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Deaf Center / Svarte Greiner

di aavv
Vi ricordate i pianoforti magniloquenti e riverberati, le atmosfere gotiche e classicheggianti, dei Black Tape For A Blue Girl? E le lande trasognate della produzione di Windy And Carl per la Kranky? Infine Max Richter e le sue Blue Notebooks e Sylvian Chauveau con i suoi libri neri?

 

 

 

  • Lobby
  • Thread
  • White Lake
  • Path To Lucy
  • Stone Beacon
  • Weir
  • Loft
  • Thunder Night
  • Lamp Mien
  • The Clearing
  • Fog Animal
  • Eloy

Deaf Center – Pale Ravine (Type, 28 novembre 2005)

di Edoardo Bridda

Anticipato dall’ep Neon City, Pale Ravine l’esordio del duo norvegese Deaf Center, è un album d’atmosfere eleganti dove acustico, sintetico e concreto s’incastrano amabilmente sotto le coordinate filosofiche della 4AD. Si passa dall’attacco sul fiordo norvegese di Lobby alle distensioni umorali di Path To Lucy, dall’inquietudine sottopelle di Stone Bacon agli sguardi sull’oceano di Weir e al piano sequenza in movimento di Thunder Night.

Un’indietronica perdutamente innamorata del “classico” e del noir. Un lavoro contemplativo, un cuore caldo che batte nel gelo dell’esistenza. Dopo Julien Neto, un altro ispirato film in 8mm. (7.1/10)

 

 

 

 

 

  • The Boat Was My Friend
  • Ocean Out Of Wood
  • My Feet, Over There
  • Easy On The Bones
  • An Ordinary Hike
  • The Black Dress
  • Ullsokk
  • The Dining Table
  • Final Sleep

Svarte Greiner - Knive (Type / Wide, novembre 2006)

di Edoardo Bridda

In questo finale 2006 i bagarini sono in fermento. Le scommesse sul doom folk sono in piena salita e se gente come Black Forest/Black Sea potrebbe tranquillamente patrocinare parte della scena, più indietro sicuramente dovremmo citare l’eterno lavoro di David Tibet, leader dei sempre quotati Current 93. Dopo Xela a portare omaggio ai maestri delle colonne sonore della paura, l’etichetta Type presenta il secondo capitolo della personale saga horror con l’ottimo Svarte Greiner, metà dei Deaf Center, ovvero Erik K. Skodvin.

Con Knive il norvegese confeziona una collezione di tracce d’ambient scura fatta d’arpeggi alla chitarra elettrica a picco nel vuoto, archi sospesi alla Badalamenti ridotti a fantasmi di se stessi e, soprattutto, un campionario concreto di suoni legnosi e metallici, ognuno protagonista nella traccia che ne richiama il nome. In My Feet, Over There la trama s’abbevera di cigolii di porte, pavimenti scricchiolanti e uno sfregare di oggetti contundenti non ben identificati, nella landa jazzy di Ocean Out Of Wood è rievocata la nave del movie The Fog, tanti sono i richiami all’acqua e allo strofinio dei legni. Pian piano il lavoro scivola morbido e sicuro in una mistica-ritualistica, come se, da un’iniziale thrilling à la Blair Witch Project, l’immaginario protagonista scoprisse frammenti di senso tra architetture del trascendente e voci celesti. Da qui si dipana sia un filone etno dark alla Xela (in An Ordinary Hike e The Dining Table) fatto di passi nell’erba, mulinelli di remi e corde, tribalismi dell’Africa profonda, sia un’architettura del soprannaturale grazie all’organo (le brume più tipicamente Deaf Center, ma sopratutto Black Tape For A Blue Girl di The Black Dress) dall’appeal medievale. Soltanto un vocalizzo di musa, presente a sprazzi in tutto il lavoro, riempie i campi rimasti incustoditi dalla materialità boschiva. La sua bellezza suggellerà l’opera con l’eunuca (e mortifera) preghiera Final Sleep. L’antieroe assurge al cielo. Il disco-fato si compie.

Grande lavoro d’ambienti per Knive. Consistente spessore visivo e persino (anche se non direttamente paragonabile) più convincente e sfaccettato dei già buoni Deaf Center. Xela è ancora un gradino più su. Ma un gradino non è una scala. (7.2/10)