Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Daniel Johnston

di 2003-2006 AA.VV.
Dalle sue stesse parole, ecco il ritratto di uno dei talenti più cristallini e controversi dei nostri tempi. SentireAscoltare incontra Daniel Johnston.
Foto: Daniel Johnston

A Sorry Entertainer - Intervista con Daniel Johnston (29 maggio 2005)

di Marina Pierri
Daniel Johnston è a Bologna in occasione della sua unica data italiana, gratuita, ai Giardini del Baraccano.
Nonostante qualche preoccupazione - data la ben nota malattia mentale del grande cantautore - quando mi trovo seduta davanti a lui su di una sedia di plastica bianca da giardino (mentre una serie di insetti ci cadono addosso dagli alberi) scopro che comunicare con Daniel non è effettivamente facile, ma neppure è difficile come ci si potrebbe immaginare: Daniel strascica le parole in un pesante accento texano ma risponde con disponibilità e dolcezza. Tra mille piccole boccate di Malboro Rosse, cercando di spiegarsi ripete la stessa frase anche quattro o cinque volte e il suo sguardo, in genere piuttosto spento, si illumina di colpo quando si parla di Guerre Stellari, di Paul McCartney e delle donne dei fumetti di Robert Crumb.

. Da quanto sei arrivato? Ti piace l’Italia?

Da poco, un paio di ore. Abbiamo fatto un pochino di soundcheck e tu sei la mia seconda intervista. Mi piace l’Italia, oh si che mi piace. Non mi ricordo se sono venuto in Italia prima di oggi ma credo di si, dovrei chiedere a mio fratello. Lo sai com’è, si perde il filo. Ho passato anni e anni sempre chiuso in casa, adesso succede tutto di colpo ed io mi sveglio e non ho idea di dove sono. Così io lo chiedo al pubblico – durante il concerto – e loro rispondono, mi prendono in giro: “Daniel ma non lo sai dove sei?” [ride]. E’ difficile specialmente in Europa, perché negli Stati Uniti mi oriento meglio…ora sono a Boston, ora in California, ora a Washington e poi sempre in Texas. L’ultima volta abbiamo passato in tour tre anni, ci credi? Fu in quel periodo che visitai la Germania ed io amo la Germania. Lì sono tutti gentilissimi con me e poi in genere mi pare che il pubblico europeo mi voglia più bene di quello americano.


- Tre anni? Come hai fatto?

Eh ho fatto che dopo tre anni di lunghissimi viaggi dappertutto - mi sono perso, davvero – sono tornato a casa e mi sono seduto sul divano: ho mangiato, bevuto e guardato una caterva di DVD.

- Ecco, a proposito…

…hai una specie di scorpione formica che ti cammina sul ginocchio. Forse è uno scorpione travestito da formica, stacci attenta. E’ pieno di bestioline strane qua attorno. Ecco l’hai levato.


- …ho letto che hai cominciato a suonando, quando eri piccolo, i themes dei film horror. Che rapporto hai con il cinema?

Si, si. Lo sai qual’era il mio preferito? La serie The Twilight Zone [it. Ai confini della realtà, NdR]. Io guardo un sacco di DVD, come ti ho detto – anche se la mia vera passione sono i B-Movies degli anni cinquanta. Sono cresciuto guardando in televisione un programma che si chiamava Science Fiction Theatre ed ero contentissimo perché passavano un mucchio di film divertentissimi. Conosci gli Hammer Movies? Davvero scarsi! Bellissimi, comunque, almeno per me. Quelli però sono già più recenti. Io vado matto anche per i film horror classici come Il mostro della laguna nera, Godzilla, King Kong. Poi guardo davvero un po’di tutto; a casa ho una montagna di film di tutti i tipi.

- Ti sei trovato anche nel bel mezzo di una produzione cinematografica, ho sentito: The Devil and Daniel Johnston di Jeff Feuerzeig.

Si, però è andata a finire che ci sono stato male io. Non mi piace quel documentario. Quando l’ho visto mi sono sentito molto triste e deluso. Però è fatta, ormai ed io cerco di non arrabbiarmi con quelli che l’hanno fatto, perché le loro intenzioni non erano cattive, io lo so.

Foto: un disegno di Daniel ispirato a Captain America


. Adori Jack Kirby e Robert Crumb, ho letto. Ed in effetti i tuoi disegni sembrano molto influenzati dalla loro arte: da un lato, Capitan America è molto presente e sempre impegnato nella lotta contro il male (il diavolo); dall’altro ci sono queste donne enormi, minacciose, ma anche affascinanti a loro modo. Dico bene?

Amo molto entrambi. Sono generalmente molto preso dal tema del bene che lotta contro il male. Però sono anche sempre più avvilito, perché mi guardo attorno e mi sembra che il male sia sempre più forte, che piano, piano il bene stia cedendo. E’ brutto, questo. Io vorrei che il bene vincesse sempre e almeno nei miei disegni cerco di farlo vincere più spesso che posso.


- …mi fai pensare all’ultimo Guerre Stellari, sai, l’episodio III.

Oh! L’hai visto? Io non vedo l’ora di vederlo. Ho guardato, guardato e riguardato tutti i trailer, tante volte. Non vedo l’ora di vederlo. Si, lì il male vince alla fine, su Darth Vader e lui vince sugli altri…per il momento. Spero che sia più bello degli altri due, non mi sono piaciuti tanto…però per questo sono emozionato, perché ho l’impressione che sia molto intenso.


- Mi dicevi di Robert Crumb?

Oh si. Lui adorava le donne grasse. Una volta lo sai mi è successa una cosa. Ero in un bar, non mi ricordo dove, credo che fossi da qualche parte in Europa. Ed ho visto, di colpo, una donna enorme: è stato incredibile sembrava che si fosse veramente materializzata da uno dei fumetti di Crumb! Io continuavo a guardarla e guardarla ma non perché fosse bella, perché, anzi, in realtà era una specie di “mostro”. Probabilmente pesava 150 chili ed aveva queste gambone, braccione; era tutta truccata, in maniera molto pesante ed era alta almeno due metri. Era un disegno davanti a me, un disegno trasformatosi in carne. Non potevo credere fosse vera! [ride]


- Sei in tour in compagnia di tuo fratello. Invece, il tuo manager è tuo padre.

Esatto, si. Lui è una persona straordinaria. Appena lui ha preso in mano la situazione io sono diventato ricco e mi trovavo con un sacco di contanti in tasca, pronti ad essere spesi per quello che mi piaceva fare o comprare. I miei dischi hanno cominciato a venir fuori a ritmi vertiginosi, sono diventato famoso, ho viaggiato tantissimo…lui mi sostiene con il cuore. Prima che lui mi aiutasse io non avevo la più pallida idea di cosa stesse succedendo. Ero a casa, da solo, tutto il tempo, con i miei sogni, la musica, la televisione. Non sono in grado di gestirmi da solo, non lo sono mai stato ed in più non avevo (e ancora non ho) una grande esperienza in questo settore.


- …ma lui che lavoro faceva prima di lavorare con te?

Era già pensionato quando le cose hanno cominciato a prendere la piega giusta, per me. Dunque aveva un sacco di tempo da dedicarmi. Era un ingegnere aereo prima, comunque. Infatti ha combattuto nella seconda guerra mondiale, era una “Flying Tiger”.

- A parte tuo padre, comunque, credo anche una vasta gamma di altre persone si siano rilevate interessate al tuo lavoro nell’arte e nella musica. Ad esempio…

Ad esempio mio fretello! Anche lui passa il suo tempo a badare a me, a stare con me. Si occupa delle mie cose, quelle che io non potrei gestire perché non sono bravo. Il mio sito internet l’ha fatto lui e sta dietro alla corrispondenza. In più, vende bene i miei disegni: io non avevo idea che valessero tanto. Un disegnino che faccio a matita lui adesso lo vende a cento dollari ed io sono sempre lì: “Wow! Sono così bravo?”.

- …tuo fratello ma anche una certa schiera, ben nutrita, di musicisti della “tua” scena – quella texana.

Si, più o meno o almeno, a volte. E’ stato merito loro se ho acquisito una credibilità sufficiente perché mi chiamassero, i primi tempi, a suonare dal vivo ad Austin. Mi ricordo che qualche tempo fa suonavi durante il Carnevale Ambulante della città e…boom!...incredibile…poco tempo dopo vidi me suonare quella volta mille volte, su Mtv. Fu pazzesco per me, perché capii che avevo una via di uscita. Sai, ai tempi lavoravo da McDonald’s e qualche mese dopo quella comparsa in televisione avevo un disco, mio, che usciva per un’etichetta! Adesso sono dieci anni che non lavoro più da McDonald’s.


- Senti Daniel, sono curiosa di sapere come è nata la tua collaborazione con Sparklehorse/Mark Linkous, per Fear Yourself.

Ah, quella è nata in maniera piuttosto naturale. Lui era molto interessato alla mia musica e me lo ha fatto sapere. Mi mandava tutti i suoi dischi e delle lettere. E poi, il capo della Gammon Records, l’etichetta per cui sono usciti alcuni miei dischi, un giorno mi ha detto: “Ehi Daniel, hai voglia di fare un disco con Sparklehorse?” ed io ho detto subito “Certo! Come no!” e sono stato entusiasta, perché la sua roba mi piaceva un sacco. Era un buon periodo quello, ero riuscito a scrivere delle canzoni di cui ero molto soddisfatto; ed è stato proprio quel materiale a comparire sul disco e ad essere prodotto da Mark. Abbiamo sempre comunicato molto bene, io e lui, ci capivamo. Credo che lui voglia fare ancora altre cose con me.


- Sei stato soddisfatto del tributo (The Late Great Daniel Johnston, uscito lo scorso anno, ndr.)?

Si, abbastanza. Tanta gente importante ha deciso di suonare una mia canzone che aveva scelto in maniera indipendente ed io sono stato commosso di aver regalato loro una canzone. All’inizio, quando più o meno a progetto partito mi hanno parlato del tributo, mi hanno chiesto: “Ehi Daniel, ci vuoi qualcuno a suonare?” ed io non avevo dubbi, ho risposto “PAUL MCCARTNEY!” (ride). Però lui non è venuto ed io mi sono accontentato, tra i nomi ci sono un sacco di musicisti che stimo davvero. Anche se nessuno di loro è Paul McCartney, in effetti.

Foto: Daniel e i Beatles


- La tua grande passione per i Beatles è ben nota. Li ascolti ancora?

Oh, no, li ho messi un pochino a riposo. Tu non puoi avere un’idea di quante volte io abbia ascoltato e suonato i Beatles – beh, credo di averlo fatto troppe volte. Per sempre. Anzi, sai cos è, nell’ultimo periodo ho ascoltato in genere davvero poca musica, nemmeno la mia. Come ti ho detto, non faccio che stare seduto in casa e guardare DVD. E sinceramente sono molto contento di essere in tour e di essermi staccato dalla televisione, perché sento di avere realmente bisogno di riavvicinarmi alla musica. Mi sono sentito ri-precipitato in una sorta di palude, che ha un po’ spento il mio slancio creativo. Soffro molto quando non riesco a scrivere nemmeno un pezzo che mi piaccia e mi è capitato, negli ultimi mesi, di passare tantissimo tempo da solo senza riuscire a combinare niente: scrivo una canzone e la cancello, la butto via. Poi lo rifaccio daccapo. Mi sento molto frustrato ed essere frustrati non fa bene né al cuore né all’arte. Quindi ho pensato che avrei staccato un po’, che mi sarei preso una piccola vacanza da me stesso: i DVD dunque sono stati una deriva naturale, un buon modo per passare il tempo ed allontanarmi un pochino da certe mie cose. Infine ho pensato: che diamine, dovrei tornare su tutta quella roba extra che non è finita sui dischi e che ho – credo me ne occuperò presto, appena torno a casa. Sono contento che fare musica stia tornando a fare parte delle mie necessità e dei miei desideri. Deve farlo.


- Beh, del resto si sa più o meno “ufficiosamente” che sta per uscire il tuo nuovo disco.

Si, esce a settembre e si chiama Lost And Found. In realtà è proprio pronto da tanto, ma sembra ci voglia una vita per metterlo alle stampe. E’ un disco prodotto in un giorno in realtà e, come ti ho anticipato, quando lo si è finito mi sono trovato con una marea di altri pezzi pronti che non sapevo dove mettere…

- Stasera ci sarà gente da molte parti di Italia, probabilmente.

Oh, sarebbe bellissimo. Com’è che dite, da queste parti? Viva l’Italia!

Copertina: Fear Yourself (Gammon Records, 2003)
  • Now
  • Syrup Of Tears
  • Mountain Top
  • Love Enchanted
  • Must 
  • Fish 
  • The  Power Of Love
  • Forever
  • Love Not Dead
  • You Hurt Me
  • Wish 
  • Living It For The Moment 

Fear Yourself (Gammon Records, 2003)

di Stefano Solventi.

Difficile parlare di questo disco senza parlare di chi lo ha confezionato: da un lato Daniel Johnston, autore e interprete di tutte le composizioni, dall’altra Mark Linkous AKA Sparklehorse, che ha prodotto arrangiato e suonato il tutto. Entrambi a loro modo viandanti su rotte e traiettorie “altre”, avvolti nell’incanto naif di un solipsismo più o meno disturbato, teneramente anarchico, tristemente geniale. Johnston, in particolare, è un maniaco depressivo di lungo corso, capace di sfornare lungo una quindicina d’anni sporadiche cassette e folgoranti dischetti, meraviglia e sgangheratezze tracciate con calligrafia schizoide, straziante, inconfondibile. Linkous rappresenta di sicuro un caso meno grave, tuttavia la sua brava dose di malanimo se la coltiva da un bel po’, persistente come un’ombra dietro a tutti i fantasmi che ne pervadono le canzoni.

Insomma, una combinazione chimica imprevedibile, senz’altro inconsueta, probabilmente eccessiva. Vedi a titolo di esempio l’assedio cosmico-gotico di mellotron, theremin, orchestron e glockenspiel (!!) che in Must e Syrup Of Tears seppellisce il fragile peana di Daniel, situazione portata a conseguenze ancora più estreme in The Power Of Love, dove peraltro il sovrappiù di synth fiabeschi e french horn ritagliano un abito tutto sommato idoneo al palpitare sregolato della melodia.

Ed è questo il punto, l’interrogativo che pone questo Fear Yourself, di non risolvere il nodo tra due modi di rappresentare lo stesso ineffabile crash emozionale: quello crudo, delicato, devastato dal disagio oppure quello della luccicanza aliena, dell’orchestrazione traboccante, come un minestrone visionario su cui guizzano lampi di lucida, dolorosissima follia. Senza contare la saldatura tra essi, il punto in cui sono diversi e la stessa cosa assieme. Insomma, due sono le anime, due le sensibilità, due orbite diverse d’un tratto intrappolate dalla stessa forza gravitazionale, col rischio di collisioni più o meno rovinose.

Per questo non è facile, anche dopo molti ascolti, concentrare lo sguardo, mettere a fuoco l’immagine, assegnare il giusto peso ad episodi di puro power-pop come Love Not Dead o Mountain Top, che in effetti sembrano estratti dallo sregolato cilindro del cavallo scintillante, per non parlare di quando come in Fish o Wish (scusate la rima) sembra di assistere ad una performance dei Flaming Lips un attimo prima di cadere in un deliquio da sbronza letteraria, irresistibilmente catchy la prima con quei corettini e la tiepida infiocchettatura di violino, dimessa la seconda con il fuoco basso del piano, la brezza pedal steel e quella voce tremolante come luce di candela.

Pochi dubbi però sulla effettiva statura di Johnston, la cui stralunata e malsana sensibilità può contare del resto sulla stima – quando non sull’adorazione – di calibri come David Bowie, Thurston Moore, Jad Fair e persino del fu angelo del grunge Kurt Cobain. Eccolo dunque spuntare aspro e nudo nei primi novanta secondi dell’iniziale Now (da solo con una chitarrina, una melodia piccina e prodigiosa in un gracchiante vestito di bassa fedeltà) che poi si schiude e richiude su cinematiche tenerezze à la Mercury Rev.

Oppure potete avvistarlo in quelle Forever Your Love e You Hurt Me che imbarcati sul piano-vascello fanno baluginare un Neil Young ad occhi abbottonati, più o meno dalle parti della leggendaria corsa all’oro. Ma è nella stonata sguaiatezza dei primi versi di Living It For The Moment – al cospetto della quale prevedo frotte di puristi colti da infarto - che l’anarchia accorata, la trascinante tenerezza, l’empatia viscerale e sconclusionata del Nostro diviene un momento di pura, laica, universale comunione, un subbuglio di sensi ed emozioni come il rock al suo meglio sa ogni tanto regalarci.

Un buon disco, insomma, anche se costantemente sul punto di collassare d’ipertrofia: troppa grazia forse due personalità così intense e intensamente “fuori” in una volta sola. Ne risulta dunque un banchetto generoso, colmo di speranza e disperazione, di dolcezza e dolore, toni e tinte che debordano, sapori spesso in eccesso. E’ quindi un mezzo miracolo come il retrogusto alla fine risulti ugualmente piacevole, ed il senso di genuinità intonso. Visti i tempi, dunque, è una scorpacciata che mi sento di consigliarvi senza indugio. (7.0/10)

Copertina: A.A.V.V. - The Late Great Daniel Johnston - Discovered Covered (Gammon/Wide, 2004)
  • Cd 1 (cover):
    1. Teenage Fanclub W/ Jad Fair - My Life Is Starting Over Again
    2. Clem Snide - Don’t Let The Sun Go Down On Your Grievience
    3. Gordon Gano - Impossible Love
    4. Eels - Living Life
    5. T.V. On The Radio - Walking The Cow
    6. The Rabbit - Good Morning You
    7. Calvin Johnson - Sorry Entertainer
    8. Bright Eyes – Devil Town
    9. Death Cab For Cutie - Dream Scream
    10. Beck – True Love Will Find You In The End
    11. Sparklehorse w/ Flaming Lips – Go
    12. Mercury Rev - Blue Clouds
    13. Thistle – Love Not Dead
    14. Vic Chesnutt - Like A Monkey In The Zoo
    15. Starlight Mints - Dead Lovers Twisted Heart
    16. M. Ward - Story Of An Artist
    17. Guster - The Sun Shines Down On Me
    18. Tom Waits – King Kong

    Cd 2 (originali):
    1. My Life Is Starting Over Again
    2. Don’t Let The Sun Go Down On Your Grievience
    3. Impossible Love
    4. Living Life
    5. Walking The Cow
    6. Good Morning You
    7. Sorry Entertainer
    8. Devil Town
    9. Dream Scream
    10. True Love Will Find You In The End
    11. Go
    12. Blue Clouds
    13. Love Not Dead
    14. Like A Monkey In The Zoo
    15. Dead Lovers Twisted Heart
    16. Story Of An Artist
    17. The Sun Shines Down On Me
    18. King Kong

AA.VV. - The Late Great Daniel Johnston - Discovered Covered (Gammon / Wide, 2004)

di Stefano Solventi.

Daniel Johnston è un genio schivo o un idiot savant a seconda di quanto cinismo siamo disposti ad investire nella considerazione. Un maniaco depressivo dal tocco brillante e ingegnoso, uno che sa ancora imbroccare la strada più dritta tra emozione e melodia, senza che sembri minimamente - guarda un po' - la più banale. Perché genuino e spontaneo, senza altri additivi né coloranti che non una ipercromatica frenesia. Ascoltarlo è come sintonizzarsi per caso sulla frequenza malferma del pianeta accanto, altro tempo altra dimensione, dove stupore e dolore danzano dentro lo stesso respiro, dove l’amore e la sua impossibilità sono un’istigazione a sperare fantasticando (e fantasticar sperando).

Quella grana spuria da lo-fi autentico, quel timing traballante, quelle stonature letterarie: minima la distanza tra forma ed espressione, sottile al punto da lacerarsi la membrana tra canzoni ed anima. La sua scoperta fu un'autentica rivelazione per chi – musicisti e ascoltatori - da anni s'ingegnava di aggirare la diffusa sentenza/sensazione di fondo del barile, lambiccandosi tra ingegnerie soniche e nostalgie posticce alla ricerca di purezze perdute e nuovi giacimenti.

In ragione di ciò, non vi nascondo che ho affrontato l'ascolto di questo disco con molta diffidenza. Certo, lo spiegamento di tanti e cotanti nomi più o meno alternativi è di quelli che fanno balzare dalla sedia e motivano un acquisto a scatola chiusa, ma un paio di retropensieri nel cervellino mi sono sbocciati spontanei: da un lato, il sospetto che un bel po' di costoro approfitti dell'improvviso alone di notorietà piovuto su Daniel dopo i ragguardevoli riscontri ottenuti da Fear Yourself, chi per recuperare, chi per tener caldo, chi per conquistare finalmente il favore/fervore dell'auditorio; dall'altro, il timore d'imbattermi in un atteggiamento del tipo "sentite quanto sarebbe stata bella questa canzone se quel pazzoide fosse-stato-in-grado-di, come potete ben evincere dalla versione originale riportata nel dischetto allegato".

Dubbi che l’ascolto delle 18 cover non dissolve del tutto ma relega senz’altro sullo sfondo, evidenziando come minimo rispetto e talora sincera passione per il catalogo johnstoniano. Il programma scorre gradevole ed eccitante pur tra stordenti scossoni stilistici, ma la mancanza di eterogeneità era il pedaggio minimo da pagare per un’operazione del genere. Nel rollercoaster di forme e calligrafie rimane comunque palpabile un filo rosso di accorata, obliqua, folle malinconia, vale a dire pura essenza Johnston: se questo era l'obiettivo, può dirsi centrato in pieno.
Scendendo nei dettagli, tra quelli che timbrano decentemente il cartellino ci sono di sicuro i Thistle (una sbrigliata Love Not dead), The Rabbit (una addomesticata Good Morning You) e Gordon Gano (una briosa Impossible Love), mentre appaiono piuttosto in palla Clem Snide (la strascicata empatia folk-rock di Don’t Let The Sun Go Down On Your Grievience) e Vic Chesnutt (una Like A Monkey In The Zoo mandata ad illanguidirsi su un tramonto di qualche spiaggia tropicale), per non dire di un Beck che ingrana il pilota automatico e ci offre una True Love Will Find You In The End nello scarno e irresistibile idioma folk che ben sappiamo.

Tanto prevedibili quanto azzeccati i contributi di Eels (in mano loro Living Life – bozzetto sbrigativo e raffazzonato in origine - non poteva uscire diversamente che così, limpida e indolenzita) e della virulenta accoppiata Teenage Fanclub/Jad Fair (per la festosità sommaria e ghignante di My Life Is Starting Over Again), mentre mi era impossibile immaginare l'inquietudine beatlesiana dei Guster (The Sun Shines Down On Me) e l'opacità bowieana degli Starlight Mints (Dead Lovers Twisted Heart) perché mai pervenuti prima d’ora.

Salta alle orecchie la componente "cinematica" in scaletta, dai Death Cab For Cutie (una Dream Scream che evoca pastelli radioattivi Mercury Rev-Flaming Lips) ai Tv On The Radio (una Walking The Cow tutta singulti, riverberi e vibrazioni), dai Mercury Rev (che per Blue Clouds innervano l'immaginario fiabesco con piglio wave e cartigli country-rock) alla joint-venture da favola Sparklehorse/Flaming Lips, bravi a stemperarsi gli espedienti l’un l’altro, tanto che sembrano collaboratori di lunga data (ne risulta una Go struggente, pervasa di speranza e abbandono, acida e dolciastra, liquida e volatile).

Per la serie "giovani cantautori crescono", ragguardevoli anche le prove di Bright Eyes (che fa sbocciare la trasognata Devil Town in una fantasmagoria iridescente di piano e chitarre) e di M. Ward (che in Story Of An Artist spende esotiche monete di mestizia su impalpabile fatamorgana di corde e synth), mentre per la serie "non vogliono saperne di andare in pensione" ecco un Tom Waits vibrante cavernicolo (nella rude, arcaica ossessione reggae-blues di King Kong) e soprattutto un Calvin Johnson che col vocione da cow boy su percussioni lo-fi ridisegna Sorry Entertainer al modo di una danza pellerossa, intrecciando una strana collana di alterigia, fragilità e mistero.

Come già detto, nell'altro disco - oltre al pulsante inedito Rock This Town, hard-blues che rimanda ai gigioneggiamenti adrenalinici di Neil Young & Crazy Horse - ci sono le versioni originali, di cui potrete gustare la geniale scompostezza, la gioia incredula, l'imprendibile obliqua tribolata baldanza. Non vi dirò che sono preferibili alle cover solo perché Johnston ci mette troppo di quel suo essere fuori dagli schemi, fuori senno, fuori gioco, tanto da renderli una valuta per la quale non esistono tassi di cambio attendibili. (7.4/10)

Foto: Daniel Johnston dal vivo

Live: Giardini del Baraccano, Bologna, 29 maggio 2005

di Marina Pierri

Siamo in molti, ma probabilmente meno del previsto, nonostante il concerto sia rigorosamente gratuito ed all'aperto (che l'estate, tutti gli anni, rende Bologna orfana del Covo per questioni di gradi centigradi all'interno della celebre stanzetta nera).
Daniel Johnston è stato già colto a scrutare la folla accorsa ad un angolo del palco-pedana, intento a suggere una delle sue duemila sigarette giornaliere, con tanto di caratteristico fare assente. Non ha un bell'aspetto, come se ci si potesse effettivamente aspettare qualcos'altro da un uomo preceduto dalla leggenda (vera) di una malattia mentale lunga una vita: ha una maglietta grigia e logora che mette in risalto una pancia ingombrante, un paio di pantaloni sdruciti, i capelli biondo-brizzolati decisamente spettinati e gli occhi inquieti che si re-dirigono per terra ad intervalli regolari.
Salito sul palcoscenico comincia a sfogliare le pagine incapsulate in plastica dello spartito in bella vista sul leggìo, abbracciato a (o nascosto parzialemente da) nient’altro che una chitarra acustica. Certo, si mormora tra il pubblico, ha talmente tanti pezzi che sarebbe un pazzo a ricordarsi tutti gli accordi a memoria cui risponde una risata articolata in un beh tanto tutti i suoi pezzi hanno gli stessi due accordi, capirai che sforzo. E poi, pazzo ci è comunque.
L'aspetto più fastidioso del live è chiaramente una faccenda di posizionamento dei riflettori, sparati nelle facce degli ascoltatori più o meno devoti delle primissime file, accalcati contro la sua grande sagoma in controluce, tanto che qualcuno per comodità finisce addirittura per tirare fuori un buon paio di occhiali da sole. Il punto è che Daniel non riesce a leggere al buio ed al minimo accenno di smorzamento dei fari si ribella veementemente: ho bisogno di luce qui, datemi della luce, non leggo niente. E dunque pazienza. Ci si rassegna alla sua ombra disegnata per contrasto e ci si gode la bellezza scarna degli "stessi due accordi" mettendoci tanto di firma.
Il concerto, lungo a sufficienza - una quarantina di minuti - si snoda in due tranches: sei-sette pezzi alla chitarra e quattro-cinque pezzi davanti alla tastiera. Il primo pezzo è Speeding Motorcycle, pezzo reso più o meno celeberrimo da un live in radio con gli Yo La Tengo (lo si reperisce nel loro Genius + Love) a cui un Johnston particolarmente in vena di eighties privati fa seguire Joy Without Pleasure, Casper The Friendly Ghoste Living Life. Neanche i nineties privati vengono tralasciati: una bellissima Now ed una Love Enchantedstruggente ammutoliscono per qualche minuto anche i meno motivati, che non sanno come comportarsi o cosa pensare di fronte all'esibizione di un anziano dimesso con la voce da eunuco che continua a strimpellare mestamente una chitarra acustica senza la benché minima forma di accompagnamento che non venga dai suoi palmi sgraziati, sbatacchiati sulla cassa di risonanza.
Il sorry entertainer non proferisce parola con il pubblico per tutta la durata del concerto e non alza mai gli occhi dallo spartito o dai tasti. Le uniche parole che gli si sente pronunciare senza che pizzichi le sei corde sono tutte alla fine del concerto, quando appena prima di dare la buonanotte, alzarsi ed andare via a testa bassa, biascica di voler chiudere con un messaggio di speranza, True Love Will Find You In The End - un messaggio potente e commuovente nella misura in cui viene da un uomo che ci crede ancora abbastanza da avere il coraggio e il desiderio di darlo via. Nonostante tutto.

Copertina: Danny And The Nightmares - Freak Brain (Sympathy For The Record Insutry, febbraio 2006)
  • Jesusboy
  • Pretend You're Dead
  • Happy Valentines Day
  • Freak Brain
  • The Lord Loves You
  • Haunted House
  • See Satan Die
  • Lucifer Tonite
  • Soldier (I Don't Wanna Be That Way)
  • Hell Chick Of Rock N Roll
  • Souvenir
  • Twilight Zone Love

Danny And The Nightmares - Freak Brain (Sympathy For The Record Industry, febbraio 2006)

di Stefano Solventi

Come dovrei considerarla, questa cosa di Daniel Johnston in incognito, se non come un'altro dei suoi mirabolanti tentativi d'impadronirsi del verbo rock'n'roll? Prendendolo stavolta dal lato del garage “orrorifico” e (non sai bene quanto consapevolmente) caricaturale. Benedicendo il tutto con quello sguardo che senza curarsi di mettere a fuoco ti sbatte in faccia un punto di vista inesorabile: d'innocenza e delirio, di fragile lucidità, di tenerezza in qualche strano modo corazzata. Chitarre storte, farfisa acido, bassissima fedeltà. Deliri mistico/fumettari. Limacciose allucinazioni Motorhead e Sonics in Hell Chick Of Rock n Roll. Conati Stooges e Gun Club nella title track. Il punk catatonico di See Satan Die e quello docilmente acidulo di Happy Valentines Day. Poi la farraginosa ebbrezza boogie di Soldier, l'oppiaceo caracollare di Lucifer Tonite (quasi un trip fanciullesco Velvet Underground) e il fosco languore di Pretend You're Dead (un Roky Erickson con le ginocchia molli). Non finisce mai di sorprendere l'apparente facilità con cui Daniel sforna piccoli gioielli grezzi. Quasi se li sognasse la notte. Quasi non facesse altro che sognare. Sempre. (7.1/10)

 

 

Copertina: Lost And Found (Sketchbook/Goodfellas, maggio 2006)
  • Rock This Town
  • Try To Love
  • Beatles
  • Lonely Song
  • Foolin'
  • Haunt
  • Squiggly Lines
  • Country Song
  • Mrs Daniel Johnston
  • History Of Our Love
  • Rock Around The Christmas Tree
  • It's Impossible
  • Wishing You Well
  • Everlasting Love

Lost And Found (Sketchbook / Goodfellas, 1 maggio 2006)

di Stefano Solventi

Da quando il mondo si è accorto di Daniel Johnston, Daniel Johnston si è offerto sempre più al mondo. Con inattaccabile entusiasmo. Con intatta genuinità. Ok, non sarà più il genio naïf delle audiocassette amatoriali, però non un grammo di quella magia storta e selvatica è andata perduta. Sotto la confezione c'è ancora il vecchio Johnston, la sua calligrafia malferma, il suo timing che smarrisce e riacciuffa il filo, l’orbita sghemba e struggente delle melodie (il suo è un lo-fi fisiologico - vedi gli obliqui arredi Pavement in Rock Around The Christmas Tree), quelle storie di marzapane e psicofarmaci, quel presepe sentimentale in cui i Beatles addobbano alberi di Natale e i pacchi sono pieni di amori assoluti e vaneggiati, di romanticismo pastello ed eroici vaneggiamenti cartoon. Il modo in cui tutto questo raggiunge lo status di canzoni immediate, irresistibilmente efficaci e vulnerabili, è la forza di Daniel. Il suo fragile, irriducibile mistero. Che non potrà mai essere levigato, appianato, standardizzato. L’unico rischio è che divenga stereotipo di se stesso, ma staremo a vedere.

Intanto però, come già in Fear Yourself, la musica di Johnston non paga pegno alla cura “professionale”. Il pop – seppure “indie” – sembra anzi quello che Daniel ha sempre sognato di fare. Anche quando era questione di cassette cigolanti, ovvero ai tempi di The Beatles, pezzo qui auto-coverizzato, ricostruito con inesorabile semplicità da Lego - riff di tastiera e drumming meccanico, citazione di Crudelia Demon e slinguate di chitarra Come Together - riuscendo folgorante come certi Eels marionettistici. In questo e ancor più in History Of Our Love, l'amore anzi l'adorazione di Daniel per gli scarafaggi ancora una volta messo a nudo, scoprendone i coaguli magici senza possibilità di soluzione. Non solo Beatles nel folle iperuranio di Johnston, ci mancherebbe: ecco ad esempio una specie di Roy Orbison sguaiato in Rock This Town, il clown minaccioso vagamente Tom Waits di Haunt, l'ibrido Young-Reed di Wishing You Well, il miraggio sfilacciato Abba nella claudicante Foolin'. Una tenera ferocia caratterizza le manifestazioni più estreme, come se Daniel non sapesse la misura dei gesti e quindi non concepisse che una palpitante, lacera generosità (si veda la magnifica Try To Love). È uno degli aspetti migliori della questione. Assieme alla disarmante giocosità che produce il boogie svelto di Everlasting Love e il dolciastro, irresistibile abbandono di It's Impossible, mambo friabile & adorabile come l'ultimo sogno esotico dell'adolescenza.

Disco delizioso e struggente per un artista ancora in crescita. (7.1/10)

Copertina: The Electric Ghosts (Important records, maggio 2006)
  • Sweetheart (Frito Lay)     
  • Goodbye to That Girl      
  • Pain in My Heart       
  • Summer Jazz       
  • Another F*cking Song About the Rain  
  • Row Boat (Fruit Loops)   
  • Blue Skies Will Haunt You from Now On    
  • Scary Monsters    
  • (Untitled Track)

Daniel Johnston & Jack Medicine - The Electric Ghosts (Important Records, maggio 2006)

di Stefano Solventi

Per quanto si tenti d’incastonarlo in un "progetto", Daniel rimane un diamante pazzariello. Anche perché in un modo o nell'altro finisce sempre per lavorare assieme a personaggi non proprio regolari (vai a capire il motivo). E' il caso stavolta del produttore Don Goede, alias Jack Medicine, sicuramente in possesso di tecnica e visione "professionali" però anche uno sciroccato mica da poco, con tutte le sue ossessioni folk e psych da Hitchcock in sedicesimi (vedi l'organo vetroso e la chitarra a galoppo di Goodbye To Thath Girl) e quei rantoli blues-wave che mandano Bryan Ferry a sferragliare disincanto tra brume Nick Cave (come in Blue Skies Will Haunt From Now On). Insomma, la coppia è ben assortita e pare altrettanto ben rodata. L’energia scalpita e scorre, anche se lungo una specie di binario del quale restano ben distinguibili le rotaie, i parti dell'uno da quelli dell'altro.
Per dire, pezzi come Sweetheart e Pain In My Heart sono senza alcun dubbio johnstoniani – quel tipico zuccherino malfermo, intossicato e struggente - mentre in quella Summer Jazz che sembra trascinare gli Eels sul sentiero spigoloso e arguto del lo-fi pavementiano, il buon Daniel sembra entrarci poco  o nulla. Poi però c'è una clamorosa cover della bowiana Scary Monsters che rimette tutto a posto ovvero manda tutto all'aria: un Johnston versione invasata alle prese con devoluzioni horror-punk, mutazioni pop infantili, ipnotiche propaggini esotic-psych ed electro-dark, insomma la caricatura di un delirio fumettistico proprio come c'era da augurarsi. Se infine consideriamo la ghost track - nove minuti e passa di melodioso russare, sorta di goliardico corrispettivo sonoro dello Sleep di Warhol - ecco che anche gli spiriti elettrici sono serviti. E noi con loro. (6.4/10)  

 

The Devil and Daniel Johnston (di Jeff Feuerzeig – USA, 2005, Tartan DVD)

di Teresa Greco

“I believe in God and I certainly believe in the Devil.

There’s certainly a Devil and he knows my name”. ”. (Daniel Johnston)

Uscito lo scorso agosto in DVD, il film-documentario del regista indipendente Jeff Feuerzeig The Devil and Daniel Johnston (premiato nel 2005 al Sundance Festival) traccia un disincantato ritratto del musicista e dell’uomo Johnston, ripercorrendo le vicende biografiche e le fragilità di un artista di culto.

Usando un vastissimo materiale video e audio, collezionato compulsivamente dal Nostro nel corso degli anni (audiocassette, super8 e video, lettere audio, fumetti, disegni) e numerose testimonianze e interviste, Feuerzeig ne ricostruisce la storia (attraverso i genitori, i fratelli, l’ex manager Jeff Tartakov, giornalisti, amici e musicisti). Dai primi anni in Texas, talento precoce dedito alla musica e a super8 autoironici, alle cassette incise e ai concerti, il lavoro per MacDonald ad Austin, il passaparola, le apparizioni su MTV, la malattia mentale, i contratti discografici e la stima crescente (e l’amicizia) di diversi artisti che ne hanno fatto un cult-hero a partire dai primi anni ’90, da Kurt Cobain ai Sonic Youth, passando per Butthole Surfers, Jad Fair, Mark Linkous.

Con un montaggio efficace che alterna passato e presente, Feuerzeig realizza un documentario non agiografico, scrutando impietosamente tra le pieghe di un’esistenza tesa sul filo della depressione maniacale, caparbiamente centrata sulle personali ossessioni. Ecco allora la smania per fama e successo, le paranoie religiose, il primo amore e musa ispiratrice Laurie (che nei contenuti extra il regista fa incontrare con il Nostro per la prima volta l’anno scorso durante una premiazione, il tutto documentato voyeuristicamente); l’autoironia e lo spirito sarcastico dell’uomo (l’autoparodia del desiderio di fama e successo nel rivelatorio broadcasting per la radio WMFU nel 1990, e la vendetta nei confronti del primo manager Jeff Tartakov visto come uno sfruttatore in cerca di un’occasione per far soldi), che danno di Johnston un ritratto crudo e sincero, in certi momenti patetico e insostenibile ma estremamente rivelatorio di un talento autentico, nonostante le molte avversità di una vita tormentata dalla malattia.

I am the ghost of Daniel Johnston and I’m privileged to be here today to tell you about my condition… and the other world”: è questo l’incipit del film, (tratto da un video casalingo dell’’85), che si basa su uno scherzo neanche troppo lontano dalla realtà. Si percepisce che l’uomo è un sopravvissuto ai propri fantasmi, di cui il suo spirito e la sua arte si sono nutriti e si nutrono sempre avidamente. Non ci poteva quindi essere epilogo migliore di quello che vede l’artista vestito da fantasma Casper, altra magnifica ossessione e autoidentificazione, che ci sorride dal suo inferno personale.

Non meraviglia infine più di tanto che il film non sia piaciuto al musicista, secondo quanto ci aveva riferito l’anno scorso nell’intervista bolognese (“E’ andata a finire che ci sono stato male io. Non mi piace quel documentario. Quando l’ho visto mi sono sentito molto triste e deluso. Però è fatta, ormai ed io cerco di non arrabbiarmi con quelli che l’hanno fatto, perché le loro intenzioni non erano cattive, io lo so”): si può umanamente comprendere le reazioni nei confronti di un documento che lo mette così a nudo, rivelandone pregi e difetti, in un omaggio all’arte e alla poetica di un talento immenso.

p.s.: il DVD non ha sottotitoli.

  • Don't Let The Sun Go Down On Your Grievances - Dot Allison
  • Worried Shoes – Daniel Smith & Sufjan Stevens
  • Held The Hand - Joy Zipper
  • Bloody Rainbow - Kramer
  • Cathy Cline – R Stevie Moore
  • Follow That Dream - Kimya Dawson
  • Honey I Sure Miss You - Lumberob
  • True Love Will Find You In The End - Jad Fair, Kramer
  • Tears Stupid Tears - Rope, Inc.
  • Blue Skies Will Haunt You From Now On – Electric Ghosts
  • Going Down – Chris Harford
  • Rowboat - Mad Francis
  • Adventures Of God As A Young Boy - Jeffrey Lewis
  • Mind Contorted – Major Matt Mason Usa
  • Now - Toby Goodshank
  • Go Fast And Go Some More – The Dick Panthers
  • Foxy Girl – The Sutcliffe’s
  • Cosmic Kid - Kickstand
  • Love Wheel - Emily Zuzik
  • Walking The Cow - Mike Watt
  • It's Over - Tess

AA.VV. I Killed The Monster – 21 Artists Performing The Songs Of Daniel Johnston (Second Shimmy, ottobre 2006)

di Antonio Puglia

Domanda: c’era bisogno di un altro tributo per svelare al mondo il genio nascosto di Daniel Johnston? Se pensiamo che a partire dall’ormai celebre operazione Discovered Covered – The Late Great Daniel Johnston (2004), passando per le numerose prove recenti - in collaborazione o in solitaria -, fino all’acclamato film-DVD The Devil And Daniel Johnston quel genio tanto nascosto non lo è più, qualche dubbio è pur legittimo.

La prospettiva però si rovescia magicamente una volta letta la piccola scritta sul lato della confezione del cd: Second Shimmy. I Killed The Monster segna infatti il ritorno all’attività di discografico da parte di Mark Kramer, musicista (Half Japanese, Butthole Surfers) e produttore che circa quindici anni fa mise in piedi con la sua Shimmydisc una delle realtà più rispettate dell’indie di New York e dintorni; da quelle parti passarono lo shoegaze dei Galaxie 500, lo slo-core dei Low e lo stesso Johnston con i suoi primi due “veri” album, 1990 e Artistic Vice.

Questa compilation assume quindi le fattezze di un tributo globale, che dall’artista in questione (in fondo mai troppo lodato, avanti…) si estende all’intero underground americano attraverso artisti rigorosamente indipendenti, con la sola eccezione di prezzemolino Sufjan Stevens, qui guest star in coppia con Daniel Smith per una bella versione folky di Worried Shoes. Dall’onnipresente Jad Fair allo stesso Kramer (in Bloody Rainbow eTrue Love Will Find You In The End rivivono ancora una volta gli Half Japanese), passando per Dot Allison, Mike Watt e Joy Zipper, il catalogo del freak più amato d‘America viene riletto da cima a fondo, pescando anche nei suoi meandri più oscuri (tante le scelte provenienti dalle primissime produzioni in cassetta). E forse anche con un pizzico di coraggio in più rispetto al tributo di due anni fa, vedi una piacevole versione reggae di Cathy Cline da parte di R Stevie Moore, la Rowboat ricoperta di shoegaze di Mad Francis, il country glam della Foxy Girl dei The Sutcliffe’s o ancora Tears Stupid Tears e It’s Over (Rope Inc e Tess), rispettosamente angoscianti, diremmo. E così via.

Un’altra gemma, da tenere nascosta il meno possibile. (7.2/10)