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Cocorosie

di ©2005 Valentina Cassano e ©2005 Stefano Solventi
Innocente ingenuità e cinismo, suggestioni sonore che richiamano l’America d’inizio Novecento e hip hop di strada, folk minimale e lirica ancestrale convivono in una sensibilità tutta al femminile chiamata Cocorosie. Dal debutto La Maison De Mon Reve all’ultimo Noah’s Ark, l’evanescenza di due sorelle divenute inseparabili.
Foto: Sierra e Bianca con la mamma

Anomalie familiari

di ©2005 Valentina Cassano e ©2005 Stefano Solventi

Cocorosie non è soltanto l’unione dei nomignoli infantili delle sorelle Sierra e Bianca Casady, ma il loro alter ego, fatto di trucchi e maschere, di giocattoli e di storie d’amore avvelenate, di sogni evasivi e di calore domestico. La prima nata nell’Iowa, la seconda nelle Hawaii, fin da bambine girano gli States al seguito di mamma (una nativa d’America, prima insegnante, ora artista) e papà (con uno fervente interesse per lo sciamanesimo), accumulando variegate esperienze e assaporando la libertà di una vita nomade che le accompagnerà anche una volta cresciute. E’ così che Sierra, dopo aver scoperto la sua voce con il gospel e gli spiritual e poco più che ventenne, parte alla volta di Parigi per proseguire gli studi di canto in conservatorio e diventare un soprano, mentre Bianca continua la sua vita da bohémien, tra fetish e sociolinguistica, attraversando l’Europa armata della sua arte (scrive poesie dall’età di nove anni). Lontane per scelta , il legame familiare si rifà sentire nel 2003: è Bianca a bussare alla porta della sorella, chiedendole asilo per qualche tempo. Un incontro/scontro che si rivela piuttosto propizio e fruttuoso, visto che le ragazze, tra puerili fantasticherie e un bicchiere di champagne di troppo nella vasca da bagno dell’appartamento a Montmatre, registrano La Maison De Mon Reve (Touch & Go / Wide, 2004).

Un quattro piste e reverie folk-blues immerse in estetica lo-fi da cameretta - vale a dire chitarra acustica cartilaginosa, elettroniche scompaginate, field recordings in differita da un quotidiano astratto e indolenzito (rigorosamente indoor) - bastano a trasformare il personale gioco delle due nel caso discografico del 2004 (insieme a Devendra Banhart e Vetiver, tutti inscatolati nel pre-war folk).

Copertina: La Maison De Mon Reve (Touch & Go / Wide, 2004)

Le voci uggiolano come una Billie Holiday sovragiri, particelle ubriache di Beth Gibbons disegnano spazi di buffa afflizione e umorale disincanto, aleggiano come ectoplasmi le ombre del Tom Waits "sperimentale" e del Mark Linkous più diafano, giustapposti e riarticolati in un conato di trepidazione dadaista.
Altrove affiora evidente la propensione per certo hip hop, anche se riportato chimicamente ad uno status primordiale (vedi Butterscotch e Hatian Love Songs, una roba del tipo i Bran Van 3000 ad una festa in maschera anni '30).
Con tutto ciò, alle Cocorosie sembra non interessare troppo riflettere su questo gioco di contrasti stilistico/temporali quanto di allestire, grazie ad essi, il teatrino delle proprie intimissime magagne. Microcosmi che si rovesciano sfiorando dissidi universali (la geremiade etico-sociale di Jesus Loves Me), melodrammi disinnescati che si sfarinano d'amarezza (il gospel arcaico contrapposto al soul su base robotica minimale di By Your Side) e ritratti di torbida, incantevole melodiosità (lo struggente declivio gospel-soul di Lyla).
Dopo i prime cinque pezzi, però, il brodo comincia a sembrare lunghino, come se il campionario di intuizioni e capacità non fosse sufficiente a giustificare un album intero (vedi come gira a vuoto la melodia risaputa - sembra un vecchio hit degli U2 - di Madonna, o l'arpeggio di Candyland). C'è insomma il sospetto di una genialità che gioca alla meno, come nell'ipnotica dolcezza di Good Friday, equamente contesa tra estasi e tedio.
Tuttavia queste due angeliche e terribili sorelline grondano un certo fascino malsano, una bellezza sfuggente e insidiosa. Come fossero allergiche alle regole dello stesso gioco che hanno scelto di giocare, come se inseguissero la volatilità, l'esserci adesso e mai più.
Un disco che è come un film (intra)visto per errore, di notte, poco prima del sonno. Di quelli che poi al mattino scopri fotogrammi appesi ai pensieri e li assapori, giusto il tempo di scordartene. (6.5/10)

Copertina: Noah’s Ark (Touch & Go / Wide, settembre 2005)

Sierra e Bianca diventano così inconsapevoli artefici di un sogno ad occhi aperti che ha suscitato eccellenti riscontri da parte di pubblico e critica, e che le ha viste per un anno attraversare il mondo al fianco di Bright Eyes, Tv On The Radio, Blonde Redhead, dando così sfogo alle loro oniriche visioni con quel tocco di teatralità messo in scena durante i live. Belle. Brave. Ma come andranno avanti? Un interrogativo che ha preso piede insistentemente, considerando che l’estetica minimale da loro adottata concede poche variazioni (sia nei testi che nelle musiche) e che l’attitudine naif con cui sono partite rischia di apparire, a lungo andare, posticcia e irritante. Ma le due discole aggirano l’ostacolo con una sensuale nonchalance degna del più subdolo felino, tra una camera d’albergo e un ritorno nella casa di Brooklyn.

Con il nuovo Noah’s Ark (Touch & Go / Wide, settembre 2005) siamo ancora nel territorio dell’artigianato folk, della pagana spiritualità gospel sporcata d’hip hop, dell’ascendenza lirica alterata dal soul (senza dimenticare i sottofondi ricreativi di gatti, carillon e telefoni), ma piegati ad un intrigante senso del ritmo, ora timido (il torpore languido di K-hole), ora più sfrontato (il beat circolare della title track). Evitando di ricadere in quell’isola che non c’è che è la loro fantasia, le Nostre si limitano a fare qualche passo indietro nel tempo. Vanno in cerca di quel passato remoto che si fa futuro, salgono in soffitta a rovistare nei bauli della nonna, scovando un pianoforte scordato dal suono caliginoso (l’oppressione funerea di The Sea Is Calm), vecchi e ingialliti spartiti di gospel (i fluorescenti colori di Armageddon immersi in un gracchiare di rane), un antico portagioie dalla melodia ancora squillante (la fiabesca filastrocca folk South 2nd), un 78 giri rimasto misteriosamente intatto (il modernismo del sinistro valzer Bear Hides And Buffalo oppure la litania chitarra e arpa di Tekno Love Song).

Insomma, il gioco del ripescaggio non è difficile da intuire sin dalla prima volta, il fattore sorpresa scende a zero e con esso anche il gusto dell’ascolto. Ma poi, a ridestare interesse sono ricordi e sensazioni dipinte di umori personali, domestici, di cui gli amici/ospiti chiamati a partecipare si fanno portavoce, come nell’inquietudine francese dell’mc Spleen in Bisounours, nel lirico oriente venezuelano di Devendra Banhart in Brazilian Sun, nel superbo omaggio allo scrittore Jean Genet di Antony in Beautiful Boyz, dove la sua fragile decadenza è in perfetto contrasto con la stridula voce di Bianca. E il pensiero che siano questi i brani migliori diventa pian piano certezza.

A ben guardare le Cocorosie riescono a rimanere in piedi per qualche episodio ritmico più strutturato e un pugno di risonanti amici. Un po’ poco. (6.3/10)

  • Rainbowarriors
  • Promise
  • Bloody Twins
  • Japan
  • Sunshine
  • Black Poppies
  • Werewolf
  • Animals
  • Houses
  • Raphael
  • Girl And The Geese
  • Miracle

The Adventures Of Ghosthorse & Stillborn (Touch & Go / Wide, 9 aprile 2007)

di Edoardo Bridda

Sante e puttane. Madonne e Maddalene. Sierra e Bianca, smuovono, provocano, dividono. Al solito, ruffiane e volubili, raccoglieranno ancor di più lodi e disprezzo con questa terza prova, specie se accanto alle canzoni dello scrigno, al mondo dei giocattoli e alla calza della strega, c’è il rap a variare il tema folk, le basi hip-hop a contrappunto delle rime, pose à la Björk a lisciar la coda e etnica prêt-à-porter a colorar le pareti. Un restyle che fa un po’ Novanta in apparenza (Dead Can Dance e Loop Guru in Rainbowarriors), che nasconde il vivido dettaglio dell’indietronica attuale e che sia titolo che copertina cercano di depistare. Meglio così, le adventures fanno sorridere non tanto per il cavallo di Sleepy Hollow, o per gli abiti siculo-secessionisti delle Casady, quanto per il porcellino di gomma che se lo schiacci suona, il gong e le molle di Beep Beep, e dozzine di altre chincaglierie del miracolo economico. Sintonizzarsi sul particolare, la scenografia, penetrando una femminilità adulatrice (ma in ricerca) tra passato e presente, istinto e sensualità, è una via all’ascolto.

Del resto c’è n’è da parlare, e per un po’, a partire dal rapping infantile di Rainbowarriors, gli Amari in carrozza, e dello scenario da fiaba losangelina di Promise, una sorta di “featuring of” di loro stesse sfuggente e fugace. La produzione per mano di Valgeir Sigurðsson, principale collaboratore della summenzionata (non a caso) Björk, è il tassello a completamento di molti brani, specie per quello per il quale vale la pena d’ascoltare tutto il resto, Japan, una marcetta a passo di carillon-carosello che procede per tapping sul tasto del ritmo in scatola (l’amico Mc Spleen), Giamaica alla Albarn spianata sul cartone del Risiko. A cantarla due soldatesse improbabili ma fiere che dicono di essersi ispirate a Wee Willie Winkie, uno di quelli che non si cambia mai d’abito ed è perennemente in pigiama a bussare alle finestre. Che dio le fulmini. Se avete pazienza per certi ghiacci e geyser (Houses e Miracle), avrete Animals, ballad urbana per piano ed effetti, l’evidenza che se c’è bisogno di tener un palco, lo si tiene. (7.0/10)