
Sin dagli esordi nel 1996 i Broadcast si sono messi in luce tra le proposte più apprezzate dell’indie britannico, anche se la predilezione per l’elettronica d’annata, certe atmosfere lounge e la voce della cantante Trish Keenan hanno indotto certa critica a scomodi paragoni con gli amici e sodali Stereolab. Se è vero che i punti di contatto con il combo di Laetitia Saeder non mancano, va comunque riconosciuta alla band di Birmingham una personalità che, disco dopo disco, appare sempre più definita.

Ridottisi a duo dopo uno scisma che ha causato la dipartita di metà dei componenti (oltre alla Keenan, è rimasto solo il fido James Cargill), i Broadcast approdano al terzo album - il quarto, se si considera la raccolta di EP Work And Non Work, sempre sotto la sicura egida della Warp.
In prospettiva, il loro appare un percorso all’inverso: se già nello scorso Haha Sound il sofisticato sound rétro di The Noise Made By People si era rarefatto e inasprito, per Tender Buttons si continua in tale direzione verso un electro-pop sempre più minimale e “crudo”, con chiare ascendenze vintage. La sottrazione degli elementi e il peculiare corredo sonoro (voce, basso, drum machine, synth analogici e qualche occasionale chitarra) contribuiscono a dare ai brani un’atmosfera unitaria che rende l’album estremamente coeso. Per tutte le quattordici tracce si respira un’aria di amatorialità, di elettronica cheap e lo-fi che sicuramente aggiunge un certo fascino alle composizioni. In continuità con la produzione precedente, a farla da padrone è sempre comunque la melodia (America’s Boy e Michael A Grammar - ricca di pulsazioni a 8 bit à la Computer World - gli episodi migliori in tal senso), unita spesso a toni morbidamente psichedelici (la ballad scarnificata per acustica e mellotron di Tears In The Typing Pool) o servita dai consueti ritmi sincopati (I Found The F).
Sul fronte delle novità, l’influenza di realtà storiche dei ’70 si fa notare in più punti: Black Cat riporta alla mente paesaggi tipicamente kraut, mentre la title track viaggia su territori algidi in cui il salmodiare della Keenan risulta sorprendentemente simile a quello di Nico; allo stesso modo ecco gli inevitabili Neu! (Bit 35), Can (il basso gommoso di Corporeal) e l’Eno-pop (Arc Of A Journey, You And Me In Time). Il reinventarsi alla luce di una tradizione che, ricordiamolo, è sempre bene maneggiare con cura, si è rivelato un punto a favore per i Broadcast. Vuoi per un pizzico di fortuna, vuoi per talento. (6.7/10)

Dopo 4 album e una nutrita serie di singoli usciti nel corso di un decennio arriva per i Broadcast Future Crayon, compilation di pezzi da vari EP (Come On Let’s Go, Extended Play One e Two, Pendulum) e rarità assortite (tra b-side ed estratti da raccolte). I brani coprono un arco temporale che va dal 1999 al 2003, tracciando una storia che comprende psych-pop (Unchanging Window/Chord Simple), elettronica, lounge (Where Youth And Laughter Go, Poem Of Dead Song) soundtrack sound tra Bacharach e Morricone (Dave’s Dream, One Hour Empire), costeggiando Stereolab (Still Feels Like Tears, Illumination) e kraut (DDL), in un compendio che rende l’idea del meltin’ pot sonoro patrimonio della band inglese e della loro cifra stilistica.
Oltre al valore completistico, Future Crayon è quindi una valida introduzione alla musica dei Broadcast (insieme all’altra raccolta dei primi EP, Work And Non-Work, 1997). (6.8/10)