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The Books

di ©2003-2005 Stefano Solventi
Tre album lievi ma imprescindibili, una fotografia ora nitidissima ora sfocata, ora ipercromatica ora sovraesposta (ma soprattutto sovraffollata) di quello che potrebbe essere oggi la “popular music”: non certo genuina, eppure meno artificiale di quanto si sarebbe portati a credere. Una piccola biografia e due parole col duo The Books
Foto: The Books

Folk'n'thumbtacks

di di Stefano Solventi

Nick Zammuto Willscher - padre di origini italiane e madre tedesca, residenze transitorie tra il Maine, il North Carolina ed il Massachussets - studia arti visive e chimica al college cucendosi addosso un futuro da restauratore. Ma l’attitudine è quella di un estroso genialoide, ragion per cui prima tenta l’avventura come cuoco (!) quindi opta per l’arte plastica e figurativa.
La passione per la musica, praticata da meticoloso autodidatta, prende vita attraverso la realizzazione di sculture-automi semoventi e sonori. È più o meno in questo periodo che al folk chitarristico di chiara ascendenza bluegrass (nel suo giovanile girovagare Nick ha avuto modo di assorbire l’humus dei monti Appalachi) si affianca la febbrile sperimentazione sul suono sintetico.
Nel 1998 prende corpo così un progetto di tre cd, il primo di improvvisazioni per chitarra (Solutiore Of Stareau), il secondo di ritmiche elettroniche (Willscher) e il terzo una sorta di merge degli altri due (Full Martyr Status Remixes). Quasi una tesi-antitesi-sintesi di quel sincretismo sonoro che iniziava a farsi largo nel bailamme di intenzioni del Nostro.
È ormai il 2000 quando Nick si trasferisce a New York, dove fa la conoscenza con il coinquilino Paul De Jong, violoncellista di origini olandesi affetto da una assai simile ossessione per i sample e le riarticolazioni sintetiche. Inizia un fitto scambio di vedute, intenzioni e minidisc: di fatto, sono nati i The Books. Nome che scherza con la ricca libreria di samples dei due (sui cui scaffali idealmente si collocano essi stessi) e la voracità letteraria di Paul, ma in cui riecheggia altresì il bisogno di ripararsi dietro una ragione sociale tanto generica quanto inestricabilmente legata alle sorti dell’umano.
I libri, appunto: fragili e incorruttibili, custodi del tempo “inutile”, segreti esegeti del mondo, depositari di profondità desuete e piaceri inconfessabili, cocciutamente moderni malgrado l’ininterrotta condanna del “progresso”. La loro musica si aggira dalle parti di questo ossimoro cercando di forzarne il limite, alla ricerca di un residuo umano ripulito di ogni retorica nostalgia, integrato ma intimamente apocalittico, asincrono quel poco che basta da sentirsi vivo nel flusso dei vivi, per quel che ancora può valere.
Il sodalizio si sviluppa e prende corpo, due anni di tagli, ritagli e frattaglie tra creatività febbrile e improvviso disimpegno (Nick ad un tratto molla tutto preso da voglia impellente di scalare gli amati monti Appalachi). In qualche modo i files giungono alle orecchie di “Mr Tomlab” Tom Steinle, che se ne innamora. Il suo intervento risulterà decisivo: dopo averli scritturati, impone al progetto una deadline che pur provocando qualche dissapore risolve però lo spirito da perenne work in progress, salvandolo da un più che probabile nulla di fatto. È così che, anno domini 2002, sul mondo è piovuto Thoughts For Food.

Simon and Glitchfunkle? Indigenous music!
Intervista ai The Books

(intervista via mail aprile 2005) di Edoardo Bridda e Stefano Solventi

- Lost and Safe potrebbe essere considerato il vostro lavoro più “musicale”, o comunque quello nel quale il metodo da la spinta al sound, alle melodie, alle voci umane…

Diremo piuttosto che gli elementi che costituiscono la nostra musica lavorano assieme in modi leggermente differenti rispetto al passato. Per la prima volta abbiamo realizzato un album avendo una idea piuttosto chiara di partenza per quanto riguarda sia la strumentazione che avremmo usato sia come questa avrebbe dovuto essere sviluppata nel disco.

Abbiamo deciso di non usare nuovi strumenti in un brano a meno che non ce ne fosse stata una reale necessità e soprattutto volevamo creare un lavoro coerente, che portasse avanti un sound dall’inizio alla fine.

Inoltre abbiamo deciso di lavorare di più con liriche originali legandole il più possibile ai “found vocal samples” e inoltre abbiamo pensato a una strumentazione complessiva che fosse più facile da trasformare in vista di live performances. La necessità di un metodo risponde quindi a esigenze pratiche più che a scelte concettuali.

- Quali sarebbero le cose da salvare e quali da perdere oggigiorno?

 Salviamo il “pensare” e l’”ascoltare” mentre lasciamo il sentire senza l’ascoltare e l’ascoltare senza il pensare.

- Pensiamo di aver notato influenze quali Pink Floyd, Beta Band e Gastr Del Sol in quest’album… Cosa ne pensate? Avete altri ascendenti da citare?

Sono troppe le influenze da citare. Amiamo ascoltare e ascoltiamo tantissimi dischi ma quando si avvicina l’ora di lavorare seriamente a un album, spesso smettiamo di ascoltare la musica altrui per mesi. Tra i recenti favoriti vi possiamo menzionare sicuramente Nick Drake, Odetta e Paul Simon.

- Mettiamo che la stampa vi voglia appartenenti a una scena particolare a tutti i costi, a quale movimenti vorreste essere riferiti?

Simon and Glitchfunkle'!

- Il folk si muove sempre dietro o al di sotto le vostre composizioni: ritenete che sia ancora vivo? È ancora il testimone di uno spirito popolare?

Si, il folk sopravvive alquanto bene, anche se per folk dobbiamo dare un senso molto lato. Il folk significa per noi “indigenous music”, musica fatta da gente di un paese per il proprio paese. È la musica che fa la gente nelle proprie case. Stranamente la tecnologia ha dato alla gente un modo molto diretto di fare musica a casa e di condividerla con gli amici, e questo la toglie dalle pastoie del commercio per farla ritornare a casa. È un nuovo tipo di folk, ma lo spirito è lo stesso. Pensiamo che per questo sia un buon momento per la musica in generale.

- Avanguardia e tradizione: se questa è un opzione dove pensano di andare i Books?

Continueremo a fare quello che facciamo, e una o entrambe queste etichette ci verranno affibbiate dagli altri. Non pensiamo che questa sia veramente una dicotomia.

- Alcuni musicisti sono molto cerebrali per quanto riguarda il loro lavoro mentre altri odiano parlare della musica che fanno. E voi?

Amiamo parlare e pensare alla musica e all’arte ma sfortunatamente il linguaggio non funziona molto bene quando si tratta di utilizzarlo per descrivere un suono o un’esperienza. Gli idiomi sono limitati ecco perché forse sarebbe meglio apprezzare le cose senza intellettualizzarle. La nostra filosofia è rappresentata al meglio da ciò che facciamo, ed è qualcosa che gli ascoltatori dovrebbero interpretare personalmente. Non tocca a noi dire alla gente come funziona la nostra musica. È qualcosa che bisogna testare di prima mano.

- Se dobbiamo fare un riferimento pittorico diremo che combinate dadaismo e scorci impressionisti, patchwork iperralistici e qualcosa di action painting. Pensate sia solo un gioco o potrebbe essere un approccio sensato alla vostra musica? Che pittori vi hanno influenzato di più?

Ed Ruscha, Bruce Nauman, Cy Twombly, Marcel Duchamp, Piero Manzoni. Più alcuni artisti che sono anche amici molto vicini a noi, che tuttavia non sono conosciuti fuori dalla loro realtà

- D’altra parte potremo fare anche riferimenti cinematografici citando il surrealismo di Luis Buñuel e il folk delle pietre che piovono dal cielo di Ken Loach…

Dì quello che vuoi. Sai molto di più di quel che sappiamo noi. Noi non abbiamo molto tempo per andare al cinema, sfortunatamente. Paul una volta ha visto 730 film in un anno. E questo copre soltanto il 5% di quello che ha visto! Forse Brunuel sì. Specialmente i suoi film più vecchi, quelli con Dalì. E anche Entre Acte di Rene Clair, il perfetto film per bambini tra l’altro.

- C’è anche un’esperienza nel campo della scultura, nel vostro palmares… Avete in cantiere qualche altro fuori programma?

Abbiamo appena realizzato una soundtrack per ascensori per il Ministero della Cultura francese, una cosa un po’ bislacca ma interessante. Ambient music – anzi elevator music - alla maniera dei Books. Più importante però è l’archivio di fonts sonori che stiamo allestendo, un progetto complesso, molto stimolante, che ci permetterà in futuro di pescare dalla nostra collezione il suono più adatto per ciò che vogliamo esprimere. Colori, umori, odori, luoghi, ambienti, epoche, idiomi, sono solo alcuni dei parametri con cui cataloghiamo – e quindi poi possiamo rintracciare - i suoni. Bello, no?

- A proposito di “Found Voices”, quelle italiane stanno diventando una piacevole abitudine. Questa volta accade a “Venice”, dove curiosamente spunta un accento – sembra quasi - fiorentino. Dove avete trovato quel frammento? C’è una storia dietro a questo?

L’abbiamo trovato in un elleppì di un opera di Scarlatti degli anni sessanta. L’ultima traccia è una straordinaria registrazione di Salvador Dali che dipinge in pubblico al Teatro La Fenice di Venezia.

Dalì stava creando i set e i costumi per la prima di questa riscoperta opera. Non abbiamo editato quasi nulla soltanto un kahob e una linea di basso.

- Perché il nome The Books?

Abbiamo fatto una lista dei nomi potenziali (come facciamo per tutto) e li abbiamo fatti leggere ai nostri amici. The Books era quello universalmente scartato perché “troppo noioso”. Era ovvio che era il nome per noi. The Books inoltre ci fa pensare a “The Waves” di Virginia Wolfe. È lo stesso tipo di titolo, ha una certa vastità.

- Nick Willscher puoi dirci quali cose connettono album come Solutiore Of Stareau, Willscher e Full Martyr Status Remixes al primo album dei Books?

Sono le mie prime registrazioni in assoluto. Ho iniziato a pubblicarle sul nostro website. Sono vecchie registrazioni alcune di loro imbarazzanti ma c’è una sorta di suono primordiale da quelle parti che alcuno potrebbero trovare familiare.

- Siete contenti che i critici vi hanno acclamato come gli inventori della folktronica con Manitoba, Mum, Four Tet e Coleen?

Non dimenticare che abbiamo anche inventato i “thumbtacks”

Copertina: Thoughts For Food
  • 01 Enjoy Your Worries, You May Never Have Them Again
  • Read, Eat, Sleep
  • All Bad Ends All
  • Contempt
  • All Our Base Are Belong to Them
  • Thankyoubranch
  • Motherless Bastard
  • Mikey Bass
  • Excess Straussess
  • Getting the Done Job
  • A Dead Fish Gains the Power of Observation
  • Deafkids

Thoughts For Food (Tomlab, 2002)

di di Stefano Solventi

I primi ascolti lasciano la sensazione di uno specchio infranto, squarci di luce tiepida in un continuum di singulti, strappi, ticchettii, loop, reverse e found voices. Una chitarra, un dobro, violoncello e violino, impalpabili pennellate di synth, aporie d’organetto: questi gli strumenti “suonati”, dei quali si insegue la fragranza del timbro, il suo limpido perpetuarsi e svanire, la purezza. Poi c’è il resto, il taglia e cuci elettronico - stratificazioni/sovrapposizioni/frammentazioni - strumento anch’esso anzi di più, una calligrafia, un codice.
Avvengono insomma cose che fanno pensare al contemporaneo glitch, ma laddove quello si struttura altero e impalpabile, contrapponendo calore simulato ad algoritmo palpitante in un seducente gioco di realtà differita/evocata (vedi il caso dei Mùm o degli ottimi Dntel), Zammuto e De Jong tengono i piedi ben saldi al suolo, non perseguono solipsismo o fughe nel grembo d’altrove, pescano nel vivo della memoria con piglio analogico, e – fatto non trascurabile - hanno il buon gusto (anzi: la salvifica propensione) di spolverare su tutto una sanguigna ironia.
Lungo dodici titoli le lezioni di John Fahey, Penguin Café Orchestra, Gastr Del Sol e Brian Eno (e Smog, e Tom Waits, e Art Of Noise, e John Cale, e Boards Of Canada…) zampillano senza requie, lasciandosi docilmente manipolare, sottolineando il senso di estrema padronanza e misura con cui le parti entrano in gioco, un sistema vivo e funzionale di fattori, un florilegio essenziale di espedienti e scenografie, un’estetica coerente e lucidissima, perciò così serena, così lieve.
Il loro è infatti un progetto complesso che poggia su basi semplici, elementari: inseguire il suono - il suo frangersi ritmico, aritmico e poliritmico – e i suoni – il loro accadere e inseguirsi, casuale e causale - e in questa fauna astrusa e palpitante cercare (aspettare, accogliere) i germi dell’espressione. Una autentica sinfonia di quotidianità manipolate, sorta di paradigma del pasticcio in cui si è andato a cacciare il rapporto tra l’uomo ed il mondo, nel cui cuore febbrile all’improvviso vibra un tremito di chitarra, o un frinire di violoncello, o un tiepido canto bluesy. È come accendere un fiammifero nel buio: è appena un barbaglio, d’accordo, ma è il centro di tutto, riempie gli occhi e scalda il cuore.
Si consideri il count-down concitato in All Our Base Are Belong To Them: annuncia nientemeno che… una pennata su una chitarra acustica. Sembra niente, ma è il punto della questione. È pura vibrazione d’aria, propagarsi armonico d’onde. Il grado zero da cui sboccia d’un tratto la melodia, come il convergere di istanze brevi, occasionali, transitorie, eppure sufficienti a contagiare tutto il resto.
Scorri queste tracce, le lasci consumare una ad una, e ora ti sembrano impenetrabili, ora ti accarezzano i pensieri, ora sono il profilo semplice di un sorriso, ora lo sguardo cupo di una bolgia organizzata. I found voices spandono il loro formalismo distaccato (nell’iniziale Enjoy Your Worries balenano schegge di cronache sportive, Contempo ri-contestualizza l’omonima pellicola di Godard, in Read, Eat, Sleep c’è addirittura un esercizio di dizione), mettono in scena la paura del contatto (l’aspro rifiuto opposto al bambino che crede di riconoscere i propri genitori in Motherless Bastard, così lontano così vicino a certo Badly Drawn Boy), schiudono la ferita della comunicazione sterile/ostile sulla quale il suono – field recordings (artificiali?) compresi – asperge una glassa di consapevolezza, come lo sguardo di chi trascende la superficie. Ed è il nostro.
Uno sguardo che sa abbandonarsi ad insensatezze dada, che sa accogliere la schizofrenia delle forme (le suggestioni latinoamericane tra i reperti country-blues di All Bad Ends All, che diventano foschia pseudo-ambient in Thankyoubranch) come antidoto alla fossilizzazione intellettuale, all’intruppamento/soffocamento delle idee (il grottesco siparietto à la Monty Python di Deafkids). Situazionismo omeopatico, calato nell’intimo con irriguardosa tenerezza.
Alla fine ti accorgi di aver viaggiato sul pelo del sensibile, di esserti incagliato nel denso delle cose e poi di averle attraversate con un pensiero. Di esserne uscito allarmato e diverso. Non sai bene come, ma è così. Ed è un bene. (8.0/10)

Copertina: The Lemon Of Pink
  • The Lemon of Pink
  • The Lemon of Pink, Pt 2
  • Tokyo
  • Bonanza
  • S Is for Evrysing
  • Explanation Mark
  • There Is No There
  • Take Time
  • Don't Even Sing About It
  • The Future, Wouldn't That Be Nice
  • A True Story of True Love 4
  • That Right Ain't Shit
  • PS

The Lemon Of Pink (Tomlab / Wide, 2003)

di Stefano Solventi

Se Thought For Food fotografava due anni di work in progress febbrile, The Lemon Of Pink impone maggiore limpidezza sonora e solidità formale. Ovvero, suona come i The Books a cui sia stata data l’opportunità di esprimersi al meglio: il timbro scintillante delle corde, il tepore vellutato delle voci (femminili), il frinire ombroso degli archi, il nitido ancorché convulso prodigarsi degli espedienti sintetici (vedi come disinvoltamente in Tokyo il materiale analogico percorra le piste dei microchip), l’astruso balenare dei found voices (anche in italiano, come nell’inquieta tessitura di S Is For Everysing o nell’ipnosi Stereolab di Take Time, dove in qualche modo tornano alla mente certi Floyd del lato scuro della luna).
Ci guadagna (molto) la confezione, ci perde (parecchio) la fragranza, si disperde (un po’) il fragile, miracoloso equilibrio (che era poi uno squilibrio su abissi nonsense) dell’esordio. Possiamo quindi parlare di un passo indietro, pur conservando la proposta un tutt’altro che trascurabile fascino naif. La cifra espressiva infatti non cambia, tolta qualche ulteriore concessione a certi schemi electro di scuola wave coniugati post-rock (la quiete crepuscolare al crocicchio Eno-GYBE di There Is No There), che del resto rendono oltremodo vivida e palpitante la commistione tra tessiture sintetiche e fraseggi folk (la serialità minimale con striscianti influssi Beta Band di A True Story Of A Story Of True Love).
Come le paradossali associazioni di colori nel quasi omonimo libro per bambini di Hervé Tullet (Pink Lemon, 2002), lo iato tra esecuzione/riproduzione dei suoni e la loro manipolazione/simulazione tira in ballo l’essenza astratta del reale, chiama a raccolta la sensibilità nascosta, ci invita a guardare noi stessi che ascoltiamo, sorta di specchio particolarmente sensibile ai moti dell’anima. A tal proposito, si prenda la brevissima PS: i fonemi non raggiungono la dimensione compiuta dei significanti, non sono “parole”, sono balbettii pieni di eccitazione e imbarazzo ed altre mille cose appena percepibili o immaginabili, tuttavia proprio di questo sono espressione efficace, potente, compiuta. In meno di un minuto di quasi niente c’è una stanza, un’intimità, si intravedono relazioni e conseguenze, si incontra la vita vivente.
Questa è la poetica – se di poetica è lecito dire – di Zammuto e De Jong. Il loro talento è renderla invisibile, leggera, potabile come un passatempo qualsiasi, in questo vicini a certo Jim O’ Rourke il cui spirito sembra aleggiare nella toccante That Right Ain’t Shit, e assai simili a certi indolenziti abbandoni targati Califone (vedi il folk-blues struggente della “prima” title-track, la seconda essendo il perorare astratto/artefatto di un claudicante violoncello).
Si fermassero adesso, avrebbero appena lasciato intravedere qualche cedimento (inevitabile?) alla maniera, rimarrebbero cioè quell’adorabile fenomeno di culto che un giorno è andato molto vicino a salvarci il cuore. (7.0/10)

Copertina: Lost And Safe (Tomlab / Wide, 2005)
  • A Little Longing Goes Away
  • Be Good To Them Always
  • Vogt Dig For Kloppervok
  • Smells Like Content
  • It Never Changes To Stop
  • An Animated Description Of Mr. Maps
  • Venice
  • None But Shining Hours
  • If Not Now, Whenever
  • An Owl With Knees
  • Twelve Fold Chain

Lost And Safe (Tomlab / Wide, 2005)

di Stefano Solventi

Il difficile terzo album, il fatidico terzo album. Lost and Safe ci consegna una band in transito, sospesi in una misticanza di palpitazioni diafane e calligrafie frementi, di spazi nuovi e fruste reiterazioni, di prospettiva e resa.

Intendiamoci, i Books sono ancora in forma, forse mai tanto padroni – non solo tecnicamente – di strumenti e modi espressivi. Eppure sembrano cogliere nell’aria una mutazione che li rende già oltrepassati, un presentimento a cui cedono di schianto inscenando una sorta di auto-dissolvenza.

Da cui l’inerzia, la rassegnazione annidata nel profondo di questi bozzetti, dall’iniziale A Little Longing Goes Away (chitarra acustica, percussioni e voce catturati da riverberi, fischi e ronzii, per una ballata lenta come un corteo funebre nella luce bianca abbacinante) alla dimessa If Not Now, Whenever (chincaglierie ritmiche, squilli di telefono, trama di chitarre acustiche e tastiere, squarci di folk blues vaporoso come a volte i Gomez).

La folktronica, che in loro ha trovato tra i primi e i più esaurienti cantori, non è più setaccio adeguato per le sempre più sottili pagliuzze prodotte dall’attrito tra realtà e percezione. Perché non c’è realtà che non sia anche irrealtà. Ormai l’organico sperimenta ad ogni istante di ogni giorno il compromesso – la collusione/collisione – con l’artificiale, il virtuale. Il peggio è passato, ed è dentro di noi. La post-realtà è solo un’altra realtà: questa realtà.

Perciò, conclusa la metamorfosi effervescente annunciata/denunciata dal glitch-pop/folktronica, gli strumenti d’indagine tornano alla base, tornano basilari. La melodia è un corpo che riemerge, una polpa che pian piano riprende a coprire i cari vecchi scheletri, senza scordare di quando un giorno morì la fede nelle possibilità, nelle prospettive, nella semplice consolazione del pop-rock.

Ecco infatti il ritorno a modi e strutture analizzabili con criteri e paragoni “standard”. Senza tema diciamo dunque che Smells Like Content è un trepido folk come potrebbe partorire il Dave Matthews dei bei tempi, seppur ipnotizzato dai Beta Band e segregato tra uccelli esotici e stranite ritmiche percussivo-digitali.

E ancora, il reggae-funk serico e teso di None But Shining Hours sembra il frutto di Kings Of Convenience androidi, mentre Vogt Dig For Kloppervok trasuda la solennità world-pop del Peter Gabriel periodo So attraverso e malgrado tutto il campionario d’astrazioni e rifrazioni, tramestio di palline di plastica e droni frastagliati, intercettazioni telefoniche e vocoder triturato.

È un passaggio importante, duro, difficile. A cui Zammuto e De Jong – inevitabilmente - pagano pegno. Difatti le meraviglie soniche di Be Good To Them Always (scoppiettii e sciabordio, i Talking Heads impagliati, frusti afro beat tra le sinapsi inesorabili di Laurie Anderson) e It Never Changes To Stop (col banjo squillante, l’enfasi brumosa degli archi, l’aspro found voices) finiscono col sembrare sordi anacronismi: preoccupati innanzitutto di adempiere i dettami della “vecchia” formula, implodono, l’incanto smorzato sul nascere.

Ne risulta una scaletta meno efficace rispetto ai lavori precedenti, mimetizzata nel proprio stesso sapersi inessenziale, innocua (quasi) rispetto al mondo su cui posa lo sguardo. Tuttavia, l’album in se è buono: se solo non fosse per quel retrogusto di strisciante amarezza, di rimpianto sottopelle. Per quel veleno di sconfitta. (6.2/10)

Live: The Books – Circolo Della Grada, Bologna (2 dicembre 2006)

di Edoardo bridda

È la prima volta che i Books vengono in Italia, e questa piccola tournée è importante non solo per l’esclusività dell’evento. Queste date concludono un ciclo di vita, una trilogia iniziata nel 2002 con Thoughts For Food e completata nel 2005 con Lost And Safe. Un percorso che ha visto un’iniziale stacco dal luogo comune sostituirsi a una ricongiunzione melodica, da found voices protagoniste a un aplomb chamber folk sempre più determinante.

Alla Grada, i due portano a termine la missione, l’approccio allo strumento è accorato, la voce di Zammuto non sfigura nei brani cantati dell’ultima prova, eppure un’impalpabile amarezza sale canzone dopo canzone: The Books non contemplavano narrazioni nello streaming, facevano collidere trame differenti, action painting e instant emotion stando alla larga dai leit motiv, depistavano più che ricongiungere le traiettorie. Invece è una conciliazione tra vita e arte quella a cui assistiamo con Zammuto (un Tom Cruise ancora più mignon) neopapà, e DeJong (il lungagnone battiatesco) novello sposo, entrambi con famiglie in attesa presso il vicino Hotel.

Già trentenni, c’hanno messo un po’ più tempo della media del Paese, ma ci sono arrivati: l’America simbolica come specchio del contemporaneo ora è l’America cinematografica di provincia. Ed è soprattutto il video a chiarirlo: i Books ne scelgono alcuni autoassemblati, materiale che hanno trovato ovviamente, ma salvo pochissime eccezioni la maggior parte di loro si riduce a reportage para-Unicef o, peggio, a documentari. Tra quest’ultimi, a un certo punto, c’è quello degli anziani (all’ospizio, alla festa danzante, nel quotidiano) che non è altro che un surrogato di Fandango via Cocoon. Non sono questi i Books che amavamo. Proprio no.