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Brychan

di ©2003 Stefano Solventi
In occasione dell'uscita di Reel In Between abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Brychan, uno dei misteri ben custoditi del cantautorato pop rock europeo.
Foto: Brychan

Brychan, eclectic soul

di ©2003 Stefano Solventi

Gallese, cantante, chitarrista e compositore, ex Jess (quartetto folk rock, 4 album dall'89 al '93) e U4Ria (un solo ep all'attivo), si dà alla carriera solista dal '98 quando, ormai stabilitosi in Italia, licenzia Veleno Rumoroso: folk blues acustico in confezione scheletrica, songwriting aspro ed etereo ad un tempo, la voce capace di inafferrabili esotismi nordici e squarci di viscerale propensione jazzy.
Nel successivo Vexed Fanatica (2000) le trame si arricchiscono ulteriormente, aprendo a suggestioni pop refrattarie agli steccati stilistici (a chi gli chiede a quale genere appartenga, risponde: "panoramic roots music") che danno vita ad un programma nutrito e ispiratissimo: echi di Pentangle, John Martyn e Tim Buckley stemperati in una vis esuberante ed eclettica.
Bad Pink Vibe (2001) segna un ulteriore ispessimento del tessuto sonoro accogliendo vigorose istanze funky (alla batteria c'è Mimmo Mellace de Il Parto Delle Nuvole Pesanti) impreziosite da vibrafono (Roberto Celi) e disinvolte concessioni elettriche/elettroniche. Il resto è storia di oggi, è Reel In Between.

Intervista

di ©2003 Stefano Solventi
Abbiamo raggiunto via e-mail il "Bricano", impegnato a Londra nelle riprese del video di Desert Flower.

-Quarto album da solista. Sembra che ognuno rappresenti una tappa di avvicinamento al vero Brychan. Se è così anche per te, quanto ci sei andato vicino con Reel In Between?
Sì, è vero mi avvicino sempre di più al mio ideale di disco perfetto, e devo dirti di essere particolarmente orgoglioso di Reel in Between: la musica, gli arrangiamenti hanno raggiunto una splendida amalgama e si avvicino molto al mix che cerco tra strumento organici ed elettronici. Ma succede anche una cosa strana: più mi avvicino al mio ideale e più quello cambia e si riallontana...potrei fare dischi tutta la vita cercando di raggiungere quell'ideale senza mai riuscirci!

-Ti eri posto degli obiettivi? E, in genere, pianifichi il lavoro prima di entrare in studio?
Come detto prima il mio target era quello di creare un album in cui potessero convivere in armonia le mie canzone con arrangiamenti funk, soul, house e jazz, mille strumenti e riuscire a fare un disco complesso e godibile...dalle mille sfaccettature e livelli di lettura.
Ho lavorato molto sui pezzi prima di andare in studio in Italia. Ho scritto più di 30 canzoni e fatto tutti gli arrangiamenti, suonato tutti gli strumenti, programmato drum machines, poi ho registrato tutto nel mio home
studio. Assieme alla mia band abbiamo fatto una selezione e tenuto 14 brani.
A quel punto sono andato in Italia con il mio hard-disk pieno di canzoni ed è arrivato Paolo Benvegnù, quindi abbiamo cominciato a registrare aggiungendo e modificando dove necessario.
E' stato un lavoro lungo e molto pensato, eppure abbiamo anche improvvisato in studio.

-C'è molto funky-soul, addirittura un clavinet alla Stevie Wonder in Desert Flower. E' un genere che ti interessa particolarmente? Ci sono dischi/autori a cui ti sei riferito - o che semplicemente hai ascoltato
molto - per "prepararti" a Reel In Between?
Well...ascolto di tutto e niente in particolare. Amo molto Stevie Wonder e in genere mi piace tanto la musica con il groove come il funk. Ma no, non ho ascoltato dischi per prepararmi a Reel In Between. Ho troppe canzoni nella testa e ho tempo per ascoltare solo quelle.

-Mi piace molto il suono in generale, il modo in cui definisce gli spazi (vedi come aleggia il vibrafono, la vicinanza a tratti esasperata delle chitarre, l'inafferrabilità della voce.). Se ti chiedo come ti sei trovato con Benvegnù alla produzione, mi rispondi con le solite frasi di rito. Per cui ci provo in un altro modo: hai tre parole a disposizione per descrivermi il valore aggiunto di Paolo sul risultato finale.
1) Sensibilità
2) Fantasia
3) Calore

-I tuoi testi suonano impetuosamente autobiografici. Anche per come usi la voce, come se volessi sottolineare il lato spirituale delle parole.
Sì è vero, ho lavorato tanto con Paolo anche su come canto le mie lyrics e come trasmettere meglio tutte le emozioni della canzone. Per me sono molto importanti le parole di questo album. Tutto il disco è
come un ciclo. Ti sei accorto?

-Direi di sì (vedi recensione). So quanto ami suonare dal vivo, ma ti diverti anche a sfruttare le sempre più ampie possibilità offerte dallo studio. In concerto è spesso obbligatorio fare scelte che stravolgono le soluzioni adottate per il disco. Per cui faccio anche a te la domanda che rivolgo a tutti: consideri l' esperienza live come un mero dovere promozionale, una sfida alle difficoltà tecniche, un altro momento dello stesso processo creativo-espressivo o cosa?
Sì, è una sfida, ed è un momento creativo. Cambieremo molti arrangiamenti, avremo un nuovo chitarrista. Ho preparato diversi set: elettrico, acustico, in duo col vibrafonista.
Ci mettiamo sempre al limite quando siamo sul palco e lasciamo spazio a improvvisazioni. I can't wait per cominciare il tour!!

-Ti piace la musica che gira intorno? Qualcuno o qualcosa che
ami/odi in particolare?
Mi piace moltissimo Cristina Donà: le sue nuove canzone sono molto belle. E dal vivo è fantastica. Poi mi piace ultimo dei Underworld. Mi fa schifo Jamiroquai, lui imita Stevie Wonder. Male. Non c'è anima.

-Beh, su Jamiroquai non posso che concordare. In bocca al lupo Brych.
Ciao, spero di vederti presto ad uno dei miei concerti.

Copertina: Brychan- Reel In Between (Cyc/Venus)
  • Desert flower
  • Reelin'
  • The wasp
  • Souls
  • Judas
  • Vendetta
  • Diamonds
  • Love you
  • Popstars
  • Rainbow
  • Nothing lost

Reel In Between (Cyc / Venus)

di ©2003 di Stefano Solventi

Sapevo che prima o poi Brychan avrebbe fatto quadrare il cerchio della propria versatile ed eccentrica poetica attorno ad una forma pop-rock più immediata. E’ questo che sembra in effetti Reel In Between, la barra puntata verso quel funky-blues già affiorato nel precedente Bad Pink Vibes.
E’ pur vero tuttavia che dal cantautore gallese non c’è da aspettarsi mai nulla di troppo prevedibile o normalizzato, abitandolo un’insopprimibile attitudine al meticciato stilistico che lo porta a stemperare – tanto per dire - folk gaelico, jazz, rock e disco con disinvoltura, tra le canzoni e soprattutto all’interno di esse.
Non un crossover da laboratorio, il suo, non un patchwork modaiolo con tanta voglia di stupire l’annusatore di hype di turno. Piuttosto, una predisposizione impulsiva, l’espressione fisiologicamente sintonizzata sulla linea di confine di modi e forme, tra le righe e gli steccati che tracciano aleatorie divisioni di genere.
Forte di queste premesse che del resto già conoscevamo, Brychan sciorina una freschezza e un’intensità da songwriter di razza, cui la produzione di Paolo Benvegnù (ex-Scisma, già apprezzato producer tra gli altri per Terje Nordgarden, a breve in pista col debutto in solitario) cuce addosso abiti sonori ben strutturati, sferzanti e ombrosi alla bisogna, ricchi ma ben attagliati, senza ostentazione.
L’apertura di Desert Flower è uno schiaffo che rimanda alle vigorose trame funky del miglior Ben Harper (quello di Fight For Your Mind, per intenderci) e alla verve rock-soul di sua meraviglia Stevie Wonder (da cui discende in linea diretta il frizzante ghirigoro del clavinet). Ok, l’incipit è azzeccato, e la successiva Reelin’ non è certo da meno: le trame si assottigliano jazzy (splendido il vibrafono-madreperla) e si irrobustiscono rock, le percussioni pestano e sfarfallano incrociando mormorii di drum machines, le corde si dimenano in libera uscita intanto che la voce detta i termini di un vero e proprio manifesto poetico. Indefinibile, e orgoglioso di esserlo.
La voce di Brychan, già: è scatto gioioso (i versi saltellanti nella quadriglia-reggae di Judas) e angolo buio (le trepide spire jazz-soul di Love You), melisma proteico e burla umorale, è ringhio, falsetto, il moto vaporoso di un’anima felicemente invasata (come in Souls, escursione ondivaga in territorio Notwist). Tanto è caratterizzata e caratterizzante che a chi la incontri per la prima volta – lo so per esperienza diretta - potrà sembrare bizzarra o addirittura eccessiva: del resto è comprensibile in tempi che abituano a considerare la voce quando va bene un ingrediente tra gli altri, quando va male un’insipida profusione di pattume imitativo (pensate alle prime dieci next big thing e fate mente locale). Sia chiaro, non è solo questione di mezzi piovuti in eredità da madre natura: ve lo dice uno che adora Neil Young.
Il programma prosegue smanettando il rubinetto dei sincretismi con felice disinvoltura, dagli esiti epici di Diamonds (ballata che prima mimetizza un andazzo reggae poi decolla su tappeto di archi e chitarre) al talking ombroso su congegno funk di Vendetta (che nel chorus ingaggia rhodes e tastiera a pennellare trepidi scenari Japan), dalle striature flamencate di The Wasp (intrigante l’hook di chitarra, suadente il respiro degli archi ad evocare certi Venus) al funky serrato di Popstars (in cui Brychan torna a descrivere – non senza una punta di amaro sarcasmo - il proprio modus vivendi artistico).
La lunga Nothing Lost chiude i giochi in chiave prettamente acustica, reggae folk dai sapori inafferrabili come un pugno di vento, drumming calligrafico, basso a palpeggiare le ombre, vibrafono a spandere cromatismi tremolanti, la voce che stacca parola per parola quello che è forse il senso di tutto il lavoro: “we are nothing more than memories to get lost in time, except for the voice in our hearts”.
E questo è quanto. Vedremo se riuscirà a conquistare l’airplay che (indubbiamente) merita. (7.5/10)