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Colleen

di Antonello Comunale
Liuti del XVI secolo, gamelan indonesiani, campionamenti classici, carillon vittoriani. Il mondo interiore della francese Cécile Schott nel momento in cui pensieri, impressioni, idee e ricordi evaporano sotto forma di suoni e diventano la musica di Colleen.

Il mattino ha l’oro in bocca

di Antonello Comunale

Sarà forse etichettabile come ambient folktronica, ovattata e personalissima, ma la musica di Colleen è soprattutto l’esprimersi senza freni inibitori di uno, cento, mille mondi interiori. Vengono alla mente le figure fantasiose delle siepi di Edward Mani di Forbice come via di uscita per l’immaginazione coltivata con la cura maniacale del solitario. Cécile Schott, nella placida noia di un paesino a sud di Parigi ha trovato il modo di dipingere con la musica i suoi astratti assiomi, là dove alzando lo sguardo al cielo, le nuvole assumono forme sempre nuove e tutte da scoprire. Con un’infanzia passata ad ascoltare musica, una passione per i Beatles, e una curiosità artistica fuori dall’ordinario, la giovane Cécile Schott passa dall’ascolto alla prassi nel momento in cui un amico le presta l’acid software per fare campionamenti.

foto: Colleen

E’ così che crea il suo alter-ego Colleen. Nel suonare e risuonare la sua collezione di dischi, nel giocare al gioco degli incastri, immaginando nuovi ibridi, la ragazza di provincia allarga gli orizzonti con lo sguardo dell’immaginazione, riecheggiando i mille motivi ascoltati nell’infanzia.

E’ sostanzialmente questa la genesi di Everyone Alive Wants Answers (Leaf / Wide, 2003), il suo disco di debutto che viene dato alle stampe da un’etichetta in tiro come la Leaf. Le composizioni del disco sono congetture astratte che ruotano attorno a frammenti melodici straniati di contesto. L’intelaiatura strumentale è una complessa grammatura di elementi digitali, campionamenti, umori d’ambiente, increspature analogiche. Il fulcro espressivo di Colleen ruota intorno ad una singola idea armonica, alterandola progressivamente, per vedere un po’ l’effetto che fa. La sua è una vera e propria poesia del loop. Frammenti presi da chissà dove modificati geneticamente in un contesto nuovo. Qui si va oltre il campionamento tout court: Ritournelle prende un frammento di valzer e lo trasforma in un overture zoppicante; Your Heart On Your Sleeve fa lo stesso con un motivetto appena abbozzato. Un’intera fauna sognante e misteriosa anima il tessuto acustico della title track. Altrove l’ispirazione si fa più ispida e va ad impattare in territori più ombrosi, come in One Nights And It's Gone o in Long Live Mice In The Metro un’algida e inquieta serenata per cicali estive. L’ispirazione lievemente morbosa di Babies, costruita come un carillon infantile e l’astrazione per lancette senza tempo di Nice And Simple completano il quadro dell’artista Colleen, originale perché prende soprattutto dalle corde oniriche del proprio mondo interiore più che dai dettami d’accademia. Everyone Alive Wants Answers, quaranta minuti di immersione in un liquido sogno fatto di suoni e suggestioni, rappresenta uno dei migliori debutti degli ultimi anni. (7.5/10)

Due anni dopo, il secondo lavoro The Golden Morning Breaks (Leaf / Wide, 2005) riesce a fare, se possibile, anche di meglio. Colleen, uscita fuori dalla cameretta, sposa l’inquietudine e la ricercatezza del suono live. Nel tentativo di suonare dal vivo la complessa alchimia strumentale del disco d’esordio, trova via via una propria personale scrittura, che prevede l’uso degli strumenti più disparati, dall’armonica a vetro al glockenspiel, dai gong giavanesi al liuto. E’ proprio dalle composizioni per liuto di John Dowland, compositore del XVI secolo, che il nuovo lavoro prende il titolo e l’ispirazione. Ma i riferimenti si fanno qui decisamente colti e ricercati. Colleen cita composizioni del XVII secolo per viola da gamba, la classica contemporanea, le tecniche kora dell’Africa occidentale, fino ad arrivare alla tradizione gamelan dell’Indonesia. Il risultato finale è un lavoro molto più acustico dell’esordio, che mantiene intatta però la ricchezza della filigrana sonora. The Golden Morning Breaks disegna con calma un fitto reticolato di arie antiche e fuori dal tempo. Nonostante la complessa ricerca formale il melodismo delle composizioni è però immediato e seducente. Le eteree planate del disco, come Summer Water, Sweet Rolling, The Happy Sea  sono congegni ad incastro che come informi matrioske racchiudono idee sempre più elementari. La magia di Colleen è quella di saper fotografare con perfezione l’istante in cui l’astratto diventa forma, il momento in cui la lente focalizza l’obiettivo e il colpo d’occhio in cui i colori gettati sulla tela si traducono in immagine. La grammatica elementare dei mille carillon aperti da bambina torna anche qui: The Heart Harmonicon e I'll Read You a Story affondano gentilmente le unghie nei ricordi e in un passato come traccia indelebile, mentre composizioni umorali come Bubbles Which on the Water Swim smuovono lentamente una calda risacca amniotica, che chiede solo di abbandonarsi. The Golden Morning Breaks rasenta una tale perfezione, nella sua alchimia di ricerca strumentale e evocazione artistica, che veramente val la pena di usare il tanto abusato termine: capolavoro. (8.5/10)

Esce ad inizio 2006 il contributo di Colleen alla serie Mort Aux Vaches (Staalplaat, 2006). Composto da sette composizioni registrate nel settembre del 2004 negli studi della radio olandese VPRO, Mort Aux Vaches fotografa in pratica il work in progress che sarebbe culminato di lì a poco in The Golden Morning Breaks. Quello che risalta principalmente è il calcare la mano sul suono acustico, sulla resa live dei suoni. Basate ognuna su uno strumento specifico, le composizioni del disco testimoniano la ricerca che ha traghettato Colleen dalla pasta digitale dell’esordio alla postura analogica del secondo disco. A testimoniarlo l’ingente quantità di strumenti adoperati: chitatta classica, zither, ukulele, violoncello, carillon. Proprio il più classico dei carillon di Collen apre il lavoro con A Little Mechanical Waltz  trasformato in un distante e diafano tremolio nel vuoto. Gli strumenti acustici diventano via via una voce diversa con cui dialogare nello spazio del suono. Lo zither di The Zither Song  cesella una melodia al rallentatore, The Thumb Piano si veste di austera compostezza zen nella sua arcaica melodia nipponica, The Ukulele Song  e The Cello Song sono più evidenti prove generali per il disco a venire. Petite Fleur è l’arcaico frammento ripreso poi da I’ll Read You A Story.  (7.0/10)

Per Colleen questo 2006 di passaggio, in direzione di un nuovo disco che vedrà la luce probabilmente ad inizio 2007, prosegue poi in autunno con l’uscita di Colleen Et Les Boîtes A Musique (Leaf / Wide, 25 settembre 2006), interamente incentrato sulla figura del music box, ovvero del carillon. Un progetto commissionatole dalla stazione radio nazionale francese per uno speciale programma culturale chiamato Atelier De Creation Radiophonique (Radiophonic Workshop Of Creation). La reazione della musicista al progetto è entusiastica al punto da partorire rapidamente materiale per un ep di 38 minuti.  E’ facile intendere l’ossessione di Colleen per il suono del carillon, quella girandola di melodie in circolo che ripetono all’infinito lo stesso pattern. L’ep viene composto interamente con l’uso di music box di varia natura, da quelli in miniatura nascosti nelle carte di compleanno degli anni ’40 ai più grandi carillon vittoriani. La musicista francese non si limita a lasciare riverberare i suoni naturali prodotti dai rudimentali strumenti, ma produce suoni e rumori suonandoli con le proprie mani e campionandone il suono. Il risultato è un tour de force in un placido ed evocativo sound che sa al tempo stesso di belle epoque e psichedelia senza tempo. Il flusso di suoni dei disparati carillon diventa via via ossessione stordente (What is a Componium? - Part 2), fascinazione arcaica (Will You Gamelan for Me?), inquietudine pensierosa (The Sad Panther), deja vu infantile (Your Heart Is So Loud), burla giocosa (Calypso in a Box). (7.1/10)

  • This Place in Time
  • Le Labyrinthe
  • Sun Against My Eyes
  • Les Ondes Silencieuses
  • Blue Sands
  • Echoes And Coral
  • Sea Of Tranquility
  • Past The Long Black Land
  • Le Bateau

Les Ondes Silencieuses (Leaf / Wide, 21 maggio 2007)

di Antonello Comunale

Ci mette un po’ per farsi apprezzare il nuovo lavoro di Colleen. Con Les Ondes Silencieuses la Nostra abbandona l’uso di campionamenti e loop d’elettronica e sembra volersi allontanare a lunghe falcate dal mare magnum di incontaminate armonie che aveva creato con i suoi primi due capolavori. Il suono di questo disco è ruvido e crudo, deputato quasi esclusivamente all’amata viola da gamba, con l’inserto occasionale di clarinetto, cristalli, chitarra acustica e spinetta, un altro strumento desueto di origine barocca, di cui si è innamorata. Il risultato è molto più austero e rigido, come si capisce immediatamente dall’iniziale This Place In Time. Anche in sede di songwriting pare che siano cambiate molte cose e si ceda molto più facilmente all’improvvisazione.

Ma la Colleen che amiamo, quella che fa fiorire magicamente le armonie dall’incastro sorprendente di note e suoni sembra essersi solo nascosta nella ricerca formale di strumenti e sonorità. Eccola apparire nella bellissima parte centrale di Le Labyrinthe, costruita integralmente suonando la spinetta, con quel suono arcano e arcaico che sa di clavicembalo settecentesco. Eccola lasciarsi andare alle dolci meditazioni di Blue Sands, con gli arpeggi che si duplicano, triplicano, riverberano. Eccola abbandonarsi alle mareggiate notturne di Sea Of Tranquility, con le note pizzicate lentamente una ad una, come a contornare un corpo tra le onde in attesa che albeggi. Gli episodi più severi e difficili sono quelli dove Cecile tende a nascondere l’armonia sotto il peso della viola da gamba, come in Past The Long Black Land e nella title track, dove cerca di rivivere come un esorcismo l’attimo in cui fu abbagliata da Marin Marais, vista nel film Tous Les Matins Du Monde. Echoes And Coral e Le Bateau sono invece gli episodi dove cerca di aggrapparsi più saldamente all’ancora dell’avanguardia.

In definitiva, un disco diverso, dove Colleen si concentra sulle singole note, anziché fonderle in un unico umore indistinto come faceva in The Golden Morning Breaks. Fatta questa distinzione, sottolineato che Les Ondes Silencieuses è sicuramente un lavoro di più difficile assimilazione, quello che resta è che Colleen, come artista e musicista, continua indisturbata a viaggiare anni luce davanti agli altri. (7.2/10)