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Deerhoof

di Daniele Follero
Definiti dopo i primi anni di carriera degli emuli dei Blonde Redhead, i Deerhoof, nonostante i numerosi cambi di formazione, sono riusciti a creare un sound veramente particolare, a metà tra un’attitudine garage e ammiccamenti al progressive rock
Foto: Deerhoof (nel 2004)

Giocare a fare i bimbi

Sfuggenti, irriverenti, scherzosi. In una parola fanciulleschi. Si potrebbe cominciare in questo modo a descrivere i Deerhoof. Una band dalle mille sfaccettature, che riesce a far convivere nella sua musica elementi in palese contraddizione tra loro con una disinvoltura impressionante: l’immediatezza del punk e un approccio “progressive”, il garage e le filastrocche per bambini.

Sono proprio questi forti contrasti a fare della musica del quartetto statunitense un caso più unico che raro di crossover che, più che cercare l’interazione tra culture musicali diverse, si preoccupa di rimescolare gli elementi della propria cultura di riferimento: il rock. Definiti, dopo i primi anni di carriera, degli emuli dei Blonde Redhead, i Deerhoof, nonostante i numerosi cambi di formazione, sono riusciti a creare un sound veramente particolare, poco avvezzo alle categorizzazioni. Un suono “deerhoof”, in pratica.

Ricostruire la discografia della band fondata da Greg Saunier e Rob Frisk non è impresa facile. Le pubblicazioni sono divise tra una decina di etichette, per cui tracciarne un percorso impone un lavoro di “ricerca” non indifferente e una qualche selezione. Cerchiamo, dunque, di fare il punto della situazione sulla band con l’aiuto di Chris Cohen, che gentilmente si è offerto di rispondere a qualche domanda via mail.

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Tra San Francisco e il Giappone

Tutto cominciò a San Francisco. Potrebbe essere l’incipit di una storia sulla Woodstock generation. E invece no. Tutto comincia a San Francisco, ma i tempi sono cambiati. E’ il 1994 , il rock prova a ricostruire per l’ennesima volta le sue fondamenta dopo la morte di Kurt Cobain e la California non sembra vivere un periodo di grandi sussulti musicali.

In questo clima culturale e nella città che fu patria della hippie generation, il bassista Rob Frisk e il batterista Greg Saunier danno vita ai Deerhoof, e l’anno seguente esordiscono con un singolo (Return Of The Woods M’Lady, Kill Rock Stars, 1995). Manca qualcosa e quel qualcosa è Satomi Matsuzaki. Con l’arrivo della cantante di origini nipponiche la band si stabilizza come trio, Frisk passa alla chitarra e nel ‘97, dopo qualche altra uscita in formato 7”, arriva il primo album, The Man, The King, The Girl (5 Rue Christine, 1997) uscito in seguito anche per la Kill Rock Stars. In effetti, le due etichette si dividono fin dagli esordi gran parte della produzione della band.

5 Rue Christine è direttamente collegata a Kill Rock Stars” - spiega Chris - penso che tecnicamente siamo su entrambe le etichette, anche se abbiamo collaborato con tantissime altre, tra cui P-Vine, All Tomorrow’s Parties, Menlo Park, Children of Hoof e Trifekta. Ma veniamo al disco. Un esordio fulminante, sia per l’impatto che per la durata dei brani, che quasi mai superano i due minuti. Un sound intriso di influenze no wave (Weely Freed Speaks To The People), noise (Tiger Chain, Hitchy P-Pads) e garage (Polly Bee). La vocina di Satomi è già un segno fortemente distintivo, ma non basta ancora a personalizzare un suono ancora troppo legato ad approcci noise, molto in voga all’epoca e ancora non assimilato a dovere. Sembrerebbe questa la strada che i tre sono intenzionati a percorrere. E invece, Holdypaws (5 Rue Christine, 1999), secondo album in studio, è già una sorpresa. L’ingresso in formazione della tastierista Kelly Goode (la cui collaborazione durerà lo spazio di un album) è già sintomo di un grande cambiamento, che accostato a un suono più “chiaro”, ne fa una piccola rivoluzione. E’indubbiamente da questo disco che nascono i paralleli (fin troppo esasperati dalla stampa specializzata) tra i Blonde Redhead e i Deerhoof. Basta ascoltare Lady People e Dead Blast Queen, per ritrovare i tratti della band dei fratelli Pace. Ma Holdypaws è anche gli undici minuti dell’ipnotica Data, una ballata minimale tra il doom e il post rock. Chris mi giura che il post rock non ha nulla a che vedere con la musica dei Deerhoof. Eppure…

Foto: Satomi Matsuzaki

Frisk va via, arriva John Dietrich: la svolta

Probabilmente Holdypaws è stato rifiutato un po’ da tutti non perché fosse un brutto disco, ma perché non era la logica conseguenza, né in positivo né in negativo, dell’esordio. Spiazzante. Come spiazzante è l’abbandono, insieme a Kelly, del co-fondatore Rob Frisk. Al suo posto arriva John Dietrich, chitarrista di Colossamite e Gorge Trio, che esordisce in tour (come testimonia Koalamagic, live registrato in Australia e pubblicato dalla locale Dual Plover nel 2002). Dovrà, però, attendere un po’ di tempo prima di entrare in studio con gli altri. Nel 2001, infatti, esce Halfbird, (Menlo Park, 2001), raccolta di brani registrati con Rob tra il ’96 e ’99 e mai pubblicati. Un’occasione per chiudere in bellezza il primo capitolo della storia della band.

“Quell’album è stato lasciato e ripreso più volte. E’un metodo fruttuoso per la band questo, che abbiamo usato spesso anche quando sono arrivato io”assicura, non senza un filo d’ironia, Chris, quando gli chiedo cosa ne pensa di chi ha definito quest’album un po’ “raffazzonato”.

Essendo una raccolta, Halfbird è logicamente disomogeneo. Vi convivono il garage-punk di Six Holes On A Stick, con tanto di flauto monocorde che gareggia con la chitarra metallica di Frisk, la psichedelia di Queen Orca Wicca Wind, l’aggressività spigolosa, tra i Boredoms e gli Shellac, di Rat Attack, il divertissement bambinesco di Sunnyside.

La prima prova in studio per il nuovo arrivato John Dietrich arriva con Reveille (5 Rue Christine, 2002), per molti l’album della svolta. I termini di paragone cominciano ad essere Captain Beefheart, gli Who (l’ammirazione di John per Pete Townshend è palese) e certo progressive rock. Il sound dei Deerhoof si fa più complesso, ma senza perdere di immediatezza. L’attitudine garage viene a volte filtrata con tempi dispari e stoppati (Punch Buggy Valves, ad esempio). Al trio si aggiunge durante le registrazioni anche Jamie Stewart degli Xiu Xiu e il suo apporto si fa sentire (nella ripetitiva e insistente The Last Trumpet Swan come nelle atmosfere di Days And Nights In The Forest).

I Deerhoof stanno trasformando il loro suono passo dopo passo, nota dopo nota. Hanno rielaborato le sonorità (accostando al noise più intransigente melodie dolci, sognanti, ma anche sarcastiche e giocose); le atmosfere (non solo tese, ma anche ipnotiche, a volte psichedeliche); la composizione (elementi progressive accostati all’immediatezza garage punk, maggiore cura per le sfumature). Manca una cosa ancora per arrivare al "deerhoof-sound": intervenire sulla forma.

I nuovi Deerhoof

Con Apple ‘O (5 Rue Christine, 2003) inizia a compiersi l’avvicinamento a forme meno “aperte”, dalla struttura determinata (spesso sul modello della canzone) che culminerà nei due album successivi. Dummy Discards A Heart, che apre l’album con tanto di strofa e ritornello, è l’esempio evidente di questa nuova trasformazione. Con l’ingresso in formazione di Chris Cohen, che affianca Dietrich alla chitarra, la band diventa il quartetto che conosciamo oggi: Satomi Matsuzaki alla voce, John Dietrich e Chris Cohen alla chitarra e Sauner alla batteria. Completezza: traguardo raggiunto? Chris, un po’ per modestia, un po’ per fare il bastian contrario mi dice di no:

“I Deerhoof per loro natura rimarranno sempre incompleti. Da un momento all’altro non siamo più la stessa band. E’ per questo che un nostro disco può essere considerato l’insieme di un infinito numero di momenti diversi, ma allo stesso tempo una piccola parte di un momento più grande. Quando facciamo qualcosa ci pensiamo in più modi possibili prima di realizzarla.

La voce della giapponese si fa più melodiosa (l’aggettivo non sarebbe, in realtà, molto adatto al caso) plasmando quel suo stile personalissimo di girare attorno alle note, mentre il chitarrismo più meditativo di Dietrich (rispetto all’irruenza di Frisk), fa sentire sempre di più la sua influenza. Ne vengono fuori ballate a orologeria come Apple Bomb, pronta a esplodere nel momento più inatteso, il rock schizoide di Panda Panda Panda e Floer, l’intrusione folktronica di Adam + Eve Connection, il progressive tra Henry Cow e King Crimson di My Diamond Star Car e il mosaico sonoro di Sailed With A Kiss. Il tono a metà tra l’irriverente e lo scherzoso viene sempre più accentuato, fino a confondersi con la serietà e diventare tutt’uno con essa.

Copertina

A questo punto il cammino è tracciato e la prova arriva l’anno dopo con Milk Man (All Tomorrow’s Parties, 2004), l’album della conferma di uno stile consolidato e maturo. Squadra che vince non si cambia, e Saunier e compagni non fanno altro che ritoccare gli elementi che avevano dato all’album precedente quella personalità, che lo ha reso ben presto il più rappresentativo della band californiana.

Qui, più che del progressive tout-court, i Deerhoof sembrano essere debitori di certo pop rock intellettuale à la Slapp Happy, anche se Satomi ricorda più Vanessa Paradis che Dagmar Krause.

Chiedo a Chris se la loro musica ha subito, in qualche modo, l’influenza del sound “canterburiano”. Gli faccio qualche nome, giusto per capirci: Slapp Happy, Robert Wyatt, Henry Cow, Matching Mole. Naturalmente (dopo qualche domanda mi sono già abituato) mi risponde picche:

“Se il sound di Canterbury è qualcosa che assomiglia al concetto di ‘San Francisco sound’, credo proprio di no. Non abbiamo mai ascoltato gli Slapp Happy. Di Wyatt mi piace sia la voce che il modo di suonare la batteria”. Tutto qui…

La disinvoltura e la naturalezza con cui la semplicità si integra alla sperimentazione più avanguardista, rende l’ascolto piacevole a vari livelli: ne è un esempio Rainbow Silhouette Of The Milky Man, un’ apparentemente semplice canzoncina, su cui si stagliano “strappi” ritmici in controtempo di stravinskiana memoria e che si perde in un campionario di rumorismi vari, senza che questo disturbi le orecchie fragili dell’ascoltatore “non-colto”. La sperimentazione rumoristico-elettronica è più in evidenza, invece, in un capolavoro come Dog On The Sidewalk, in cui brevità e intensità vanno perfettamente a braccetto.

Se cè un bell’esempio di come il minimalismo di Steve Reich e Terry Riley continua ad influenzare il rock, in Milking è ancora il pop-rock intellettual-cabarettistico (mi si passi la definizione alquanto fantasiosa e colorita) degli Slapp Happy a farla da padrone, ma con un’attitudine garage-punk che mancava per formazione culturale a questi ultimi (anti-opposition?).Ora sì che si può avere un quadro più chiaro del progetto musicale dei Deerhoof: si comprende il senso di quella batteria sfasata che rende ancora più sognanti le atmosfere di Dream Wonderer’s Tune, il pianoforte stonato e lontano che intermezza frasi pop di gran classe di Song Of Sorn o la sequenza di accordi di New Sneakers che starebbe benissimo in una Chiesa, e che conclude le peripezie del nostro lattaio. Una tacca al di sopra di tutto, la perlina avant-rock That Big Orange Sun Run Over Speed Light.

Copertina

Il cammino è tracciato e i quattro …corrono

Dopo la parentesi dell’ep Green Cosmos (Toad, 2005) che inaugura il nuovo anno, tra brani inediti e rifacimenti di vecchi singoli (Come See The Duck), i Nostri ricompaiono dopo pochi mesi con il settimo album della loro discografia, The Runners Four (Kill Rock Stars / Goodfellas, 2005).

E’ difficile che un gruppo in fase di “alleggerimento” riesca a migliorare. Questo però vale per musicisti che provano ad essere più accessibili per ragioni di mercato o (come dicono tante pop star) “per allargare il proprio pubblico”, che tradotto in soldoni vuol dire fare più affari. Per i Deerhoof l’uso di melodie (apparentemente) più facili, dirette, rappresenta più un’esigenza espressiva che una strategia di marketing. Satomi Matsuzaki e compagni, dopo anni di esperimenti hanno raffinato uno stile pronto per confrontarsi con altre forme. Una formula intelligente e mai banale che mischia l’avant rock, le arditezze del progressive e le canzoncine dei cartoni animati.

The Runners Four è un album vasto, complesso e lunghissimo, difficile da assimilare in pochi ascolti. Venti brani che non superano quasi mai i tre minuti e raccontano quasi tutta la storia di una band ormai più che decennale. L’abbandono di rumorismi e riff taglienti è solo ridotto, come testimoniano gli echi di free improvisation di News From A Bird o le durezze di Siriustar.

Copertina

Ma c’è qualcosa in più rispetto ai lavori precedenti: quella apparente leggerezza a cui si accennava, che semplifica molto le cose senza renderle banali, nascondendo le finezze dietro un’apparente mancanza di complessità, un gioco che piaceva molto al signor Wolfgang Amadeus Mozart.

Ne viene fuori una freschezza limpida, che cela al suo interno tempi dispari, melodie complesse e citazioni. Running Thoughs ne è l’esempio più lampante: un basso minimale e funky che sembra appena uscito da casa ( Sly) Stone, un ritornello apertissimo e melodioso e parti che paiono citare il rock sinfonico degli Yes. Odyssey e Bone Drag, con Satomi che si fa da parte per lasciare il posto alla voce maschile, riesumano il Barrett solista più psichedelico, nel loro andamento dondolante e trasognato. Anche il riffettino à la Keith Richards di Wrong Time Capsule e la smorfiosa ‘O Malley Former Underdog riescono a modo loro piacevolmente spiazzanti, trovando un posto coerente in un album impossibile da sintetizzare in poche righe. Non mancano i richiami ai precedenti due album ( Scream Team; You Can See, con un’introduzione che sembra scritta da Billy Preston) e i momenti più essenziali come l’iniziale Chatterboxes. La carne a cuocere è tanta e non è messa lì per fare numero.

Non penso di azzardare definendo i Deerhoof una delle band più interessanti e creative degli ultimi anni, una delle poche risposte concrete alla fine del post-rock e al suo vero superamento.

Deerhoof. Già, ma che significherà mai questo strano nome? “Per me non significa nulla” mi risponde Chris con la solita ironia. Sarà vero? Difficile saperlo.

cover
  • The Perfect Me
  • +81
  • Believe E.S.P.
  • The Galaxist
  • Choco Fight
  • Whither The Invisible Birds
  • Cast Off Crown
  • Kidz Are So Small
  • Matchbook Seeks Maniac
  • Look Away

Friend Opportunity (Kill Rock Stars / Goodfellas, 23 gennaio 2007)

di Gaspare Caliri e Daniele Follero

Facendo il punto sul processo di “normalizzazione” pop (ma potremmo anche definirlo allontanamento definitivo dal garage noise) già intrapreso da Runners Four, l’uscita di un album nuovo di zecca ci permette di aggiungere qualche tassello in più, un capitolo (quasi) definitivo sulla “svolta” della band californiana e giudicare il risultato senza pregiudizi.
Tutto è più quadrato, questa volta, e forse semi-serio. Anziché comporre i frammenti di contrappunti senza punti, di allegra e calcolata approssimazione, come erano abituati a fare, i Deerhoof in Friend Opportunity costruiscono con mattoncini più classici, soprattutto melodicamente parlando: +81 – per esempio – è di fatto un’operazione di incastro tra un divertissement fanfaresco e un disimpegno blueseggiante. La voce non gira più distrattamente attorno alle note, ma le stringe a sé, e spesso diventa la principessa nella struttura del brano, cui gli altri strumenti devono assistere. Siamo allora di fronte ad un disco equilibrato, tra il garage melodico e la schizofrenia compositiva, e di per sé questa è una mezza (anche se prevedibile) novità. L’eccentricità non può certo mancare, ma non possiede più il ruolo totalizzante e goliardico di una volta.

No, non siamo di fronte al disco della resa, della vittoria della fruibilità e della orecchiabilità. Tutt’altro. Come nei due precedenti album, già forieri della svolta musicale, su uno sfondo di ironica e beffarda banalità si nascondono ancora idee fresche e soprattutto uno stile che (quello sì) resta a testimoniare un percorso logicamente evolutivo e una personalità da band importante. Di più: la consapevolezza di poter ancora sperimentare giocando, senza smarrire la poetica di fondo. Solo ragionando su questa maturità stilistica si possono comprendere i tentativi di quest’album di esplorare terreni impropri per un gruppo considerato ancora (ma quanto ancora?) di matrice garage. E magari apprezzarli, questi tentativi. Come negli accenni prog di Cast Off Crown, nelle cantilene giocosamente matsuzakiane di Kidz Are So Small, nella sghemba ballad Choco Fight, o nell’insolito duetto voce-pianoforte di Whither The Invisibile Birds? I paggi sono morti, evviva i paggi, allora? Forse. Ma c’è un nascituro - l’ultimo brano, la lunga Look Away. Lì i Deerhoof si concedono alla suite psichedelica, architettata ancora su effetti “à la Deerhoof” e sui gorgheggi di Satomi, entrambi però in secondo piano rispetto ad una cupa ariosità, alle tonalità minori, a disimpegni quasi post-rock e meditazioni acid.

Certo, Matchbox Seeks Maniac è un rockettino (con tanto di ritornello da hit single “indie”) senza infamia e senza lode e potrebbe essere proprio questo il prossimo passo verso la perdita di senso. Ma essere un tantino ottimisti non guasta mai. (6.9/10)

Live: Deerhoof – Covo, Bologna (24 aprile 2007)

di Daniele Follero

Non è la prima volta che i Deerhoof mettono piede in suolo italico, ma è come se lo fosse. In verità, la band di San Francisco era già stata nel Belpaese, ma un bel po' di anni fa e solo in occasione di qualche serata come gruppo spalla, in paesini della Sicilia (come mi confermerà a fine concerto un sudatissimo ed entusiasta Greg Saunier, con il quale mi fermo a chiacchierare un po'). Un pubblico veramente loro, quindi, non lo avevano ancora avuto e il test italiano, nel contesto più ampio del tour europeo di quest'anno, è apparso sia a noi pubblico che a loro, come una sorta di prova del nove.

E di passi avanti, in quanto a consensi, visto il pienone del Covo, i tre statunitensi dimostrano di averne fatti tanti, soprattutto da tre-quattro anni a questa parte, quando con Apple 'O e soprattutto con il suo seguito Milk Man, la band ha cominciato ad emergere dalle profondità più recondite dell'underground americano. Nonostante negli ultimi tre album della band l'elettronica sia diventato un elemento fondamentale, in alcuni casi imprescindibile, i tre, ormai definitivamente orfani di Chris Cohen, ormai impegnato a tempo pieno con i suoi Curtains, si presentano sul palco nella loro essenzialità, accompagnati solo dai loro strumenti e da una stramba scenografia fatta di mele, banane e arance (vere) sparse un po' ovunque. Saunier si siede, comincia a picchiare forte una batteria mezza scassata e non la smetterà più, mentre Satomi, abbracciato un basso Hofner stile Paul McCartney di poco più piccolo di lei, sembra, ancora più che in foto, un personaggio dei cartoni animati giapponesi. John Dietrich se ne stà più timidamente nelle retrovie, con le sue smorfie e la sua chitarra così precisa quanto distorta.

La scaletta è tutta focalizzata sulle ultime uscite discografiche del gruppo, che dal vivo si presentano nella loro essenza grezzamente garage, spogliate di tutti i colori con cui le hanno dipinte gli arrangiamenti elettronici, dimostrando di avere ugualmente un grande carattere. Anche tra i rumori e il tipico sound chitarra-basso-e-batteria, lo spirito ironico, pseudo-fanciullesco dei Deerhoof riesce ad emergere, soprattutto grazie alla perfetta voce della Matsuzaki: se va via lei la band può solo sperare di continuare componendo degli strumentali. I suoi schizzetti monocordi all'interno dei brani (“Dog on the sidewalk”, “Panda, panda panda pa...”) sono divenuti ormai un marchio di fabbrica per la band californiana, che anche il pubblico dimostra di apprezzare a suo modo.

Niente pause. Niente bis. Un concerto suonato tutto d'un fiato, tiratissimo in termini di tensione e velocità. Si sente nell'aria un certo coinvolgimento, sia dei membri della band che di chi li ascolta. In caso contrario non credo che Greg si sarebbe dannato tanto, perdendo dei chili strattonando piatti e tamburi. E poi, lo si vede in faccia al leader e fondatore della band, che il concerto è andato benissimo, forse anche al di sopra delle aspettative. “E' stata una serata particolare, veramente incredibile”. Me lo dice con un tono che non può non essere sincero. Ci crediamo. E ringraziamo.

  • Holy night fever
  • Rrrrrrright: germlin remix
  • Milk man
  • Our angels ululu
  • Look away part two
  • Kidz are so small
  • Someone's swizz-deerhoof mash up we found
  • Jorge b.s. friend
  • Flower, panda, you're our two, the last trumpeter swan
  • Unused dedication sound effect
  • The perfect me: cover by so cow
  • Twin killers
  • Milking

Deerhoof – Free Mp3 Album (Self Release, 2007)

di Daniele Follero

E’ sempre bello ricevere un regalo da qualcuno, soprattutto se questo qualcuno sono i Deerhoof, band per la quale ci sentiremmo anche di spendere qualche soldo. Una generosità, quella della band di San Francisco, manifestata già l’anno scorso con la pubblicazione, in concomitanza con l’abbandono definitivo di Chris Cohen, di un EP da poter scaricare gratuitamente sul sito della Kill Rock Stars. Così come quel primo esperimento, ricordato per la bella cover di Lose My Breath dei My Bloody Valentine, anche questo secondo Free Mp3 Album presenta cose interessanti, degne di un suo corrispettivo “a pagamento”. Si aggiunga, pure che, non essendoci uscite discografiche a testimonianza delle performance live del trio, questi EP in free download restano gli unici episodi ufficiali della discografia dei Deerhoof a contenere registrazioni dal vivo. E chi ha avuto la fortuna di assistere a qualche loro concerto, godendo della grande energia che Satomi e compagni sprigionano dal vivo, probabilmente starà già scaricando i brani ancora prima di finire la lettura di questa recensione, se non lo ha già fatto. Se questo non bastasse a convincere il lettore a perdere un quarto d’ora per scaricare questo EP, si aggiunga la presenza, oltre ai brani live (principalmente tratti dagli ultimi album della band: bellissimo il medley Flower, Panda, You’re Our Two, The Last Trumpeter Swan) di alcuni interessanti remix e inediti, oltre ad una simpatica cover live di The Perfect Me eseguita dal cantautore irlandese So Cow (qualcuno lo conosce? Io personalmente no…). Ah, se proprio non volete sprecare 15-20 MB del vostro prezioso hard disk, i tredici brani dell’album potete ascoltarli anche in streaming. Non aggiungo altro. (7.0/10)