I giardini volanti e le porte del cosmo, il Dio del Sole e della Follia nell’ancia tonante dei Cerberus Shoal, ovvero il desiderio impaziente di una metafisica giravolta alle porte dell’inaudito

Benvenuti alla Corte del Possibile, disfatevi della sfida, coricatevi: Madre Terra vi accarezzerà. Raramente capita di accogliere lenimenti così sereni, ispirati: la musica quale radiografia dell’universo che, dal 1994, quando Caleb Mulkerin (gt, farfisa, banjo, bouzuki, imbira) decide di dare i natali, assieme a Chriss Sutherland (vc, bs, fl, pc) e Thomas Rogers (dr, pc), alla line-up originale, fulcro storico attorno al quale ruoteranno diverse partecipazioni e numerosissime sessions e compilations e che non smette di riciclarsi.
Freschi (e stufi) di High School, si trasferiscono dal Portland a Boston. Nel Marzo del 1995 suonano il primo live nel rinnovato NYC punk ABC club: la prima incarnazione del ribollente pentolone d’idee trova documentazione nell’omonimo vinile 12”. Gli aromi dell’alchemica mistura sonora, a metà tra Red Krayola e neo-folk, Cpt. Beefheart e David Palmer, esplode nei palcoscenici alternativi, portando i tre a produrre diverso materiale inedito che, solo più tardi, troverà sistemazione. Le collaborazioni s’intensificano ed il gruppo circola per le vie gimcaniche dell’ambiente artistico di Portland, città sensibile all’avanguardia ed alla sperimentazione oltreché orfana del tramontante grunge, fino all’uscita dello splendido And Farewell To Hightide.
La struttura del suono e l’apprezzabile tecnica strumentale colpiscono ineffabile, magistrale e rara in ambiente underground; il fatto notevole della scrittura (usano il pentagramma!) conduce la band, alla fine del 1996 alla progettazione di due concept – BreathingMachines e Never a Solution - mai incisi ma regolarmente performati live (una versione assai rimaneggiata del primo appare in Crash My Moon Yacht), capolavori dalla partitura semimprovvisata.
A partire dal maggio del 1997 la band inizia una collaborazione con Tim Folland (oscuro regista astrattista-esoterico-neosurrealista), per conto del quale firmano due soundtracks – Elements of Structures e Permanence, 50 minuti d’improvvisazione dove le note si aiutano l’un l’altra, sostenendosi in un fluire magmatico e mesmerico, un feed your mind di greatefuliana memoria. L’acid trip così confezionato trova, piuttosto insospettabilmente, i favori del mercato di ricerca ed indipendente e l’album che raccoglie la session rimane forse la testimonianza più vibrante e sincera del loro repertorio.

La musica degli Shoal risponde alla logica degli alambicchi e degli strani arnesi risuonati (cornamuse, trombe aliene, accordion, conglomerati, sakuhachi, ecc.), chiarendo l’espressione di uno stile di vita che, della musica, fa colonna sonora, tessendone l’indispensabile nostalgia. Si presti attenzione: non siamo al cospetto dei soliti menestrelli dell’informale, di certa freakerie spesso incapace di tenere uno strumento in mano e che fa, dell’imperizia, vanto e nocumento. Qui la composizione è genuina, l’armonia consolidata, l'esperimento convalidato tanto che l’attento orecchio francese li elegge vincitori delle chart indipendenti, mentre in Italia restano del tutto sconosciuti.
Nel 1998, rimasti in tre per la dipartita di Mulder, il caravan accoglie Thomas Kovacevic (gt, vc, zampogna) e Tim Harbeson (tr, key, accordion); un acclamato tour estivo negli States li consacra quali menestrelli dell’improvvisazione neopsichedelica. Le composizioni si fanno arte e scelta di vita, filosofia ed espressione delle orgiastiche vibrazioni del corpo e della mente. A documentare l’eccellente momento creativo restano tre album magistrali – Homb, Crash My Moon Yacht e Mr. Boy Dog – pubblicati due anni dopo e che segnano l’apice della carriera del combo.
Nell’inverno del 2000 i tre membri originari restano nuovamente soli ed accolgono l’artista/musicista Collen Kinsella, il bassista Erin Davidson ed il conceptualist/writer Karl Greenwald, formazione che, ad oggi, calca i palcoscenici. Il gruppo sperimenta il primo tour europeo, dall’accoglienza piuttosto tiepidina nonostante suonino in ben tredici paesi, reazione dovuta anche al fatto che, ora, i suoni si fanno meno rarefatti e più geometrici, perdono di spessore “cosmico” a beneficio della strutturazione pentagrammatica e razionalistica. Immediatamente dopo il ritorno in USA, prende corpo il CD single Garden Fly-Drip Eye, materiale dell’anno precedente.
Nei due anni successivi i Cerberus avviano una serie di variegate collaborazioni con la North East Indie, che partoriranno materiale disparato, di dubbia qualità e dal tenore assai ripetitivo sebbene di marca sperimentale, che troverà sistemazione in quattro split CD di dispensabile raccomandazione.
Amministrato questo capitolo, la band chiede ancora l’intervento della propria label per la stampa di registrazioni risalenti al 2001 e scritte a mano multipla da Sutherland, Mulkerin e Morin: ne nasce un disco ufficiale – Chaiming the Knoblessome - cui segue il “disco ombra” The Bastion of Itchy Preeves.
Il periodo seguente è funestato dall’assenza (per motivi famigliari) di Rogers, mancanza che si fa sentire severamente nell’economia del suono del gruppo, così la line-up decide di dare uno stand-by all’attività concertistica, dedicandosi alla scrittura, alla coltivazione della stampa e della critica, alla connessione con i fans ed alla collaborazione ideale con una miriade di progetti artistici, politici e sociali.
Prende forma, nel frattempo, The Land We All Believe In, ultimo capitolo della saga e da noi recensito in anteprima, manifesto post-moderno della concezione kraiolana della creazione in musica, molto distante, tuttavia dai lavori che stabilizzarono la fama dei Cerberus.

L’interesse per l’aspetto spirituale e filosofico dell’essere uomo, la passione per le dottrine mesmeriche delle Upanishad, l’inno al Dio degli Aborigeni, creatore delle cose tutte e divinità erotico-dionisiaca della musica del trascendentale, suggestiona la stilematica, all’apparenza colta, della partitura occidentale, tra avanguardia e tradizione, dove tutte le correnti e le sperimentazioni pregresse trovano il loro compenetrarsi, compiuto e maturo come in questo CD (il secondo lavoro ufficiale degli Shoal dopo il primo vinile 12”), nelle rilevazioni di alcuni registri che appaiono, grazie al paziente lavoro di limatura della band, che espressamente coglie i succitati richiami religiosi, subito quasi capolavori. Laddove l’improvvisazione corre veloce ed affascinante, attraverso le varie voci del registro stilistico, debitore del blues acido, del folk alieno e del rock cosmico, il lavoro di ricerca assume una commossa gratitudine, albeggiante e vigorosa. Le lunghe suite che caratterizzano la sezione centrale dell’album, prendono forse un po’ a prestito le magie westcoastiane degli acid trip d’annata, debolezza mitigata con una buona dose di crescendo sinusoidali che amplificano la leggiadria delle chitarre e smorzano la monotonia dell’improvvisazione. Sconosciuti in Italia al momento della pubblicazione, qui i musicisti sono in tutto addirittura nove, che si alternano ai violini (palese la lezione Dirty Three), alle ance, all’organo ed alla fisarmonica ed altri ammennicoli per un arrangiamento rilassato, introspettivo, dilatato e scivoloso, come nella vellutata Make winter a driving song . Echi di brume nordiche sono rintracciabili in Broken springs spring forth from broken clock e morrisiani lamenti che aspergono estensivamente tutti i brani. And Farewell to Hightide denuncia il percorso elettivo che caratterizzerà gli anni migliori dei Cerberus Shoal: sintonia con la dimensione altra della musica come liberazione dell’anima, libertà espressiva e tracciabilità di composizione, erosione dionisiaca e formalizzazione delfica, per un equilibrio ed un superamento della vecchia dicotomia corpo/mente, un po’ stantia. (7.2/10)

Quando il filmaker Tim Folland chiese ai Cerberus di comporre la soundtrack per due film muti, la band non si tirò indietro, sebbene troppo poca fosse l’esperienza collettiva per affrontare un impegno così delicato. Folland chiese di interpretare le immagini astratte dei due mediometraggi improvvisando contestualmente alla prima visione, così che il CD documenta un esperimento, assai riuscito, di contemplazione sonico/visiva dove lo scarto emozionale dovuto ai passaggi dinamici sullo schermo, aderisce ai contenuti musicali. Alla realizzazione di tale empirismo aconsequenziale aderirono i Tarpigh, gruppo locale che interferì con gli Shoal (accettandone l’invito), per poi inserirvisi stabilmente per alcuni lustri. La session si autocostruisce derivando stati d’animo, silenzi, pause condite con un raffinato jazz-rock, incredibilmente strutturato, magicamente originale, nelle due ambiziose suite. I 22 minuti di Element of Structure si aprono liricamente, progressivamente, in un’atmosfera arcaica e percussiva, punteggiata di soundscapes floydiani, talvolta tachicardici che virano in un’orgia di suoni etnico tribali e riposano, infine, su di un letto di sibili e frattaglie di note. In Permanence (34 minuti) è protagonista il piano ipnotico ed ispirato che circuita note delicate e casuali ma non minimali. Sequenze ritmiche, latine, alterano i piani ambient dell’incedere iniziale e dilatano nella meditazione assoluta i refrains notturni, paranoidi da cui, come per gemmazione, clonano emergendo, conati d’avant-jazz, toni leggeri e pulsanti che paiono, ma non sono, trattati elettronicamente.
Il lavoro è un esempio di grande suggestione e di notevole perizia strumentale, segnalandosi per il recupero di logiche desuete, paradigmi free, assemblaggi collettivi vecchia maniera: una form instabile ma genuina e riuscita nella dimensione sinestetica, che era l’obiettivo di tutto l’armamentario. (7.0/10)

Anche se non lo sono affatto, tutti gli album dei Nostri suonano acustici o semielettrici, moody, alterni e mai sparuti: alcune songs dovrebbero assumersi la responsabilità della perdita della partenza, ma la catarsi reiterativa del corno e delle marimbas rifocilla l’animo, meravigliosamente fatalistico, introverso, quasi confessionale. Il feeling primitivo fa capolino ovunque, coimputati ipnotici drones, spalmati con voci adamantine ed intriganti. Matematiche trasversali sottendono un disegno complessivo, sempre ben presente nella mente dell’artista: jazzjams, etnicità e folk antico non restituiscono una mescola grigiastra, ma polifonie e paesaggi remoti: i Cerberus sanno dosare suoni e tempi, arie e silenzi, con maturità ed eleganza. Homb è il capolavoro dei Cerberus, disco che li strappa dalla limitazione di nicchia cui sembravano destinati, che regala un respiro assai ampio di colori e contesti: una tavolozza d’idee ed espressioni in musica degna delle prime posizioni per una compilazione di un’ipotetica enciclopedia della musica strumentale. Genialità, originalità, ispirazione trasudano dai solchi del lavoro, sempre sperimentale ed intimista certo, ma architettato su coordinate ed impalcature solide, elaborate, equilibrate, dove chitarra, fiati ed improvvisazione percussiva snodano le secche dell’incompiuto e confezionano brani quadrati, riconoscibili, determinati. Inetichettabile e frikkettone, l’album si giova di sonorità tipiche della new age, ma le partiture folk ed etno, gli adagi jazzy, le melodie orchestrali frantumano i generi ed una ricognizione stilematica esaustiva sarebbe vana. Ancora Pink Floyd, ancora King Crimson, forse i Genesis prima maniera e la world di Peter Gabriel di Passion, ma le influenze non si contano ed i Cerberus sono abilissimi nel drenare tutte le migliori suggestioni per sincretizzare gli insegnamenti pregressi e liberare i loro psichedelici strali in una destabilizzante tour de force strumentale. Harvest invita alla meditazione e prelude ad una choreia prossima ventura, paventa l’ignoto ma respira di brezza monastica, con i refrains circolarmente polmonari, dove un coacervo d’ominidi primordiali aggeggia un collage di voci ancestrali ed archetipici; Omphalos è un post Crimson sincopato, liricissimo, dotato di un ritmo in crescendo, pulsante, una preghiera cosmica enfatizzata dalle strutture ampie dei fiati, un mandala maestoso, un flusso d’oscuro presentimento inondato d’erotica sinuosità, lisergico e folle, tarantolato da un’onirica trance speziata d’oriente: stupendo. La triade Myrrh 's si apre con una discreta presenza delle keyboards, una languida peristalsi plasmata da salmi turchesi e mediorientali. Il suo secondo movimento salta in un’oscura e malata idiosincrasia paesaggistica, dove una tromba aliena dialoga con un flauto panìco mentre il pulsare sottopelle di un basso insistente raddoppia gli squarci chitarristici per tornare, solennemente, all’ensamble strumentale collettivo. Il terzo movimento è una litania rinascimentale, dal tono esotico, criptico, surreale ed a tratti canterburiano, una sorta di campana liberatoria di mussorskiana memoria. Il manifesto dei Cerberus è celebrato; tutti i successivi tentativi di miglioramento artistico resteranno lettera morta. (8.5/10)

Dopo le sperimentazioni di Element of Structure/Permanence e la maestosità di Homb i Cerberus, spingendo la tecnica di esecuzione al limite, in Crash My Moon Yacht si fanno apprezzare soprattutto per il collage-sound dalla strumentazione riccamente etnica, un’orchestrazione implementata dall’uso intelligente e discreto dell’elettronica, mista a suoni naturali, che crossoverizza i territori floydiani richiamandone l’universo ctonio, terrestre. L’avanguardia promulga nuovi confini, tra Third Ear Band e Robert Wyatt, ricollocando le membrane auditive in un terzo orecchio di matrice europea (Can, Ash Ra Temple, Massacre, Frith, Cora). I Cerberus allignano ormai nei contesti definitivamente indie e la categoria d’appartenenza somministrata dalla critica diviene una melted-theory definita come post-rock tribale (Gabriel, ancora, insidiato dal solco Tortoise, smaliziati entrambi da reminiscenze Matching Mole-Soft Machine). Breathing Machine si slancia, epica, con la chitarra lead che taglia cristallina l’impasto etnico del tappeto di farfisa, banjo, xilofoni, trombe, flauti, sitar, tanto bene da non sfigurare tra gli scaffali di un purista dell’electric jazz. Elle Besh potrebbe essere una composizione di Paolo Fresu assieme ad Eberhard Weber, screziata solo dai soffi esistenzialistici di una voce nasale dall’afflato mertensiano. Long Winded, come da titolo, soffia costante tra venti dominanti nei mari della Turchia ed il flauto si eleva esclusivo, per l’incanto di Dervishi in meditazione. Yes Sir, No Sir è una composizione importante, nel senso che prelude all’impostazione dei futuri lavori e, segnatamente, di The Land We All Believe In: una maggiore attenzione per il canto e la tecnica vocale, amplificata da impressioni albioniche dall’art-rock dei Seventies. Tale passaggio stilematico determina, secondo noi, una flessione dell’impatto corale del collettivo e sminuisce le inclinazioni naturali degli strumentisti, circoscritte nei pertugi residuati dall’invasività e dagli echi delle voci. Asphodel è una vera e propria forma canzone, modulo tanto raro per gli Shoal; tributo a Wim Mertens e Robert Wyatt, il brano, acustico, chiude l’ottimo capitolo con delicatezza, armoniosità e dolcezza. (7.5/10)
Il singolo che non ci si aspetta. D’accordo che dai Cerberus nulla arriva scontato, ma il materiale dei due brani in oggetto disorienta al primo ascolto: una free form locale ed improvvisata (aiutati dalla local band Tarpigh) che evolve in qualcosa d’inaudito per lo stile di una formazione che aveva abituato l’ascoltatore al fluire lento del folk alieno. Un feeling assolutamente nuovo calca i solchi del CD; in Garden Fly una seriazione di voci sovrapposte, ritmiche, riflette una regola corale di concepire l’armonia assai inusuale, che ti sbatte in faccia potenza ugolare per tutto il brano, attraverso e sopra le note, per estinguersi in un botto spruzzante un magma appiccicaticcio, tessuto dalle percussioni e da strumenti spompati. Drip Eye è una cacofonica atmosfera assai confusa, dove le voci collimano collettive e noise, sullo stile Tarpigh, che palesano il tentativo di affrancarsi dallo stigma psichedelico degli inizi, avviando le composizioni verso una svolta che, per quanto ci riguarda, stona con la sublime cerebralità che li rese originali. L’eccessiva aggressività delle voci, l’esposizione alla reiterazione mantrico-pop, la lezione demodé dedotta dai Can, i territori sonici e sperimentali vicini a facili cliché modernisti ed affettati, la pseudocreatività trasversale, piuttosto trita e dozzinale, relega la prova alla stagnazione. (4.7/10)

Mr. Boy Dog è un magistrale doppio che riassume il caleidoscopico percorso artistico degli Shoal, esemplificandolo in circoscritte microelezioni, come le pillole di tecnica chitarristica (Frank Zappa) in Stumblin' Block, sassofonistica (Albert Ayler), minimalistica (Terry Riley) in Nataraja, attraverso patterns world (Camel Bell) estranianti ma tradizionali per una band che torna a guardare al passato. Sciarade soniche e vociaschi paradossali dissuonano tra fanfare, organi ed orgasmi sciamanici. Bellissimo. Non un’antologia per ricordare, ma per ricominciare. Il loro secondo capolavoro: un ricettario che proviene da una silenziosa tensione mistica che aleggia nella matrice panteista dello stile di vita dei singoli membri della band. Il soffio della tromba in funzione mitopoietica, vellutata e conturbante, avvolgente e misteriosa, che si estingue dolcemente tra le pieghe della mutezza, della fine (Unmarked Boxes) è il controfattuale dell o stato di grazia, testimoniato dall’accatastarsi d’idee e dal proliferare di temi assai variopinti, una tavolozza d’opzioni ed una varietà di temi, tra ambient e trash, mediati da lirismo floydiano e cerebralità phishiana, condita di stranezze cui, certo, la band ci aveva abituato, ma segretamente ed insospettabilmente avveduta, rivitalizzate e rimodulate nello stle classico/moderno del folk-jazz strampalato e maledettamente intrigante. In An Egypt That Does Not Exist deflagra, infine, la straordinaria versatilità del gruppo, che si espone con un’erosiva ed ipnotica quadratura polivocale, annodata ad un flebile flauto e a drones alla Angel’s Egg, sebbene, il lettore ci perdoni, c’eravamo dimenticati di segnalarlo, la creatività aliena e la curiosità deviata del menestrello David Allen informa fin dagli esordi la filosofia musicale dei nostri.
Un Must. (8.3/10)

Il lavoro del 2003 perde molta della sostanza recuperata dalla seconda vita di Dog, scarnificandosi in perifrasi da balera e sculture macchiettistiche di maniera, anche se il tratto lisergico e free form permane in tutti i solchi.
Apatrides è una costruzione debitoria di Cp. Beefheart and Magic Band, abbastanza demenziale da ricordare i Residents ma incisiva quanto una stilla d’acqua, aggrovigliata ed involuta, priva di un vero guidando ed improvvisata da poca ispirazione. Resta tuttavia uno dei capisaldi dell’album, se è vero che Mrs Shakespeare Torso declama un rumorismo scontato e scotto, cacofonie gratuite e malizie soniche, ingenue quanto prevedibili; Sole Of Foot Of Man è una marcetta funebre dall’organetto marcescente dove i Krayola copulano con le Voci Bulgare; A Paranoid Home Companion si limita al recitativo vocoderizzato, dritto dritto da Alifib, capolavoro di Wyatt; gli Art Bears, Zappa ed i Massacre plagiano Ouch: Sinti, Roma, Zigeuner..., brano alienato e frikkettone, mentre Story #12 è talmente rarefatta e casuale da non lasciar traccia nella memoria, a causa della sua flessibilità, tanto estrema quanto sterile. La finale Scaly Beasts vs. Toy Piano prova a chiudere in bellezza con uno scheletro di carillon, marimba e campane tubulari, di segno minimalista, ma che langue in un miagolio preconfezionato e stantio. (5.0/10)

Strapazzati dalla critica per il passo falso del precedente lavoro, dal profilo imbarazzante, i Cerberus ci riprovano con un nuovo caleidoscopio d’eterogenei lampi avanguardistici e folkeggianti, ma si capisce che gli splendori del passato non ritorneranno, sebbene gli ingredienti e le idee non manchino. Troppa carne al fuoco, anzi. Rumorismo, ambient, folk, elettronica, rock sinfonico, improvvisazione, pseudopsichedelia classica, cosmic rock. Il “chi più ne ha più ne metta” lo evitiamo per dignità, onde evitare di declamare l’odiatissima etichetta di “progressive”. L’etno e Canterbury sono ancora più vicini ed il flusso di coscienza dei Soft Machine architetta la suite con cui percussioni e piatti tibetani fanno esordire l’album. Cloud No Bigger Than a Man's Head suona invece come uno scacciapensieri elettrico cui avanza un falsetto alla CSN&Y; seguono geometrie copiate da Henry Cow, in ogni caso i migliori 13 minuti del disco, imperniati sul catartico suono della marimba. Ad un trittico di stupid songs di riempimento fanno posto, dunque, arie turche, afghane, greche, enfatici esorcismi e lunazioni desertiche (Tekel Upharsin), mentre in Nonex un “gatto strinto all’uscio” – come si direbbe dalle mie parti – strazia per 10 minuti santissimi, prima di evolvere frippertronicamente (Marimus). Head No Bigger Than a Man's Cloud chiude il debole Bastion of Itchy Preeves: forse, l’unica canzone rock in senso pieno che si dia nell’intera produzione Shoal. (5.8/10)

Quanti album deve realizzare una band prima che il mondo ne benefici? Forse dodici, come assommano i Cerberus Shoal, con l’ultima fatica registrata nel 2004 ed in via di pubblicazione? I Cerberus vivono dal 1994 ma la logica musicale dei primi, bellissimi lavori è perduta per sempre. Con The Land We All Believe In gli strali luminescenti lasciano il passo all’esecuzione micrognomica cara a Cora e Frith, dove l’amalgama del processo musicale – talvolta spiritualista, altrove politico o satirico – catapulta l’ascoltatore attraverso ogni sorta d’emozione, nell’universo globale dell’astrazione, della melodia, del ritmo e della psichedelia cosmica. Immaginate i Pixies e John Lennon invitati a comporre una soundtrack condotta dai Sonic Youth e Robert Smith per un film su Burroughs diretto da Lynch e Jarmusch, scritto da Freddy Perlman ed avrete un’idea dell’essenza dei suoni scaturiti da questo lavoro. La title track apre l’album con una rada elegia melodica trapuntata dai deliri vocali paranoici di Colleen Kinsella ed Erin Davidson, vicina ai Low ma senza valium. Davidson carica il mood in Wyrm, con l’assistenza della new entry Tim Morin alla marimba ed ai timpani, mentre Sutherland assesta un tono vocale inaudito, forse proveniente dalle desertiche pieghe della mente, incoraggiato dagli accordi dance e dall’incedere crescendo. In Pie for President fanno breccia reminiscenze zappiane, stupid songs ed anche gli Who di Sell Out. Aleggiano gli Henry Cow nella quarta traccia mentre Wyatt recita le litanie degenerate di Rock Bottom trattenute da note suicide. Il collettivo ora mostra la strada dell’insegnamento e della speranza eterna, fatta d’accordi spuri e dispari. La composizione, notevolmente decostruita, stende un tappeto rosso verso i lidi della schizotipia interiore, dove il dialogo con se stessi assume i contorni simili all’attesa in sala operatoria.
L’inevitabile finale – Parachute – offre un sorprendente upbeat delicatamente incerto, visto che il coro sussurra sommessamente “We are falling around…”, ecatombe che non si avvererà sino a quando ci reggeremo l’un l’altro sulla terra in cui crediamo. La fusione metafisica dell’arte-folk degli Shoal richiama le muse del passato, creando il rituale magico della storia dell’umanità che, col sangue, genera ordine dal caos. (6.0/10)

Incontro Chriss, Caleb, Tim, Colleen e Karl (Erin è assente perché bloccato all’aereoporto di New York per non so quale problema con l’erario statunitense….) placidamente accomodati sull’improvvisato scenario dell’Elettropiù di Firenze. I cinque, riconoscendomi quasi per magia, mi chiamano per nome e si dispongono amichevolmente in una sorta di circolo umano dove, come in un ring di simpatetica dialettica, sono sottoposto ad una sequenza di carinerie, sorrisi, doni, attenzioni e subissato di domande sulla scena musicale italiana. Colpisce il casual della postura e la giovane età dei componenti, assolutamente insospettata stando alla densità e maturità della loro musica. Facendo slittare di un paio d’ore il concerto, cui assistono poche decine di spettatori, a causa della totale mancanza d’informazione cittadina intorno all’evento, scopro l’anima, dolce e caparbia assieme, dei leaders Chriss e Caleb, che monopolizzano l’intervista, sebbene l’elegante Colleen intenda spesso spezzarne il circolo vizioso….
Al Liceo, come tutte le band che si rispettino! Eravamo assolutamente stufi di quell’inutile vita da studenti, che abbiamo sopportato solo perché gia suonavamo.
Sì, ma il nostro riferimento restano i Red Krayola. Non siamo nostalgici dei primi lavori e lasciamo che la coscienza e la sensibilità di ognuno dei sei musicisti contribuisca all’emergenza del prodotto finale, che non consideriamo mai definitivo o cristallizzato in una forma compiuta e matematica. Ogni performance, ogni concerto è diverso e le composizioni si adattano ed evolvono mentre le eseguiamo. Così, seguendo esse stesse, siamo noi ad imparare, ad “essere prodotti” dalle nostre musiche.
Com’è ovvio immaginare, non è Bush il nostro referente per ciò che concerne un ideale politico. Non siamo una band politicizzata ma appare chiarissimo che il ricorso ad una strumentazione internazionalistica ed il fluire libero delle idee richiama un approccio libertario che, dalla musica, alimenta ed attraversa le nostre vite. Pur non costituendo una comune in senso stretto, trascorriamo i nostri giorni sempre molti vicini, accomunati dal minimo denominatore della musica certo, ma imparando tolleranza, osmosi, dialettica.
Lo è stato abbastanza spesso. Facciamo musica, non filosofia, e tanti sproloqui non ci sembrano opportuni. Pare che i critici avvertano qualcosa di più profondo, nella nostra musica, di quanto noi stessi intendiamo perseguire. Siamo ovviamente contenti quando veniamo incensati e ci dispiace quando Scaruffi ci strapazza, ma non abbiamo un reale rapporto con la critica, nel senso che non la snobbiamo ma neppure ci curiamo di seguire mode, mercato e vendite.
Ogni intervento strumentale è curato nei minimi dettagli, ma l’enfasi, la personalizzazione del contesto dipende dall’umore, dallo stato d’animo dell’esecutore. Scriviamo i pezzi ma lasciamo libertà coscienziale all’interpretazione. La nostra musica va somministrata più al corpo che alla testa. Se le viscere della vostra pancia entrano in vibrazione ne saremo felici, altrimenti avete sbagliato serata. Caso e caos fanno parte del nostro credo religioso pagano, ma pure causa e determinismo: non abbiamo etichette, non ci piacciono le impostazioni generali, ricorriamo all’intuito ed all’identificazione corpo/mente.
L’improvvisazione è signora e padrona della nostra tavolozza sonica. Chi non sa improvvisare non sa suonare. Pensiamo di disporre di una buona tecnica strumentale ma c’è ancora molto da fare ed improvvisare è esporsi nudi al fuoco del nemico.
AAAH! Odio Frank Zappa (Caleb s’inserisce prepotentemente…).
Conosciamo la scena Canterburyana degli anni Settanta, cui guardiamo con reverenza, ma le radici vanno piuttosto trovate nella musica mediorentale, turca, nordafricana. La musica dei popoli, in senso stretto, non ci riguarda: ci reputiamo un gruppo rock a tutto tondo, indipendente, ma rock. L’etnomusicologia è una cosa seria, noi siamo poco seri. La nostra musica può avere una valenza catartica, può anche far ballare, può liberare dai pensieri per qualche ora, e per noi sarebbe più che sufficiente.
Grandissime. Stasera (Firenze, Elettropiù – ndr) ci sono pochissime persone ma non so dire se dipenda dalla nostra musica o dal locale. In generale, tutta la tournèe italiana ha avuto difficoltà organizzative, di spostamento, di localizzazione degli eventi e di preparazione. Spesso non riusciamo a provare prima del check-sound, ma non possiamo trasportare i nostri strumenti dagli USA. A Ravenna suoneremo in un festival (coi Red Krayola, ndr) e speriamo che l’organizzazione sia migliore.. d’altra parte le nostre richieste sono molto limitate.
Altra nota dolente. Non sappiamo come risolvere il problema della distribuzione indipendente. E’ Wide che, normalmente, si prende carico dei nostri lavori in Italia. Questa distribuzione lavora molto bene ma sono i costi di spedizione che ci uccidono, specialmente quando dobbiamo valorizzare un single od uno split. Dobbiamo pensarci, anzi avresti una soluzione?
E’ vero. Non ci avevamo pensato…
I live non hanno misura. Niente scalette, niente direttive preliminari. Sappiamo cosa e quando accordare, basta guardarsi in faccia. Nella dimensione col pubblico l’appartenenza è totale. Se possibile, passiamo letteralmente in platea, tocchiamo, “spolveriamo” chi ci ascolta. La dimensione teatrale dei concerti non viene mai dimenticata: sarebbe un morire lentamente. Tutti i membri del gruppo assumono posture che possono sembrare, in prima istanza, degne di misura seriosa; in verità la musica, letteralmente, ci possiede, ed i nostri muscoli facciali vengono per così dire guidati dal canto della musa…
NO!!! Ogni cosa ha il suo tempo. Niente avviene per caso e tutto avviene per incidente. Biografia e discografia sono la medesima scansione temporale di un’ontogenesi che, appartenendo individualmente ad ognuno di noi, nasce dal tempo comune, cui tutti siamo sottoposti.
Tornare presto a suonare in Italia in condizioni ottimali, perfezionando la comunicazione, adottando un circuito indipendente ma collegato col pubblico.