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Bugo

di Stefano Solventi e Edoardo Bridda
Epica trash e melodrammi minimi. Una tenerezza brutale, indomita, paradossale. Fibrillazioni blues, folk trasognato, effettacci elettronici tra gorghi di melodiosa afflizione. L'estemporanea assolutezza di quei versi che sono un tormento di metrica, una penombra affranta, una confessione etilica, un ridere aspro sul disarmo dei giorni. Il Bugo. Introduzione, intervista e monografia dettagliata.
Bugo (2006)

Lo svacco e il tormento: a proposito del Bugo

di Stefano Solventi

Il giovanotto è truce e sgangherato, proprio come lo avrebbe disegnato il Paz (rabbia e cattiveria dileguate in un feroce disincanto). Hobo punk fragile e convulso, sgangherato saltinbanco-poeta, tenuto in piedi e tra i piedi solo grazie ad un "rock che lo fa ballare come uno shock". Un Battisti slacker, un Thurston Moore sotto valium, uno Skip Spence liofilizzato, un Rino Gaetano lo-fi, un Mark Linkous squattrinato... E, naturalmente, Beck, del quale a sentire i detrattori non sarebbe che una mera e speciosa rivisitazione. Non li staremo a sentire.

Un bel giochino quello dei riferimenti, che però si rivela presto sterile: questo tipo sfugge ai tipi, il catalogo boccheggia, ogni modello è sempre troppo o troppo poco. E quello che manca o che avanza è proprio il Bugo, unità minima indissolubile, uno col segreto delle canzoni da tre accordi. Letali, struggenti, inzuppate di cinismo e periferia, come un colpo di coda del vero sulla forma(lità).

In giro si rinvengono solo biografie abbozzate: pare che Cristiano Bugatti sia nato nel 1969 a San Martino di Trecate, profondo novarese, la nebbia che s'infila nei pori e ci rimane fino a mezza estate e anche di più. Una nebbia esistenziale come la cantava il primo Paolo Conte, lui avvocato che giocava al teatrino delle situazioni minime, Bugo invece operaio in fonderia con il futuro basso e indistinguibile spiaccicato sull'orizzonte, soffocante come una qualsiasi sera senza sbocco tra le luci gialle che ti spingono al nulla.
Si dice pure che abbia imparato a suonare la chitarra durante la leva. Può essere, come no. Altre voci, non verificate né verificabili, lo vogliono dietro la batteria di un non meglio precisato gruppo punk. Non è il caso di indagare troppo, e in fondo cosa importa.
Arriviamo piuttosto ai numeri certi e certificati: anno 1999, esce per i tipi di Bar La Muerte il sette pollici Questione di Eternità . Pochi mesi dopo il Bugatti è già stanziato a Milano, naturale che incroci il cammino con i Runi, assieme ai quali licenzia l'ep La Pianta Movente. E' l'inizio di una amicizia/collaborazione che prosegue tutt'oggi. Il 2000 è la volta di Pane, Pene, Pan, mini a suo nome edito da Loretta Records.
Il grande salto lo compie nello stesso anno grazie ad una occhiuta joint-venture Bar La Muerte-Snowdonia, pronte a raccogliere tutto l'estro dell'allampanato saltimbanco: schegge, frammenti e pezzettoni danno vita al primo lavoro di lunga durata, l'epico La Prima Gratta.

Mostri e Capriole. Intervista a Bugo

di Edoardo Bridda e Stefano Solventi
Bugo è il brogliaccio accartocciato sotto il tavolo, il lato sbrigliato del nostro stare al mondo. quello che arriva prima del pensiero a cavallo di intuizioni rapide e disarticolate, sgangherate ma calzanti, così cazzone e così vere. lo si ama, lo si odia: perché? boh. intanto c’è e ce ne rallegriamo. ecco un’intervista telematica che lasciamo così come l’abbiamo ricevuta, con quelle maiuscole, quella punteggiatura, quei periodi sull’orlo di qualcosa.

Innanzi tutto complimenti per come sei sparito e ritornato: all’improvviso. Ti sei preso una vacanza o hai solo lavorato al nuovo disco? Oppure sei come pippobaudo che la vacanza è il lavoro?
Con pippo condivido il laccio della cravatta, non il taglio di capelli. Ho completato il disco e poi mi sono seduto su un divano per tre mesi. Sparito e ritornato come la polvere sotto l'armadio.

Band e produzione sono sempre le stesse?
Ho registrato tutto solo con qualche intervento da parte di amici. Ho registrato con uochitoki e per i fatti miei. lo stile finale è mio, rossetto ai bordi delle labbra

I titoli dei tuoi album stanno nel solco della tua poetica: apparenza sgangherata e una specie di doppio fondo più complesso. Golia e Melchiorre a cosa si riferisce?
Golia è il mostro elettronico che mi ha rimbambito. Melchiorre è il cavaliere mascherato che ruba gli appunti che ho nel taschino della giacca. amo divertirmi e qualche volta penso.

È addirittura un doppio!
Due dischi stilisticamente molto diversi… avevo pronte tante canzoni più qualche improvvisazione. la roba acustica l'ho terminata il maggio 2003 poi ho iniziato con Golia, campionatori, candele elettroniche, arpeggiatore, finzione, salti, capriole, girella, discoteca, santoni. Ho terminato in novembre già con l'idea del doppio album.

Quello acustico e quello elettrico sono i tuoi due “lati a”, potremmo dire, senza contare l’elettronica che in passato ficcava il dito in entrambi, poi le escursioni house/hip hop eccetera. Tipica domanda oziosa: da la prima gratta in avanti qual’è l’aspetto che più è cresciuto? ovvero, dove va o credi che stia andando il Bugo?
Beh, tra un po' vado a mangiare. Se durante il percorso inciampo in qualche canzone sui corvi cercherò di raccoglierla. Sono un pianista.

Forse non si sottolinea abbastanza la tua abilità di songwriter. Ti ci vedi a fare l’autore, a scrivere pezzi per qualcun’altro?
Conta come mi vesto. La televisione è un istigazione all’odio. Conta il colore dell’automobile, la faccia nell’obbiettivo fotografico, la posa sul palco, Elvis. potrebbe essere una possibilità soltanto se i ragazzi cominciassero a ascoltare le parole di Capossela. Il rock è significativo. La parola è la chiave.

Ralenti di un sole che tramonta sui condomini... com’è che Bugo è del nord... sa di nord... di dopolavoro in una realtà industrializzata...
Adoro la nullità della campagna. Adesso picchio la testa sui muri e mi faccio ancora male. Ho lavorato in fabbrica, non sono un proletario.

Che rapporto ha Bugo personaggio, Bugo sui dischi, e Bugo individuo che vive e respira tutti i giorni?
A volte metto le cuffie per sentire i dischi.

Il pranzo pasquale gioco coll'amiga 500 e i parenti di là con il cabernet e tonnellate di polenta. Bugo com’è che hai scelto il blues per esprimere quello scazzo che c'avevi dentro?
A scuola mi dicevano: potresti fare di più. Il lamento, il lamento.

Con quest’'ultimo lavoro pensi di aver ridotto la distanza tra il bugo “da palco” e quello su disco?
Prendo il righello e poi te lo dico.

A proposito: porterai ancora in giro i vinili da far scegliere come base per i rap tipo “pasta al burro”?
Il giradischi che avevo è volato via. Basta screc.

Si fa un gran dire di file sharing e masterizzazioni. Per molti il formato cd è alla frutta, il musicista potrà sostenersi finanziariamente solo con i tour e la vendita di relativi gadget. In un certo senso per molti sarà un ritorno al “mestiere”. Come la vedi?
Vivo coi concerti. Se i dischi costano troppo e si spende troppo per produrli è giusto che ci sia questa crisi. Si parla troppo di soldi. Che fine farà la canzone italiana, questo è il punto e la virgola.

La critica, un po’ oziosamente, continua a spacciarti come il Beck denoantri... due cose: ti sei rotto i coglioni? E poi: a quando il tuo “Midnight Vultures”?
Beck è il migliore ma è americano, canta in inglese. La nuova Roma è un vortice ma cerchiamo una via di fuga! I miei testi sono i miei e sono italiani, provinciali. Adoro gli alpini. La rivisitazione del passato è quasi d’obbligo. Non sono io che devo dire che sono io.

Personalmente ho goduto abbastanza con i dischi italiani usciti negli ultimi mesi, Marta Sui Tubi, Filippo Gatti, Plozzer... dal tuo punto di osservazione “privilegiato”, che aria hai annusato in giro? Vuoi fare qualche nome?
Bisognerebbe cantare di più. Megaloman, altro.

Sei ancora in contatto con Bruno Dorella e Chirstian Rainer?
I Ronin credono nella canzone. Christian mi piace.

Cantare in italiano, o cantare in inglese: è così importante?
Per me, è l unica cosa.

Per finire, uno scoop per sentireascoltare: il disco della vita del Bugo è…
Il disco orario.

  • Questione di eternità
  • Canta che ti passa

Questione Di Eternità (Bar La Muerte, 1999)

di Stefano Solventi e Edoardo Bridda

Questo singolo dalla frugale attitudine beat presenta due folgoranti brani: Questione Di Eternità (lato A) e Canta Che Ti Passa (lato B). Ubriachissimo quanto riuscito il primo, hard-blues stolido il secondo. melodia da hobo-saltimbanco stereopateticamente beckiana e cantato puncaccio come un Vasco degli esordi alle prese con un giradischi in panne (voce incomprensibile, chitarre avvinazzate, grancassa scazzona, armonica slabbrata e spontanei nonsense quali "oggi è lunedì/ascolto gli AC-DC/sopra c'è il mio papà/che balla il tiptap") il lato A, operaista e macho ma sostanzialmente da Bar Sport, quello B.
Il primo Bugo non si scorda mai, anzi non si accorda e basta... Un coriaceo antipasto de "La Prima Gratta". (6.5/10)

  • Buttare le bottiglie, tenere il fruscio
  • Buona Morte
  • Il technosiciliano

La pianta movente (split minicd coi R.U.N.I. - Bar La Muerte, 1999)

di Stefano Solventi e Edoardo Bridda

La pianta movente, split minicd coi Runi si compone di tre brani. Apre le danze Buttare le bottiglie, tenere il fruscio, ovvero una centrifuga house, hip-hop e delirio, tra groove spellati e precari, nonsense allucinata e riciclaggio selvaggio (da Hendrix a Peter Frampton!!!).
L'indolente demenzialità del ritornello ("l'importante è stare qui/a decidere/se correggere o no/il caffé") subirà meritata rilettura nell'album di debutto dei RUNI (nella scellerata Le bottiglie di prastica), disco nel quale convergerà opportunamente riarrangiata la terza traccia Il technosiciliano. Quanto a Buona Morte, trattasi di un tipico "blues del dormiveglia" cui il Bugo ci abituerà: psichedelia bradicardica su ritmica al valium, sfrigolii elettrostatici e suonini da videogame, quel canto fluttuante in mezzo ad una ciucca cupa, scazzata e minacciosa. (6.0/10)

Copertina: Pane Pene Pan (Cd-r Loretta Records, 2000)

Pane Pene Pan (Cd-r Loretta Records, 2000)

di Italo Rizzo

Pane, pene, pan è quello che sembra: una serie di demo, provini, briciole di canzoni (c’è anche una minimalista Vorrei avere un dio) a sottolineare la veste rustica del Bugo. Poche sorprese per chi ha già ascoltato le sue opere maggiori, ma dal momento che una delle caratteristiche di Cristian Bugatti, correlata alla sua prolificità, è la capacità (fortuita?) di inserire gemme dove meno ce lo si aspetterebbe, qualcuno potrà anche restare sorpreso dal western rock di Fa caldo, fanculo, dalla caciara a bassissima fedeltà di Mio morbido letto, da ballate pigre e carezzevoli come Cibernetico e Assorpresa, dallo spleen domestico di Universo e A chi medita sulla tazza, episodi insolitamente cupi.

Le influenze del cantastorie (lo possiamo definire così?) novarese ci sono tutte, in nuce, ma solo più in là si svilupperanno concretamente: l’amore per il rock classico americano, lo sposalizio con il lo-fi, l’infatuazione per il rap, la fissa per i suoni elettronici (rigorosamente “poveri”). I testi sono fedeli a quell’epica del quotidiano, dissacrata e demente, che lo ha reso famoso: “Gastroscopie/di quello che verrà/fotografie/di cera morbida” da Gioconda, poi tutto il talkin’blues de Le belle ragazze e l’esemplare saggezza di Non dovrei scrivere il titolo, una cantilena sciorinata su unico giro di chitarra. Sono ventiquattro i pezzi contenuti nel cd, dei quali otto strumentali numerati (295, 805, 851, e fermiamoci qui) che lasciano il tempo che trovano, fra giochini elettronici, nastri al contrario e rumorismi indecenti. Un disco molto acerbo, ma a tratti davvero spassoso. (6.0/10)

Copertina: La Prima Gratta(Bar La Muerte-Snowdonia, 2000)
  • Quante Menate Che Mi Faccio
  • I Baci Della Mia Nonna
  • Solitario
  • Oggi Come Sto
  • Sabato Mattina
  • …Nca Il Tempo
  • Il Cellulare È Scarico
  • Nonne Posso Più
  • Raggio Di Laser
  • Gocce Di Wita
  • Spermatozoi
  • Cicca Nei Capelli Iea!
  • Aspettando Il Verde
  • Potrebbe Andar Meglio
  • Malecanevirtuale
  • Nei Momenti Così
  • Una Bottiglia Di Uischi
  • Addio Alle Canzoni Di Una Volta
  • Ragazza Cuboide (Provino ’98)
  • Paranoia
  • Ne Voi Ancora? (Che Ore Sono?)

La Prima Gratta (Bar La Muerte / Snowdonia, 2000)

di Edoardo Bridda
“Due macchine e un frontale.
Chi ha commesso l’infrazione
Mi lamento a colazione.
E mi salva il tramonto”
(da "Quante Menate Che Mi Faccio")

La prima gratta è un album folk come non se ne sentivano da anni in Italia, anzi forse è la prima raccolta di canzoni solitarie a sprizzare noia giovanile dopolavorista apolitica mai apparso. Ventuno schizzi in souplesse, scritti in provincia di sabato mattina e cantati in italiano tra i corridoi di una scuola, come alla mensa. Ventuno bozzetti più o meno volutamente incompiuti che esplorano umori sgorgati lì per lì tra una becks mentre quattro ragazzi giocano a pallone nel cortile che dà sulla fonderia. Un crogiolarsi perdente nella risacca del profondo Nord che si pone come dimesso contraltare ai sogni di rock'n'roll, alle emozioni sbandierate, alla voglia di urlare la nostalgia del passato in un mondo che corre veloce.
Il Bugo …pare di sentirlo nominare dai colleghi alla pausa lavoro, pare di vederlo bighellonare per le strade, o al sabato mattina a fare la spesa coi soldi della mamma. Bugo, maschera del giovane non produttivo, non arrivista, che si etichetta per negazioni, proprio come si fa comodamente in paese con coloro che dentro le regole non ci stanno (ma che neanche danno troppo fastidio). Addio alle canzoni di una volta. Addio a Guccini.
Bugo col record di staticità, squattrinato al bancone marrone del bar colla saletta videogiochi a fianco, nella realtà dove tutto gira veloce, anche se, valà, da alcune parti, niente si muove veramente.
Bugo che accetta l'alienazione dello status quo e un certo Cristiano che abbandona la vita operaia e si trasferisce a Milano. Bugo che non fonda nessun partito. Cristiano che non abbraccia convinzione alcuna.
Bugo che cerca d’uscire dalla linea mediana dell’omologazione con lunghe ore di sonno: giovane dopo lavoroferroviario colla pressione ai minimi storici, forse viziato, forse boh. Cristiano specchio solitario di un lasciarsi andare mascherato da una goffa goliardia che è di branco. Campestre. Lontano dai riti del bar. Non sportivo. Immune al tifo delle curve.
Bugo figlio di papà, hobo solitario che guarda al blues e che rischia di essere troppo forte per alcuni lì a Roma. Ci va vicino. Lo salvano l'odio dei buontemponi e dalle mamme, dalle ragazze e dai ragazzi ah yeah.
Bugo ex-lavoratore. Cristiano giovane, ma non giovanilista. Qualunquista nel senso del qualunque. Punk nel senso del valium.
Bugo anni '90 non raggiungibile al Motorola a saponetta, che colle donne non ne può più, che non deve dimenticare questa città ma se ne andrà sapendo che non cambierà. Bugo cinico in campagna come in città, potrebbe andare meglio. Bugo acustico colla chitarra, elettronico con gli elettrocazzi. Bugo Dylan colla fisarmonica, e in garage colla motosega. Revisione. Ralenti. Cingolato. Distorsione. Una ppausa. CCConfusione. RRew inddd.
Quante menate! Lla prossima volta si prova col lambrusco. O ne volete ancora? (7.2/10)

Copertina: Sentimento Westernato
  • Vorrei avere un dio
  • Bicchiere nella birra
  • Sei bella come il di'
  • Bisogna fare quello che conviene
  • Quando siamo stanchi
  • Siamo tutti eroi
  • L'occhio è lo specchio
  • Pepe nel culo
  • L'amore è spentoff
  • Un'altra giornata comincia
  • Io berrò alcol
  • Benzina mia
  • Son drogato di lavoro
  • Era un casino che non ti si vedeva

Sentimento Westernato (Wallace Records / Beware! / Bar La Muerte, 2002)

di Stefano Solventi

Se La Prima Gratta sembrava un collage di fotogrammi estrapolati da un delirante filmino homemade - compiendosi perciò in quanto spaccato agre e folgorante sul vissuto artistico bughesco - l’opera seconda su lunga distanza sembra in effetti un disco vero e proprio anzi lo è, con forza acida e scanzonata, con uno scabro senso dei margini a cicatrizzare l'inaudita nitidezza.
Essì, perché il Bugo gioca a sgranare la fibra della propria calligrafia, divarica folk e blues, blues e rock, scazzo e malinconia, sberleffo e amarezza, e in mezzo a tutte questi solchi aperti come ferite sparge non unguento ma il sale di una voce deragliata, frasi che scozzano derive di senso tra il minimo storto e il dritto strizzacuore.
Un Oldham scanzonato, un Beck indolenzito, particelle Gaetano/Battisti. Bugo, ovvero la sua versione roots, ruspante di rock ruvido e friabili dolenze da squallore periferico, in avvitamento senza via d’uscita nel cuore grigio dello spleen, tra sordidi inizi di giornata e svacco alcolico serale (con tutto ciò che sta nel mezzo).
Quello sdoppiamento vocale che è anche sbinamento psicologico, il rimpallo continuo tra inezie del quotidiano e malumori universali (esemplare a tal proposito Quando Siamo Stanchi), tra nonsense e chiavi esistenziali (Bisogna Fare Quello Che Conviene). Oppure si prenda il dissidio esistenzial-religioso posto sediziosamente dall’iniziale Vorrei Avere Un Dio, quell’aura folk-psych che stempera uno strisciante sarcasmo, o quella specie di iato a elastico tra mistero e sberleffo nella onirica L’Occhio E’ Lo Specchio.

Non lo afferri il Bugo, se ne sta tra l’indicibile e il terra-terra con la naturalezza di chi passi per caso.Si avventa su spurghi energetici elementari come Bicchiere Nella Birra e Benzina Mia con una fame senza scrupoli, legnoso ma agile sul filo crepitante di rock’n’roll inaciditi che è quanto basta e tutto il resto – intricate implicazioni delle interpretazioni - fate voi.
Dove e come meno ti aspetti s’innescano meccanismi d’inquietudine in agguato dietro ogni giochetto di parole (a partire dal titolo dell’album), dietro l’espressione inconsapevole e fin dentro al midollo di queste sgangherate sciocchezze folk-blues.

Testi apparentemente così semplici da rasentare il grado zero, ruvidezze pre-alfabetiche che però fulminano spirali di senso a mezz’aria, introducono trapassi grottescamente sentimentali nella mazurchina fragile Sei Bella Come Il Dì, apatici e disillusi in Pepe Nel Culo, lucidamente patologici nel bluesone acustico Son Drogato Di Lavoro).
Questo disco sarebbe – a detta dello stesso autore – “l’album acustico del Bugo”. Abbiamo visto che non è così, almeno non del tutto. O forse il Bugatti intendeva qualcos’altro, si riferiva cioè ad un sentire scricchiolante da front porch immerso nel nulla ticinese, con lo sguardo per forza rivolto al dentro, come uno speculo nell’anima. Allora sì, potremmo essere d’accordo. (7.4/10)

  • Ne vale la pena
  • Le ragazze belle
  • Il mio 4tracks
  • Alfa rodeo
  • Il portafoglio
  • Camomilla (fantastica OH!)

Ne vale la pena EP (10'' e VHS - Bar La Muerte / Wallace / Burp Publications, 2002)

di Stefano Solventi e Edoardo Bridda

Il dark side di Sentimento Westernato? Una raccolta di torride outtakes? Diciamo uno spurgo umorale su quattro tracce che nel Sentimento spunta solo a tratti (Bicchiere nella birra, Benzina mia...).

Corrosiva e feroce la title track che col suo deragliante hard-RnB memore di certi conati battistiani e con quel ritornello-manifesto dello scazzo underground milanese ("Ogni giorno mi dico se ne vale la pena?!?"), merita da sola l'acquisto. Il resto galleggia in una densa melma d'ilarità e rumore, tra scompostezze garage-punk (Alfa rodeo, Le ragazze belle), blues sfrigolanti (la sinopia Jon Spencer de Il mio 4Trks), hard-rock primordiali/minimali (Il portafoglio) e un fluviale patchwork di performance live e follie indescrivibili che risponde al nome di Camomilla (fantastica Oh!). Per quanto riguarda la videocassetta vale quanto detto poc'anzi colla variante che quel delirio è anche visivo: Bugo, ripreso da una telecamera fatiscente, si dimena in una discarica tra tubi e lamiere in una sorta di rispota ultra punk al videoclip Loser di Beck. EP e VHS sono tasselli irrinunciabili del Bugo-esistere tra il palco e la cameretta, tra la bettoniera sul Ticino e il west. (6.5/10)

  • Reset
  • Paranoia

Bugo/Onq - Split (Ouzel, 2003)

di Edoardo Bridda

Delizioso dischetto e delizioso oggettino questo cd 3'' fatto uscire dalla Ouzel. Scontro fra piccoli titani: Bugo (Cristiano Bugatti) traduce e rende rustica Reset di Onq, e Onq (Luca Galuppini) mette in ammoniaca Paranoia di Bugo e la fa sfociare in Day of the Lords dei Joy Divison. Presenti anche le versioni originali dei brani che, a confronto delle cover, sembrano quasi pezzi inediti. Alla faccia del lo-fi.

Copertina: Dal Lo Fai Al Ci Sei (Universal, 2002)
  • Portacenere
  • Con il cuore nel culo
  • Piede sulla merda
  • La mia fiamma
  • Pasta al burro
  • Casalingo
  • Morbida scheggia
  • Milano tranquillità
  • Io mi rompo i coglioni
  • Nero arcobaleno
  • Fai la fila

Dal Lo Fai Al Ci Sei (Universal, 2002)

di Stefano Solventi

Il Bugo è uno che ne fa incazzare molti. Soprattutto quelli che sono in giro da un vita, la testa ubriaca a furia di provare e smerigliare quell’assolo e sbattersi per una serata in un locale del cazzo e bocconi amari per questo paese di merda in cui tecnica e talento nessuno sa né apprezzarle né a cosa servano e le canzoni vengono fuori insipide fotocopie come i biscotti del mulinobianco e devi pure ringraziare se in classifica c’è Ligabue pensa un po’.

Quindi, ecco che arriva il Cristiano Bugatti da Novara, tecnica sfocata, voce approssimativa, attitudine che più sbracata e sbilenca non si può, l’aria sufficiente e dinoccolata, ed è capace di beccarsi nell’ordine: 1) i plausi della critica; 2) i riflettori di emmetivì; 3) un contratto con una sticazzi major. Non stupisce che qualcuno s’inalberi, no?

Già perché nel frattempo il Bugo s'è accasato presso Universal, e se in molti s'incazzano (vedi sopra) altri - i fan della prima ora - iniziano a spandere peana mortuari, atterriti dagli spettri di Imborghesimento e Normalizzazione. Lui, il Bugo, se ne sbatte. Anche perché il suo terzo disco se lo è già scritto e registrato, anzi ha pure avuto il tempo di passare a far visita a Fabio "magister" Magistrali che glielo ha mixato per benino. Insomma, ai suoi nuovi boss ha proposto un pacco prendere o lasciare, e loro hanno preso. Olé.

Con tutto ciò, questo Dal Lo Fai Al Ci Sei (titolo come al solito strepitoso) mi sembra un passo indietro rispetto al precedente Sentimento Westernato, giusto perché in quello si avverava colui che ritengo il vero Bugo: un’allegria periferica, uno svacco militante, una desolazione inerme, un lucido delirio, una smania sull’orlo di qualcosa.

In questo invece - divenuta la mestizia ruggine, trasferito il malanimo nella metropoli - la vibrazione nera del suono racconta sì l’impatto frontale con l’urbanità, però in questo passaggio qualcosa si perde. Come se ci allontanassimo dal cuore del Bugo, proprio quello che nella fumettistica copertina arrostisce in un inferno di watt. Ci sono ancora - come potrebbero mancare? - le invenzioni storte, le magie povere, gli espedienti sgangherati (sonici come nel rockettone Portacenere, sonici e testuali come nella leggiadra scelleratezza house Pasta Al Burro), e c’è quel trapasso di sensi che piega progressivamente una frase verso significati contrari o alieni (sentitevi La Mia Fiamma, Morbida Scheggia o il singolone Casalingo).

Come valore aggiunto, s'intensifica e approfondisce l’attitudine psichedelica, diffusa un po’ ovunque, cupissima in Nero Arcobaleno, cinica in La Mia Fiamma e sospesa nelle improbabili fumosità western di Morbida Scheggia (e che peccato aver tenuto fuori un pezzo come Sole Al Porto, scritto per la compilation della web radio Loser…). Dove invece ci si perde un po’ è in questo spostarsi verso la compiutezza - come dire? - professionale, una sorta di tensione levigatrice che nell’approdo dal farci all'esserci disinnesca ad esempio l’arcaica abrasività di Piede Sulla Merda facendone uno psych blues un po’ prevedibile e consunto, svuota l’urlo acido ma troppo quadrato di Milano Tranquillità, addomestica la distorsione psicotica di Fai La Fila e in genere rischia di normalizzare troppo la pasta sonora, a partire dalla struggente arrendevolezza di Io Mi Rompo I Coglioni, autentico inno allo spleen della giovane carne disallineata.

Eh sì, un po' erano giustificati, quei peana, anche se non proprio di imborghesimento sembra trattarsi quanto di un semplice slittamento stilistico. Con tutto ciò, rimane un disco più che dignitoso, in forza del quale il terzo fatidico scoglio può dirsi superato con una certa disinvoltura, autorizzandoci ad attendere con curiosità ed una certa fiducia le prossime cose. Sempre che prima il Bugo non si rompa i coglioni. (6.7/10)

Foto: La Gioia di Melchiorre

Arriva Golia!

  • Carla è Franca
  • Alleluia 1 rep
  • Hasta la schiena siempre
  • Un altro conato
  • Caramelle
  • Devo fare un brec
  • Mezz'ora prima di morire
  • Il sintetizzatore
  • Spargimento di sangue
  • Notte giovane

La Gioia Di Melchiorre

  • Cosa fai stasera
  • Non mi arrabbio mai
  • Guardo su
  • Rimbambito
  • Sentirsi da cane
  • Che diritti ho su di te?
  • Se avessi 50 anni
  • Iperblues 2
  • In grado
  • Quando vai via

Golia & Melchiorre... (Universal, 2004)

di Stefano Solventi

Intendiamoci: anche coloro che come noi scorgono nel Bugo i geni del genio (ancorché dissimulato, disperso tra mal di schiena e torcicollo, tra cenere e birre) hanno provato talvolta un senso di smarrimento. Il Bugatti ogni tanto svacca, esagera e perché no stanca. Ma è anche vero che il suo procedere sbilenco sul filo di un equilibrio storto sulla corda al cielo di Houdini prevede, potremmo dire fisiologicamente, la caduta.
Con questa quarta fatica in lungo intitolata Golia & Melchiorre, titolo parzialmente ispirato alla via milanese dove è ubicata Bar La Muerte, dubbi e interrogativi s'infittiscono, diventano un brusio pressante. In primis, cos'è 'sta storia dell'album doppio? Due dischi in apparenza tanto distinti e distanti, per intenzioni, sonorità, mood, ispirazione e - last but not least - taglio grafico. Non c'entrano quasi nulla l'uno con l'altro. Di più, si respingono come calamite.
Raccontano tempi e spazi e persone diverse: il primo (Arriva Golia!) è elettrico-nevrotico-sintetico-indie-wave-rap, il secondo (La gioia di Melchiorre) è folk blues minimal-arcaico-intimista-visionario. Persino il taglio dei capelli del Nostro Eroe è diverso: lo troviamo inatteso (improbabile, inattendibile) emulo di Ivan Cattaneo sul libretto di Golia, e con la solita chioma (la qual cosa ce lo fa supporre più "anziano") in Melchiorre.
Perché, dunque? Sarà per rendere più gustoso il piatto, visto che per soli 16,90 euri te li becchi entrambi e senza rinunciare ad impreziosire (giocosamente) l'oggetto-disco (non voglio rovinarvi la sorpresa, solo vi consiglio di non stracciare il cellophane come fate di solito ma di sbucciarlo con attenzione)? A tal proposito dovrebbero riflettere coloro che continuano a propinarci dischi singoli a 20 euroni e passa (clamoroso autogoal "politico", signora Universal).
O non sarà piuttosto che dietro a tutto ciò si cela - udite udite - progettualità espressiva, intenzione "artistica"? E se invece fosse la solita insensatezza dell’ineffabile Bugatti?
Dubbi, insomma. Si nutrono e s'ingrassano dello/nello iato siderale che separa Golia da Melchiorre. È il caso di scendere un attimo nei dettagli.

In Arriva Golia! elettricità e elettroniche percorrono uno sgangherato binario indie sferragliante in mezzo a paesaggi dance, pop, rap e wave. Il convoglio viaggia spesso a 80, pendoleggia e rischia di deragliare, l'ispirazione si slabbra e non sempre impedisce alla demenzialità di debordare nel più gratuito dei nonsense. Qualcuno potrebbe legittimamente scambiarla per demenza, altri occhialuti potrebbero vederci una ricerca di libertà nell’ignoranza proverbiale del Nostro, ma tant’è...
Nello specifico, Carla è Franca e Hasta La Schiena Siempre sono forse i pezzi più fiacchi: il primo è un garage pop acidulo che affronta temi sociali (forse per la prima volta) con il proverbiale spirito svagato (“mi sembra facile / Ma non è così / Forse è troppo facile per me / Pollo e Bigné”), il secondo è un rap coi ciappini analogici elettro-pop con ritmata macha (Tum Tum Cha Tum Tum Cha) e slang vascorossiano periodo spericolato in rima che si becca la Palma d’oro di Canne per il peggior brano dell’album (quel “Chi SPappapapacca i vetri” costringe il dito medio allo skip della traccia).
Ma non è tutto da buttare: Alleluia 1 Rep – spiritual-psych secondo il Bugo e traccia tra le migliori del lotto – è un’agreste ballata urlacchiata e viva, che non sarebbe dispiaciuta al miglior Rino Gaetano; mentre Devo Fare un Brec strappa qualche sorriso pigliando verve dalle trucide rimazzate alla Beastie Boys e dal ramazzare (cori robot, controcanto supergiovane ecc.) tipico dell’Elio e le sue Storie Tese.
Insomma, Bugo (analogico)tecnologico, limato, ripulito, al sapor di gelato Motta, travestito, mascherato. Eppur quel figurino smarrito si ridesta piazzando una fatalista Mezz'ora prima di morire, flemmatico folk-rock nella più classica vena bughiana tra digrignamenti schiumosi di corde, armonica frastagliata, synth aeriformi e un finale flaminglipsiano. Eppoi un’atroce Caramelle, spurgo ciber-punk - Stooges meets Ultravox? - con ugola scartavetrata e chitarra elettronica di Fabio "RUNI" Bielli. Eppoi ancora una psych-ballad come Notte Giovane - emulsione sintoacustica tra organo oppiaceo, sciocchezzuole vocali, elettroniche volatili, chitarre trepide che a metà strada s'accendono – a chiudere l’album con un’accalorata passata di mano sulla fronte.
Un Altro Conato, sapido ritrattino sentimentale su disco-wave ipercinetica con tanto di ritornello Duran Duran (“Pa Pa Ra Pa Pa Pa Ra Ra”) e chitarrino Andy Summers, Il Sintetizzatore, disarmante quadratura Beck-Air col canto espettorato tra Vasco Rossi e Rino Gaetano, e Spargimento Di Sangue, delirante detective-story in ipercromatico funky-rap, completano con sufficienza la strapazzata varietà dell'insieme, rimarcando quanto ogni pezzo, in verità, sia pretesto-contenitore di trovate improvvisate che molto semplicemente partono da una strofa, o meglio da luoghi comuni quotidiani
Dunque il Bugo manichino-robot del proprio "poter essere" irresistibilmente in bilico tra parodia dei (e devozione ai) modelli, che colla vaghezza e gli esercizi di stile lascia il palato dolceamaro. Che perde un po’ quel saperci fare coi sottintesi trovando habitat nello sberleffo del luogo comune. Anche se poi quello sberleffo è un La La La che spesso vive e solleva.
Più che sufficiente perché comunque divertente, diciamo un (6.6/10)

La Gioia di Melchiorre è invece, come già accennato, figlio di frugali sessioni con pochi, intimi amici. Il chitarrista blues Joe Valeriano su tutti (che d'altronde già forniva un piccolo contributo in Dal Lo Fai Al Ci Sei), ma anche Bruno Dorella e Stefania Pedretti - ovvero gli OVO al completo – più Enrico Decolle ad aggiungere quando serve una chitarra acustica.
É il disco in cui il Bugo dispiana le sue malinconie più deragliate, sbuccia il cuore e lascia la polpa annerire. Impressiona questo suo cantare tremulo che più è svagato più sembra nascondere consapevolezza, un dolore in ogni capriola cazzona, quasi puoi toccarla la paura d'essere un guitto di passaggio tra le cose.
C’è la grazia spiegazzata e naif del Beck con un piede nella tomba, un refolo del Battisti più bluesy, il gioco d’ombre arcaiche e straccione del primo Will Oldham. Il tutto tritato, mescolato e sparso sulla prospettiva periferica bughesca, che è un giocare a rimpiattino con la vita, un far finta d’accontentarsi che tanto di più il convento non passa.
Lo abbiamo già scritto, ma repetita juvant: il Bugatti ha una grazia tutta sua (efficace e scanzonata) nel penetrare la figura comica e rovesciarla in tristezza. Basti la sola Rimbambito, sul filo di una sgangherata auto-denigrazione squarciata di fatalismo e spleen, ma anche il folk primordiale (chitarra-armonica) di Quando Vai Via, espettorato con veemenza da bettola nel solco di una malinconia tanto alcolica da gonfiarci un dirigibile.
Il modo di cantare è in effetti una delle novità più interessanti di questo Melchiorre, nel senso che Bugo talvolta sembra crederci davvero, preme sul plesso e spreme crudezza. Capita ad esempio in Che Diritti Ho Su Di Te?, una delle sue canzoni più “serie” di sempre, sequela di versi aspri e indolenziti (“la mia paura è una botta sul muro/ che mi distoglie da un futuro sicuro”, oppure “il mio silenzio è una spada appuntita/ agitata in quest’aria appesantita”) affidati ad un giro armonico rude, primordiale, cui le corde aggiunte di Enrico Decolle regalano una misteriosa vaporosità.
Ma anche in Sentirsi Da Cane (folk ballad à la Black Heart Procession con ectoplasmatico e-bow di Dorella e coretto stregato della Predetti, “noi siamo sinceri se diciamo le solite bugie”), nella dimessa apologia dell’apatia Non Mi Arrabbio Mai (armonica svolazzante e contrabbasso infeltrito di Joe), nell’ineffabile In Grado (pastorale battistiana su testo di tal Rienzo Bugatti, poeta-artigiano di Trecate, probabilissimo consanguineo del Nostro ma chi può saperlo?) e nell’iniziale Cosa Fai Stasera (folk-blues sospeso, rabbuiato, in cerca di possibilità, “potrebbe sembrare una canzone triste/ di qualche cantautore senza piume”) la sua voce sembra cercare e cercarsi, calca le parole, si spampana, insegue il mood, insomma interpreta (o almeno prova a farlo, con tenera inadeguatezza) come non gli abbiamo mai sentito fare, neppure in certi passaggi consimili di Sentimento Westernato.
Completano il quadro una sorprendente Guardo Su (agrodolce ballatina impreziosita dalla slide di Valeriano), la sbrigliata e sbrindellata Se Avessi 50 Anni (cantata a due voci con Joe, “se avessi 50 anni, lancerei le bombe/ con dentro il carnevale”), l’arcaica Iperblues 2 (nomen omen, al sapor di riempitivo) e l’impagabile Alleluia, ovvero come negare al blues – ridicolizzandola, disinnescandola - l’ultima sua atavica spiaggia, vale a dire la Scorciatoia Per Dio.
Un Bugo come sapevamo possibile, che intuivamo, ma di cui ci sorprende l’intensità, l’austerità, l’entusiasmo semplice di chi lascia scorrere su nastro un entusiasmo non mediato. Su questo versante – acustico, malinconico, amarognolo, essenziale – possiamo parlare del suo capolavoro, e non ci sarebbero problemi a spendere un 8,2/10.

Però questi dischi stanno insieme, confezionati e allacciati sotto l’egida di uno stesso titolo (con buona pace dei sottotitoli). Per cui dobbiamo trattarli come fossero uno, e inevitabilmente si torna ai dubbi di cui sopra. I quali, con sfacciata partigianeria, azzarderemmo a risolvere ipotizzando così: La Gioia Di Melchiorre sarebbe il vero quarto disco del Bugo (probabilmente composto e realizzato prima del Golia), ma la occhiuta Universal, una volta auscultato, avrebbe detto picche, non s’ha da fare, bello quanto vuoi amico però così com’è non vende un cazzo.
E qui entrerebbe in ballo Arriva Golia!, buttato giù in quattro e quattr’otto (il che giustificherebbe certi passaggi a vuoto, soprattutto per quanto riguarda i testi) senza altresì rinunciare a piazzare qualche bel divertissement genialoide, così tanto per gradire.
Oppure, anzi più probabilmente, il buon Cristiano avrebbe confezionato il doppio pacco proprio per prevenire i niet dei discografici, impotenti di fronte a tanta succulenta sfacciataggine.
In un caso o nell’altro, Golia sarebbe lo specchietto per le allodole, il cavallo di Troia, la “carota” ipervitaminica in virtù della quale possiamo gustarci il frondoso “bastone” di Melchiorre. Ipotesi balzana, mi rendo conto. Ma è pur sempre col Bugo che abbiamo a che fare, uno che è successo di tutto e può succedere di tutto. Uno che senz’altro ne riparleremo.
Quanto al voto complessivo, non ci resta che far media. (7.4/10)

Bugo in concerto a "Faenza Rock", Faenza, 5 giugno 2004

di Fabrizio Zampighi

Quella di Faenza è stata, per Bugo, più una toccata e fuga che un vero e proprio concerto, uno showcase della durata di mezz’ora per promuovere l'ultima fatica discografica, Golia e Melchiorre. Una delusione per chi avesse pregustato la possibilità di assistere a un live set canonico dell’artista, poco male invece per chi non aveva mai avuto la fortuna - o la sfortuna, dipende dai punti di vista - di assistere a un’esibizione di uno tra i musicisti italiani più chiacchierati degli ultimi tempi.

Già dalla strumentazione si poteva intuire che non sarebbe stato un concerto tradizionale. Come riuscire a riprodurre i classici scambi beckiani che caratterizzano il sound del musicista piemontese con una chitarra acustica e un’armonica? Difficile, se non impossibile, ma così i brani presentati (dei quali uno soltanto tratto dall’ultimo cd) hanno fatto emergere la dimensione più intimista di Bugo, sottolineando come i sofismi sulla ricchezza strumentale o la cura negli arrangiamenti lascino il tempo che trovano, quando all'artista non mancano il carisma e la presenza scenica.

Il set è stato una sorta di spettacolo totale, dove la verve allucinata del novarese ha saputo mescolare impeto cabarettistico di varia natura - definirlo humour inglese sarebbe inappropriato - a brani ormai classici del suo repertorio, da Io mi rompo i coglioni a Sei bella come il dì, da Vorrei avere un dio a una versione accelerata per armonica e voce di Casalingo: uno spettacolo dai toni forse surreali, ma divertenti, che il pubblico ha mostrato di gradire.

Che lo si consideri un cantore sui generis della frustrazione dei tempi moderni o un paladino del demenziale più terra-terra, un intrattenitore capace o un emerito buffone, Bugo - e il miniconcerto di “Faenza Rock” l’ha confermato - rappresenta comunque una delle scoperte musicali più originali degli ultimi anni, un artista capace di emanciparsi dall'esterofilia più scimmiottante e di mostrare, senza compromessi, la propria - per quanto deviata - personalità. Del resto, anche un gruppo come gli Skiantos - per cui non sarebbe reato scomodare l’aggettivo “storico” - era considerato, al momento della sua nascita discografica, poco più che una congrega di dilettanti. La storia, ogni tanto, si ripete.

  • Plettrofolle
  • Gelato giallo
  • Che lavoro fai
  • Oggi è morto Spock
  • Ggeell
  • Amore mio infinito
  • Millennia
  • La caffetteria
  • Roma
  • Una forza superiore
  • Quando ti sei addormentata
  • Coda d'Italia

Sguardo Contemporaneo (Universal, 21 aprile 2006)

di Edoardo Bridda e Valentina Cassano

Per Christian Bugatti ci siamo scorticati i polpastrelli parlando del precedente doppio album, tanto che oggi ci sembra assurdo dover piroettare con le parole. Un riassunto delle puntate precedenti però ci sta ed è un premessa necessaria per questa nuova prova. Due anni fa affermavamo, non senza i pro e i contro del caso, che il ragazzone più scalcagnato e mezz’odiato d’Italia, il folkster stramboide, l’insensato cantastorie, l’ineffabile cialtrone, era diventato un cantautore che aveva un perché tutto suo. All’epoca Bugo si era presentato in parte elettrico e wave e in parte intimista.

Ora lo sguardo contemporaneo, come recita il titolo del lavoro, sembra quello di una sintesi, la ricerca di una leggerezza lirica appoggiata a un rock ’70 essenziale e pulito, un giusto mezzo per unire i due lembi di un foglio e farne un cappello a barchetta. Un urletto lì, un falsetto là, una generosa manciata di strofe con il cuore in mano, un paio di boogie à la Stooges addomesticati. Il Bugo ce la fa, anche stavolta. Nella pacatezza folk sblusata di Oggi è morto Spock racconta di Star Trek e di quella fantascienza necessaria che non c’è più, fa dello humour funk - con tanto di sax a girare attorno - con i burini fanatici del gel per capelli e fissa un numero dei suoi in Ggeell. Tra i suoi poster, accanto ai Gaetano e i Vasco ormai assimilati, appende quello del Dalla prima maniera, forse quello di certo Paoli esistenzialista vecchio-giovane (l’introspezione rilasciata della ninna nanna Quando ti sei addormentata). Sfumature, tinte di sfondi per un canzoniere solido che già è classico per alcuni episodi, come quotidiano per altri: Che lavoro fai sembra mettere il dito proprio in quella instabilità lavorativa della sua generazione come di quest’ultima, e tutti in cerchio, a stringere lui/noi commentando con un “Ma che razza di lavoro fai? / Hai un contratto? / O non l’hai avuto mai?”, mentre Millennia fa della tabula rasa ferrettiana una salsa agrodolce per cracker mollicci, in un uptempo dalle chitarre corpose, uno sguardo contemporaneo che annienta le distanze e il tempo, ma non vede e non si fa vedere, è oltre, è cieco. E poi ci sono le pause di La caffettiera (un folk indolenzito quasi post), di Una forza superiore (cantautorato sixties tutto italiano), e l’intro wave condito da un nitrito di cavalli nel rock di Roma, con i synth a farfugliare tra le scariche della chitarra elettrica, e la demenzialità punk simil Skiantos di Coda d’Italia a chiudere con la migliore leggerezza del Nostro. Un sound assolutamente popular dunque, un pop-rock - molto più rock che pop - per la generazione di oggi, che mostra la canzone accarezzando i capelli delle elettriche, che lava la testa pesante e accelerata della connessione a rete con souplesse melodica e nonsense necessario. Istrionico e sbilenco commentatore del presente, Bugo scrive uno stralcio della nostra realtà, con tutte le sue contraddizioni, sul quel cappello a barchetta di carta. Poi lo lascia a mollo lì, nella sua vasca da bagno. (7.0/10)

un
  • Posso entrare? 
  • C'e' crisi
  • Nel giro giusto
  • Primitivo
  • Love boat
  • Le buone maniere
  • La mano mia
  • Felicita'
  • Balliamo un altro mese
  • Sesto senso

Bugo – Contatti (Universal, aprile 2008)

di Edoardo Bridda

Nove album in otto anni. Niente male per un cantautore italiano. Niente male per un ragazzo che scrive, arrangia e suona chitarra, tastiere e elettroniche. Mettiamoci pure che LP dopo LP l’abito è sempre cambiato e lui rimasto se stesso. Uguale e diverso. Mutante osservatore di quotidiano. Quotidiano spiato dall’occhiello del retrobottega con la tipica sfrontata nonchalance. Quella malinconia di provincia portata in città ecc. ecc., come abbiamo detto tante e tante volte.

Per questo e per altro ancora, ci scoccia parlare del personaggio. Farlo bene. Quell’atteggiarsi a Rino Gaetano dei 2000 quando proprio di Rino e della sua genuinità sembra esserci bisogno oggi più dei Baustelle prog pop, più del Verdone riciclato perfettivo e senile in quel grasso trittico dell’italianità popolare. Dunque Contatti. Album milanese elett-rock grazie a Stefano Fontana (ovvero Stylophonic) e grazie agli scarichi del cuore urbano commerciale d’Italia. L’ennesimo voyerismo contemporaneo, eppure la novità la fa l’indice. Il dito semipuntato con la lavanderia a gettoni del videoclip di C’è Crisi in contorno. È una bella sega semiotica quella. Pura genia del Nostro. In un sol colpo pubblicità della Levis degli anni ’80, quadretto Dino Risi in veste Cattelan (come piace al Bianconi), e la consueta zampata firmata Bugatti oramai iconica anch’essa. Ma attenzione Christian è come Francesco, parla a un’audience di  Charlie-ragazzi. (“non piangi, non ridi”… …urlate cazzo, urlate… ….le mani in comunione”) e lo continuerà a fare nel Giro Giusto e ne Le Buone Maniere con lo stesso atteggiamento da ex-giovane, da colui che instaura un’asimmetria. A suon di bit lo stralunato tramonta e la grana si fa chiara. Affiora una morale che  (“devi imparare a stare con gli altri / se vuoi diventare un signore devi imparare le buone maniere”), tocca ammetterlo, piace proprio meno, come il South Park delle ultime stagioni, molto meno del curioso dada imperituro di Family Guy/Griffin/Bugo-che-fu.

È così il Bugatti: riconosciuto e spiegato, con la differenza che lui, al contrario dei cartoni, cambia tratto e ti costringe a guardargli il vesto. A vedergli la maglietta con i colori spacey (C’è Crisi), le tinte acid (Nel Giro Giusto) e soprattutto il freschissimo cioccolato (indie)funk bianco. Ma cosa importano le mani se il corpo balla Prince missato calcolatore Kraftwerk (Primitivo)? L’arrangiamento electro del resto spacca. Però attenzione. Distrae. Ci convince tanto quanto il rock confezionatogli da Canali la scorsa puntata, eppure il fianco bianchiccio rimane scoperto e quella che doveva essere la seconda faccia della medaglia bughiana - Contatti come il pop twin di Sguardo Contemporaneo -  si rivela una trottola che prima o poi casca (“La mano mia che vuole stringere la mano tua e volare via con te / E portarti via… …Voglio rilassarmi con un Cd africano / Il Cd Africano è volato via / Sopra di Me / Guarda l’Alieno che osserva me”). I contrappesi si dirà, ci sono: due ballad - Felicità e Sesto Senso - felicemente mature eppure sono farcite di quella maturità che porta sfiga. Di naif semiserio semplice. Spiegato. È una questione d’arrangiamento il succo del disco, roba da ballare e leccare. Installazione e concetto funzionano molto di più. E il pop è anche questa bambola come è per questo che Balliamo Un Altro Mese ha tutto quel che serve, onomatopee synth à la Matmos comprese. Wow ma non chiamatemelo cantautore questa volta. Facciamo cassa. (6.8/10)