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cLOUDDEAD / Anticon

di Daniele Follero
Incontro con Yoni Wolf, al suo ritorno come Why? (insieme al fratello Josiah e Doug McDiarmid) con il secondo album Alopecia, una prova convincente in cui il trio si  mostra più a suo agio con il passato, riprendendo l’hip hop degli esordi. Di questo ed altro abbiamo parlato con Wolf.
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Yoni Wolf / Why?Pop. Why not?

di Daniele Follero

Dalla scissione dei cLOUDDEAD, l’anima più pop del trio di Oakland, Yoni Wolf aka Why?, nativo di Cincinnati, ma approdato giovanissimo nella città californiana, ha provato a fare le cose da solo, mettendo su un progetto insieme al fratello Josiah e Doug McDiarmid. Una vera e propria band, anche se tutto, in realtà,  gira attorno alla sua figura carismatica, tanto da far pensare ad un solo project. L’esordio fortunato, ma non pienamente soddisfacente di Elephant Eyelash, per chi riponeva più di una speranza nella “moltiplicazione dei cLOUDDEAD”, ha rappresentato non uno, ma due passi indietro rispetto alle arditezze del passato: frasi semplici, ritornelli moto orecchiabili, che a volte funzionano a meraviglia,altre no, l’hip hop appena sfiorato, canzoni che starebbero benissimo (e magari gli donerebbero un po’ di freschezza in più) in uno degli ultimi album degli U2, una voce fragile, mai sopra le righe, a tratti ingenua e delicata. La seconda prova del trio appare senz’altro più convincente nella sua maggiore complessità. Un album più completo, Alopecia, che, dopo una fase di rottura con un passato difficile da scrollarsi di dosso facilmente, si guarda indietro con più disinvoltura, rivalutando l’hip hop, trascurato nel primo album. Avevamo un po’ di cose da chiedergli. Lo abbiamo fatto.

Yoni, subito una curiosità: da dove viene il nome WHY? A quale domanda volevi rispondere?

Lo si può intendere come una grande domanda dal finale aperto, una sorta di risoluzione di ciò che non si conosce. E una parola alla quale arrendersi.

Hai fatto parte di quella sorta di “rivoluzione” in ambito hip hop chiamata cLOUDDEAD. Questo lo sanno in molti, ma pochi conoscono il tuo passato…

Prima che si formassero I cLOUDDEAD, Adam (Doseone) mi aveva introdotto all’hip hop underground, quello disponibile solo attraverso la distribuzione di audiocassette pirata. Di quelle cose che suonano come rumore bianco con qualche accenno di beats e il rapping brillante di qualcuno. Mi piaceva molto quel periodo. Ci mettemmo a fare anche noi quelle cose, registrando nastri con il vecchio Sharp di mio padre per poi mandarli a P-minus a San Francisco per farli distribuire. In quel periodo ascoltavo anche molte registrazioni di reading poetici: Dylan Thomas, Galway Kinnel, Marilyn Hacker, Philip Levine.

Più in generale, qual è la musica con la quale sei cresciuto?

Sono cresciuto ascoltando musica religiosa e successivamente il Christian glam metal (Stryper) [finalmente qualcuno che li ricorda! N.d.i.]. Ma la prima musica che ho “toccato con mano” è stato il rock classico. Ricordo che ascoltavo il rock anni ’60 e ’70 alla radio quando avevo più o meno 13 anni e ne ero molto coinvolto. Bob Dylan, Beatles, Bowie, gli Stones, Zombies… quella roba lì.

Forse questa domanda te l’hanno fatta già in molti: perché avete deciso di concludere l’esperienza cLOUDDEAD proprio nel momento migliore?

Era come se cLOUDDEAD avesse fatto il suo corso e qualsiasi continuazione sarebbe nata da ragioni sbagliate. E’ vero, se avessimo lavorato di più sulla promozione del secondo album [Ten, N.d.i.] (tour, interviste ecc…), sono sicuro che avremmo avuto un buon successo e avremmo potuto vivere una vita tranquilla. Ma resta il fatto che tutto ciò non era più divertente. Tutti e tre, dopo un po’ non ne potevamo più, era diventato più un lavoro che una passione (almeno per me). Pensavo che fosse arrivato il tempo di smetterla e lavorare a qualcosa che sentivo di più: WHY? per l’appunto.

Come definiresti la parola “pop”? Qual è il tuo rapporto con questo grande calderone definito pop music?

Non penso sia compito mio definire questi termini, sei tu il giornalista! Questi termini servono a voi per categorizzare e descrivere le cose. Il nostro compito di musicisti è comporre musica onesta che provenga da un luogo reale dentro di noi. Se ci mettiamo a pensare a queste categorie mentre lavoriamo, rischiamo soltanto di fare confusione. Detto questo, ci piace usare melodie accattivanti e arrangiamenti e produzione brillanti, per rendere la nostra musica digeribile e facilmente memorizzabile. Immagino che questi possano essere considerati elementi del pop..

Quanto è importante per te accrescere il pubblico? Non ti spaventano un po’ l’industria della musica e le masse?

No, non mi spaventano, né l’industria nè le masse. Penso che se resti con la testa sulle spalle e mantieni un certo grado di cinismo riguardo alla situazione, puoi mantenere la tua personalità, nonostante una fama considerevole e le pressioni del mercato. E’ vero anche, però, che è difficile trovare una persona rimasta indenne dalle conseguenze di quel risucchio.

Senti di appartenere ad una particolare scena musicale?

Mi sono sempre sentito un outsider, in tutti gli aspetti della mia vita e la musica non fa eccezione. In fin dei conti, sono sempre IO, non LORO.

Vivi ancora ad Oakland? Com’è fare musica negli U.S.A. lontano da megalopoli come New York e Los Angeles?

Sì, vivo ancora qui e penso che se sei un musicista per natura puoi lavorare dovunque tu voglia. Ogni posto in cui sei influenzerà il tuo stile e i contenuti di quello che fai, ma sarai sempre in grado di farlo.

Il vostro nuovo album mi è sembrato più orientato verso l’hip hop rispetto a Elephant Eyelash. E, in più, in questo periodo sei tornato a collaborare con Odd Nosdam e Doseone. Stai per caso pensando di tornare sui tuoi passi?

Direi che, in effetti, c’è molto più rap di quanto ce ne sia nelle precedenti release di WHY?. Non direi però che stiamo cercando di guardarci indietro né stiamo lavorando guardando al passato. Piuttosto, ci siamo spostati verso una direzione completamente nuova.

Come lavorate in studio?

Ogni album, ogni canzone, è differente, ha un suoi iter e una sua storia. Nel caso di Alopecia, ho registrato versioni demo di quasi tutte le canzoni, contenenti idee sull’arrangiamento e la produzione, prima di farle ascoltare agli altri ragazzi. Siamo partiti da quelle idee e le abbiamo arricchite provando i pezzi insieme, aggiungendoci lo stile personale di ognuno di noi. Infine siamo andati in studio e abbiamo registrato i brani principali tutti insieme, per poi in seguito lavorare sulla post-produzione.

Elephant Eyelash è stato pubblicato quasi tre anni fa. Cosa avete fatto durante questo lungo periodo?

Siamo stati molto in tour, abbiamo scritto le canzoni per Alopecia e per il prossimo album e abbiamo registrato e mixato il tutto..

Quanto sono importanti le parole nella tua musica? Ci dici qualcosa sui tuoi testi?

Le parole sono estremamente importanti per me. Immagini e fili di parole mi arrivano quando meno me lo aspetto, le trattengo in mente e poi le scrivo. Poi torno indietro, metto insieme ciò che ho scritto e correggo tutto, tagliando senza pietà. In seguito immagino una melodia che potrebbe accompagnare i versi o un ritmo sul quale possano essere “parlate”, se necessario aggiungo qualcosa ed ecco la versione grezza di una canzone!

Come mai hai scelto il nome Alopecia per il disco? Ha qualche significato simbolico questa parola?

“Alopecia” è una metafora personale. Riguarda il modo di rivelare ogni angolo brutto e insicuro di me stesso, senza orpelli.

Ho trovato Alopecia più complesso rispetto all’album precedente: rock, electro, hip hop, songwriting, sono mescolati insieme e incollati tra loro dalle strutture melodiche. Mi sbaglio? Quali sono per te le principali differenze tra i due album?

Sono d’accordo con te sul fatto che Alopecia sia un album più meditato e maturo in termini di scrittura e produzione, rispetto ad Elephant Eyelash. Ma è anche molto più minimale nel concentrare l’attenzione su alcuni elementi importanti, sviluppandoli in profondità. E’ questa l’idea principale. Spero abbia funzionato.

Come sono cominciati I tuoi rapporti con la Anticon? Come va oggi?

Conobbi un gruppo di ragazzi verso la fine degli anni ’90. Alcuni di loro diedero vita ad un’etichetta discografica per produrre tutta la nostra musica che, altrimenti, non avrebbe visto la luce in alcun modo. Oggi, il mio grande amico Shaun continua a portare avanti l’etichetta e lavora davvero duro.

Stai lavorando a qualche altra collaborazione a parte i tuoi progetti solisti?

Al momento sto lavorando ad un brano con Alias per il suo nuovo album. Ho anche fatto una cover di Bob Dylan per uno split 7” con Cryptacyse.

Siete stati a suonare in Italia. Come ti è sembrato il nostro pubblico?

Il pubblico italiano mi ha dato l’impressione di essere, allo stesso tempo, osceno e coinvolto, rauco ed entusiasta. Ci siamo divertiti tantissimo nel vostro paese e non vediamo l’ora di ritornarci!

Sarà vero?...

 

  • Pop song
  • The keen teen skip
  • Rhymer’s only room
  • The velvet ant
  • Son of a gun
  • Rifle eyes
  • Dead dogs two
  • 3 Twenty
  • Physics of a unicycle
  • Our name

Clouddead – Ten (Big Dada / Goodfellas, marzo 2004)

di Daniele Follero

All’inizio degli anni ’70, con estremo stupore di molti, David Bowie, già “ex” Ziggy Stardust, gridava “Il rock è morto” quando questa musica godeva del suo periodo più maturo. Per Bowie il rock aveva perso la sua attitudine originaria, trasformandosi in qualcosa di più indefinito e vago. I cLOUDDEAD potrebbero benissimo urlare la stessa frase riferendosi all’hip hop, che hanno contribuito a superare, e dunque a seppellire, insieme a molti compagni della Anticon.
L’ uscita di Ten ha un significato molto importante sia per la carriera dei cLOUDDEAD, sia per la storia dell’hip hop. Per il trio americano rappresenta il primo disco di inediti (l’omonimo album d’esordio era una raccolta di singoli già pubblicati), ma anche l’ultimo lavoro: appena arrivata alla maturità, con Ten la band annuncia già la propria fine. Per l’hip hop, il disco è invece un punto di svolta epocale e, al contempo, la messa in discussione di tutti i limiti di genere costituito. Tanto che, riferendosi alla musica dei cLOUDDEAD, si potrebbe anche evitare di nominare l’hip hop, se non per citare uno degli elementi costitutivi di un sound che sfugge alle definizioni.

La ricerca vocale e sonora di Ten, partendo dal semplice rapping per arrivare a costruire nenie e filastrocche cantilenanti con il gusto per la rima surreale; la fusione di atmosfere ambient con beats tipicamente hip hop; l’incontro tra sonorità lo-fi e fraseggi melodici gustosamente pop: sono tutti tentativi di superare la musica di genere degli ultimi dieci anni. Post, dunque? Mah…, diciamo pure che il sound dei cLOUDDEAD è più vicino alla definizione di post-rock che a quella di hip hop, nel tentativo di rendere artistico il suono moderno attraverso un nuovo approccio critico al sound di più generazioni.

Abbandonate quasi del tutto le costruzioni anarchiche dell’album precedente in favore di una maggiore linearità, Ten si apre con il ritmo incalzante e lento dal sapore trip-hop di Pop song, che quasi subito lascia il posto a un ritornello strumentale di natura del tutto diversa. Sensazione di straniamento. Buon biglietto da visita, ma è solo l’inizio. L’eterogeneità è una delle caratteristiche distintive del sound del trio, ma non l’unica. L’estremo interesse per le parti vocali, altra importante peculiarità dell’album, è legato a una serie di artifici tecnici geniali, come in The teen keen skip, costruita su una filastrocca il cui ritmo fa da struttura di tutto il pezzo, mentre in Rifle eyes le voci di Doseone e di Odd Nosdam si incrociano in una sorta di contrappunto rap dall’affascinante plasticità.

Un certo sentore di psichedelia pervade tutto l’album, e questo potrebbe rappresentare un ulteriore elemento che avvicina i cLOUDDEAD alle dinamiche del post- rock. Specialmente in alcuni episodi (The velvet ant, Son of a gun) si nota quanto Odd Nosdam, Why? e Doseone siano debitori allo stesso modo dell’elettronica anni ’70 e dei Cypress Hill. Il singolo scelto, Dead dogs two, è inevitabilmente il momento più leggero di tutto il disco, ma si tratta di un brano pop di tutto rispetto, che non scade mai nella banalità, pur conservando una struttura da canzone e un ritornello ben marcato e ripetuto a dovere. Our name, che precede l’immancabile ghost-track a chiusura dell’album, fa riflettere su quanto sia stato importante un personaggio come Tricky per l’evoluzione dell’ hip hop.

L’infinità dei riferimenti che si può rintracciare nella musica dei cLOUDDEAD non ne sminuisce l’originalità nel saper trasformare e amalgamare influenze musicali tanto diverse. Qualcuno lo ha definito avant-hop e forse non a torto, visto che l’attitudine avanguardista nei confronti dell’hip hop è alla base della musica del trio di Oakland, pur essendo solo un punto di partenza che si disperde presto in una musica difficilmente codificabile. (8.0/10)

  • Untitled one
  • Refreshing beverage
  • Choke
  • Small mr. man pants
  • Untitled two
  • 11th ave. Freakout pt. 1
  • 11th ave. Freakout pt. 2
  • Clouded
  • Untitled three
  • Gun
  • Upsetter
  • Flying saucer attack

Odd Nosdam – Burner (Anticon Southern / Goodfellas, settembre 2005)

di Daniele Follero

Dallo scioglimento dei Clouddead sembra che, paradossalmente, la Anticon abbia tratto beneficio e non solo in termini di produzione, ma anche artistici. È come se l’anima del trio di Oakland si fosse moltiplicata, esplodendo come a seguito di un big bang e liberando le diverse componenti che tenevano insieme una delle formazioni più interessanti del nuovo millennio. La formula che univa il sofisticato rapping di Dose One alle elaborazioni sonore e i campionamenti di Why? e Odd Nosdam, nel momento stesso in cui si è sgretolata, ha liberato le capacità individuali dei tre musicisti, scomponendo ciò che era una compatta e compiuta unità, in tre elementi che hanno assunto una propria fisionomia. Le produzioni, che già fioccavano numerose parallelamente ai Clouddead, si sono moltiplicate: progetti individuali, ep, collaborazioni in perfetto stile-Anticon e cioè, nella massima libertà compositiva.

Dopo gli esordi di Why? e la felice collaborazione di Dose One con Boom Bip nei Themselves, tocca a Philip Madson (alias Odd Nosdam) firmare il suo esordio. L’anima più introspettiva del trio si mette in luce raccogliendo materiale registrato nell’arco di sette anni (dal ‘98 al 2005), prevalentemente in casa e avvalendosi di ospiti d’eccezione come Mike Patton e Liz Hodson, la sua amante, oltre a farsi aiutare da nomi noti della scuderia Anticon come Martin Dosh.

Il risultato è interessante: la predilezione per suoni lo-fi (fruscii e rumorismi vari) richiama lontanamente l’esperienza precedente, mentre i suoni tenuti che fanno da sfondo a mo di tappeti sonori e la prevalenza di ritmi lenti e trascinati danno un respiro particolarmente “ambient” al disco.

Un disco che percorre inesorabile i suoi cinquanta minuti senza soluzione di continuità giocando con gli accostamenti più improbabili: Small mr. Man pants con i suoi campionamenti di fiati sfuma in una coda di rumorismi e campionamenti confusi; 11th ave.freakout part 1 mescola voci fruscii e tastiere e sfocia (nella bellissima part.2) in uno dei brani più strutturati dell’album. Batteria dal vivo, violini, basso e chitarra, accompagnano la voce di un ispirato Mike Patton in stile Faith No More, autore anche del testo. La Hudson compare in Clouded, sussurrando melodie senza parole su uno sfondo noisy e precede l’ultima delle voci soliste presenti nel disco, quello di Jessica Bailiff, che con un canto ricolmo di effetti di ogni genere da vita al brano che ha tutta l’aria di un potenziale singolo, forte di una struttura molto più lineare e orecchiabile rispetto al resto.

Superato l’esame da solista, Odd Nosdam, senza i Clouddead, radicalizza il suo linguaggio attraverso un sound che si propone come diretto discendente del trip-hop nell’era del glitch. Ne viene fuori un ritratto calmo, forse troppo flemmatico, di un artista che ha già superato totalmente l’esperienza dell’hip-hop per qualcosa di nuovo, ma ancora poco definito. (7.0/10)

  • Crushed Bones
  • Yo Yo Bye Bye
  • Rubber Traits
  • The Hoofs
  • Fall Saddles
  • Gemini (Birthday Song)
  • Waterfalls
  • Sand Dollars
  • Speech Bubbles
  • Whispers Into The Other
  • Act Five
  • Light Leaves

Why? – Elephant Eyelash (Anticon, 2005)

di Daniele Follero

Che la fine dei cLOUDDEAD abbia portato alla scissione di quell’anima una e trina che ha generato due tra i migliori dischi di inizio millennio, lo si era già notato nell’esordio solista di Odd Nosdam e nella miriade di progetti solisti messi in campo con una disarmante prolificità da Dose One. Una scissione che ha messo in risalto gli ingredienti costituenti il sound del trio: da una parte l’ambient, dall’altra l’hip hop più sperimentale e avanguardista. Ascoltando Elephant Eyelash si capisce subito da dove proveniva quel terzo elemento, quella spiccata vena melodica e più sinceramente pop che caratterizzava Ten.

Un tentativo spiazzante quello di Yoni Wolf aka Why?, che si improvvisa cantautore. Un tuffo nel pop che si lascia alle spalle le esperienze precedenti in maniera più radicale rispetto agli altri due ex compagni d’avventura.

Il musicista di Oakland non si allontana mai dalla forma canzone, dando molto spazio alla chitarra e al pianoforte, ma senza tralasciare le tessiture elettroniche in perfetto stile Anticon. Un azzardo per la stessa etichetta newyorchese, che per la prima volta promuove un album molto lontano dai suoi pur molto ampi confini musicali.

La delusione di chi ha amato i cLOUDDEAD potrebbe essere molto forte al primo ascolto. Eppure (almeno è quello che è successo a me), questa delusione lascia il posto molto velocemente al sincero e piacevole sentimento di leggerezza che può suscitare un buon disco pop. E non dico avant perché la parola non gli si addice.

Frasi semplici, ritornelli poco arditi ma che spesso funzionano a meraviglia (Rubber Traits), l’hip hop appena sfiorato di Crushed Bones, canzoni che starebbero benissimo (e magari gli donerebbero un po’ di freschezza in più) in uno degli album degli U2 (Gemini; il riff di chitarra di Sanddollars che sembra quasi campionato da Zooropa), una voce fragile, mai sopra le righe, a tratti ingenua e delicata.

Non mancano le banalità (le romanticherie un po’ sconclusionate di Yo Yo Bye Bye), compensate ampiamente dalle atmosfere un po’ più tese di Waterfall, il pezzo che più ricorda il recente passato di Why?.

Alla luce di questo esordio il signor Wolf sembra avere buone possibilità, viste le premesse, di uscire dalla penombra in cui amano muoversi gli artisti della Anticon e proiettarsi verso un pubblico più indifferenziato e meno radicale. In parte ci auguriamo che questo avvenga, considerato l’apporto che la sua ottima vena di songwriter potrebbe fornire al pop. Ma che non se ne allontani troppo... (6.5/10)

  • Rubber Traits
  • Dumb Hummer
  • Pick Fights
  • Deceived
  • Rubber Traits (Video)

Why? – Rubber Traits EP (Anticon / Southern Records, 28 febbraio 2006)

di Daniele Follero

Why? dimostra di essere molto legato al formato dell’ep. Primo dall’uscita dell’esordio sulla lunga distanza, Rubber Traits è in realtà il terzo extended play della sua breve carriera da solista.

Si tratta in realtà di un maxi singolo, con tre inediti più un brano estratto dall’album, che gli dà il titolo. Di Rubber Traits si è già detto nella recensione dell’album: potenziale singolo, molto convincente e interessante al punto giusto nella sua completezza e nel suo essere piacevolmente pop.

Il resto dei brani non aggiunge niente allo stile dell’ex cLOUDDEAD. Dumb Hummer e Pick Fights potrebbero sostituire qualsiasi brano di Elephant Eyelash come se fossero pezzi intercambiabili di un lego, mentre Deceived è un tentativo un po’ inutile di riproporre le sue radici hip hop. Da aggiungere, un video di Rubber Traits, forse l’unica vera plusvalenza di un disco che può essere considerato nient’altro che un “allegato” dell’album uscito da qualche mese. E che per questo si merita lo stesso giudizio e lo stesso voto. (6.5/10)

  • To Buy a Car
  • All Day Breakfast
  • No Solution
  • All Around
  • Trashin’
  • Sweet Cream In It
  • Soft Money, Dry Bones
  • Know You Don’t
  • Wmd
  • Mislead
  • Nice Last
  • Chipmunk Technique

Jel - Soft Money (Anticon, 2006)

di Daniele Follero

Aiuto! Dov’è finita la spinta innovatrice della Anticon, l’etichetta finora più sperimentale in campo hip hop? Dov’è finito il buon esempio dell’ Anti Pop Consortium, che alla fine del decennio passato aprì la strada a un hip hop che andava al di là della sua più diretta funzione comunicativa, interessandosi alla produzione musicale come mai prima?

Dopo le buone (ma non buonissime) prove degli ex cLOUDDEAD Odd Nosdam e Why?, che hanno decomposto l’anima del fu-geniale trio, con il nuovo lavoro in studio di Jel l’etichetta statunitense fa un passo indietro. Anzi due.

Soft Money non è un disco brutto, per carità. Siamo comunque di fronte ad un’offerta musicale di tutto rispetto, ma che tutto sommato non rischia proprio niente, arroccata sulle posizioni di qualche anno fa, quando qualche accorgimento elettronico abbinato al rapping faceva ancora sbiancare gli hiphoppari più oltranzisti.

Jel è bravo, ma non è virtuoso come il collega Beans, strizza l’occhio all’elettronica, ma con uno stile piuttosto manierista, cercando una via di mezzo tra l’avant-hop e l’orecchiabilità. Ne viene fuori un pastrocchio a metà tra suoni ambient e hip hop piuttosto scontato, in cui Soft Money, Dry Bones emerge per maggiore verve comunicativa e forza espressiva (non stona la vocina femminile a duettare con il rapper). Ma non basta proprio, almeno per chi si aspetta dalle produzioni Anticon molto di più che qualche buon disco. (5.5/10)

  • TheVowels, Pt. 2 
  • Good Frida
  • These Few Presidents
  • TheHollows
  • Song of the Sad Assassin
  • Gnashville
  • Fatalist Palmistry
  • TheFall of Mr Fifths
  • Brook & Waxing
  • A Sky for Shoeing Horses Under
  • Twenty Eight
  • Simeon's Dilemma
  • By Torpedo or Crohns
  • Exegesis

Alopecia (Tomlab / Wide, marzo 2008)

di Daniele Follero

Non è proprio il titolo ideale per un album pop, Alopecia. Un po’ come chiamare un disco “varicella”, “morbillo”, insomma, niente di soft. “Una metafora personale” la definisce Yoni Wolf, leader di un terzetto che sa sempre di più di progetto personale, ma che lui stesso ci tiene a definire una band a tutti gli effetti.
Il secondo album in studio di Why? fa un passo avanti ed uno indietro, rispetto al precedente Elephant Eyelash. Avanti nella complessità, indietro nello sguardo, nell’approccio, rivolto ad un passato non troppo remoto, quello dell’hip hop e, soprattutto dei cLOUDDEAD, trascurato nell’esordio, forse per una maggiore necessità di affermare la propria identità di musicista. L’impronta è la stessa: ricerca di melodie accattivanti e facilmente memorizzabili, costruzioni più o meno lineari, singoli da classifica e arrangiamenti degni di chi esperienza ne ha da vendere. A tutto ciò, però, si aggiunge una maggiore apertura alla contaminazione e, soprattutto, un accento più marcatamente hip hop, poco presente nel precedente episodio della serie.
Alopecia è una fabbrica di singoli che funzionano, ma che rischiano, come tutte le belle cose easy listening, di consumarsi presto a suon di ascolti: The Hollows (di cui avevamo già avuto modo di parlare qualche mese fa in occasione dell’uscita dell’omonimo EP), Fatalist Palmistry, la ballad Simeon’s Dilemma, sono canzoncine azzeccate in perfetto stile Why?, ma per fortuna non esauriscono l’offerta di un album che, al contrario, spazia molto, provando ad invadere più territori musicali possibili. The Vowels pt. 2, con i suoi arrangiamenti e la cura per le parti vocali varrebbe di per sé il disco, se non soffrisse di questa sorta di obbligo formale dell’alternanza strofa-ritornello, mentre These Few Presidents e Gnashville, con la loro drum machine dal suono vintage, hanno l’aria di un personale omaggio alla new wave anni ’80. Il sinfonismo aleggia in Song Of The Assassin, dalla struttura più articolata e più vicina alla fantasia compositiva dei cLOUDDEAD (come pure nel caso di Brook And Waxing), ma è l’hip hop a rappresentare il valore aggiunto di questo disco. Il rapping lento e ipnotico di Yoni è di gran lunga preferibile al suo lamentoso melodiare. The Fall Of Mr. Fifths, A Sky For Shoeing Horses Under, il rap romanticone di By Torpedo Or Crohn’s (che, in verità, ci era piaciuta di più nel remix di Dntel contenuto nell’EP The Hollows), sono la dimostrazione di cosa è capace di fare Why? quando non esaurisce tutta la sua forza creativa nel comporre ritornelli che funzionino, seguendo una strada che rende giustizia ad un passato dal quale sarebbe sbagliato volersi dissociare. (6.9/10)