di costruzione in crescendo con Cox a salmodiare “Patiently, patiently, patiently, patiently”, prima del maesltrom chitarristico e la voce eterea ad elevarsi sopra il disastro. Scrittura sempre più fine e ruffiana. Prevedo un futuro radioso per i ragazzi. (6.8/10)