Partiti in quarta con stordenti feedback pop à la Jesus & Mary Chain, compiuto il passo falso di un energico quanto clichettato second coming, approdati con Howl al roots rock, per i Black Rebel è giunto il momento di far quadrato. Con Baby 81 i ragazzi si giocano la carta dell'hard rock venato psych.

Rispetto a quella che sarà la spumeggiante biografia dei Franz Ferdinand o al già chiacchieratissimo melting pot modaiolo degli Strokes, la storia dei BRMC non è, come ci si potrebbe aspettare da un nome del genere, una fucina di fuochi artificiali. Robert Turner e Peter Hayes si conoscono tra i banchi della high school di turno: hanno progetti musicali paralleli e bazzicano in vari gruppi giovanili della Baia. Con l'approfondirsi dell'amicizia, decidono di dar vita a un progetto comune da realizzare in futuro. Quell'idea prende forma grazie alla conoscenza dello studente d'arte Nick Jago (stabilitosi a San Francisco dall'Inghilterra l’anno precedente) e con il - ben poco - tentacolare ragazzone alla batteria la strada porta dritta al debutto live nel novembre del 1998. Inizialmente quel primo tentativo d’investire ugole e muscoli nella direzione di un sound lontano dalla capitale britannica, ma ricco di spezie del Nord quali Jesus And Mary Chain, Stone Roses e Ride prende il nome di The Elements; ma è soltanto una transizione: i ragazzi imparano presto (e forse no) che quella stessa ragione sociale è patrimonio di uno storico gruppo fusion del giro di Pat Metheny e così, in sostituzione, scelgono l'attuale BRMC, una mossa che per via di una serie di richiami sixties - Marlon Brando in primis - garantisce presto i suoi frutti.
Con questa scritta in grassetto bianco stampigliata su un cdr venduto dopo gli show, Turner, Hayes e Jago coltivano un piccolo culto: il demo va a ruba (una media di 500 copie vendute a botta, ovvero l'equivalente stampato) e visti i riscontri, cresciuta la fama, il gruppo si sposta nella viziosa e rocheggiante Los Angeles. Inizialmente, li nota la radio KCRW di base a Santa Monica, ma quelle canzoni trasportate da qualche marinaio da fronte del porto arrivano pure oltreoceano, presso la BBC radio di Sheffield, che premierà pure il famoso demo come "Record of the Week".
Da lì al classico personaggione della svolta il passo è breve: eminenza Noel Gallagher li vuole a tutti i costi per la Brother Records, la neonata etichetta personale, ma tanto è l'entusiasmo del chitarrista (dichiara senza mezzi termini che sono la sua band preferita) che pure i muri mormorano e la band riceve prima l'invito della Warner/Chappell e poi uno ancora più paffuto dalla Virgin Records, che nel duemila strappa il contratto.
Dopo un tour sveltina con i freak psichedelici Dandy Warhols (che Turner e soci non mancheranno di omaggiare in futuro), il gruppo varca le porte dello studio d’incisione per realizzare l'agognato omonimo. L'album vedrà la luce soltanto del marzo 2001, ma una volta pubblicato, le congiunture non possono essere migliori: tutti parlano di rinascita rock e con gli Strokes caldi ma non ancora bollenti (Is This It? uscirà soltanto a settembre), i Nostri sono di fatto i primi emul rockers a godere di una fama considerevole, la prima new sensation del millennio.

B.R.M.C. (Virgin, 2001), l'album omonimo, è un energico esempio di derivata Creation Records quasi cronologicamente perseguito nelle 12 tracce della scaletta, un perfetto esempio di come l’audience in certi frangenti abbia maggiore bisogno di colmare un vuoto lasciato da un pool di sonorità, più che soddisfare la bramosia di un riff che cambi la vita o un timbro di voce che spacchi il petto.
Rigido come inflessibili erano i personaggi di Paul Newman (o di Brando) giovanili, l’album è un compendio di luoghi comuni ben ingrassati quanto ingessati, di garage tirati a lucido dove il disordine è il corollario di una struttura armonica determinata e mai messa in discussione.
Inutile la stizza per l’accostamento costante con i Jesus And Mary Chain, stupido da parte della band prendere le distanze - con spocchia e sdegno sfoggiato nelle interviste - da un mondo sonoro del quale sono figli e pure nipoti. In sostanza i Black Rebel non fanno altro che suonare con passione e tenacia ciò che li ha appassionati negli anni, senza particolari ossessioni o geniali intuizioni. Lo fanno con evidente trasporto ma anche con ingenuità e, dove finisce quella, con un sano opportunismo. Dunque, pace ai ricercatori delle pepite dell'espressione del sé e aperti i sermoni degli psicologi tv sul problema dell’identità delle giovani generazioni: si va da pesanti riferimenti alla stordente estetica feedback di Kevin Shields (My Bloody Valentine) alle strofe dei Fratelli Reid (Jesus And Mary Chain) con in bocca un Burrito di Taco Bell (Love Burns), dalle acide attitudini dei Primal Scream in lozione UHT (Red Eyes And Tears) a certe melodie dei Teenage Fanclub (Red Eyes And Tears). Scavando a fondo non potevano mancare i Beatles-Lucy-In-The-Sky via Oasis (Awake e Too Real) e da lì - esagerando in pose narcotiche e lascive sonnolenze - il raschio del bidone giallo evidenzia luoghi noti e arcinoti di mezza scuola Manchester, sepolta sotto strati di distorsioni mai troppo avvolgenti e triturando fraseggi mai troppo intriganti (As Sure As The Sun).
Meglio abbigliate le canzoni dal sapore motorizzato e r’n’r, come i due boogie Whatever Happened To My Rock‘N’Roll (dalle parti di Detroit - il singolo che li ha lanciati nello stardom) e Spread Your Love (nella Los Angeles dei Doors), gli unici brani trascinanti di un lotto certo ben mirato nella sei corde, ma con una scrittura derivativa, se non proprio imbarazzante nel cacciar farina da un sacco che è sempre in prestito (si ascoltino le sognanti strofe in salsa U2 d’America di Salvation con quel testo scolastico…). (5.0/10)

Forti delle vendite lusinghiere del debutto (700.000 copie), il secondo album è atteso come la più recente incarnazione della meraviglia. Con Take Them On, On Your Own (Virgin, 2003), Turner, Hayes e Jago rispondono alzando il voltaggio, scolpendo il sound, sparando un drumming più selvaggio al centro della scena (per quanto può esserlo la tecnica di Jago, s’intende), facendo del basso una cappa minacciosa e della voce un crepitio transistorizzato.
I cliché diventano soffici diktat produttivi e non c'è nessuna remora quando c'è da rubacchiare un riff stoniano (nella lunga cavalcata conclusiva di Heart + Soul) oppure riciclare sfacciatamente l'irriverenza catchy degli amici Dandy Warhols (We'Re All In Love), la ribellione motoristica in derapage multistrutturato dei Primal Scream (Us Government) o l'ipercinetismo post punk del proprio cavallo di battaglia Whatever Happened To My Rock'N'Roll (in Six Barrell Shotgun).
Così, se ai tempi del debutto il gruppo poteva vantare numi tutelari quali Stone Roses e Ride, stavolta sembra che rifaccia gli Oasis folgorati dagli ultimi (esecrabili) ZZ Top (tentativo di omaggiare il patron Noel?), o i già citati Primal Scream passati dal parrucchiere di Bon Jovi (sempre la celeberrima Six Barrel Shotgun).
Forse proprio per l'eccessivo battage pubblicitario, o per le amplificazioni delle riviste specializzate, di Take Them On, On Your Own tutti se ne dimenticheranno presto: ancora una volta i BRMC non dimostrano la volontà di calarsi nelle profondità e/o nell’inquietudine che da sempre abitano le sonorità di cui riscoprono le fragranze, piuttosto sembrano propinatori di un gusto oramai chiaro e talmente evidente che lo stesso pubblico, per giunta un po' deluso dai live, inizia a disinteressarsene. (4.0/10)

E la storia sembra così destinata a un epilogo con tutti i segnalibri del caso e gomme sotto il banco: Jago oscilla pericolosamente dentro e fuori dal gruppo per tutto il duemilaquattro, i restanti perdono motivazione ma non è detta l'ultima …a sorpresa, l'anno seguente il trio ritorna, parco di major ma con nuova linfa. Dopo l’abbuffata elettrica dei primi due capitoli, Howl (Echo / Self, agosto 2005) rileva un cambiamento massiccio: i Black Rebel Motorcycle Club suonano roots music USA (e magari hanno letto pure Allen Ginsberg)!
Certo, nessun recupero pedissequo o canti Appalachi (come li avrebbe dipinti Neon Eater), piuttosto quella rivisitazione folk nello spirito che animò gli U2 di Rattle And Hum e soprattutto, ciliegina sulla torta, quel pop-rock acustico che ammaliò i sovrabbondantemente citati Jesus And Mary Chain. Infatti, proprio come ogni buon corso e ricorso della storia, allo stesso modo della svolta folk dei fratelli Reid, stregati a metà novanta dallo slowcore di gruppi emergenti come Mazzy Star (il sottovalutato Stoned & Dethroned, Wea, luglio 1995), i BRMC fiutano il vento d’occidente del nuovo folk e staccano a loro volta le spine per attaccarle alla tradizione.
La direzione però, non lo nascondiamo, sembra quella giusta: i brani sono sufficientemente vari e ben arrangiati, ma soprattutto tra omaggi al man in black per antonomasia (Devil’s Waiting), gli U2 in ballad (una quasi cover di One chiamata Weight Of The World), le inquietudini dalle parti del Lanegan (Fault Line) e pure un gospel pagano (Devil's Waitin'), l’insieme - vuoi per il fascino intramontabile del vintage, del Rodhes o per i suoni penetranti della slide guitar (Howl e il buon boogie Ain’t No Easy Way) - suona piacevolmente convincente.
Le partenze sono importanti, ma determinanti sono gli sviluppi: Per gli U2 Rattle And Hum rappresentò un umano e imperfetto smarcamento, per i BRMC Howl cosa rappresenterà? (6.5/10)

Scettici su ciò che fece dell’omonimo della ditta BRMC un caso discografico (quasi un milione di copie vendute finora) e ottimisti riguardo alla precedente prova dal gusto unplugged tra transizione USA e pop post-Creation, ci ritroviamo di fronte alla roccia Baby 81 con un certo timore. Per ben un’ora, il trio somministra un pop psych and roll corroborante senza rinunciare alla melodia, mantenendo coolness e quel tocco britannico da sempre caratteristica e boomerang del combo. Si attacca con Took Out A Loan che rallenta la tensione ritmica delle nuove wave per un ringhioso hard-blues accecato dal sole. Sul finale, la chitarra scatarra un riff matematico e arcigno mentre una seconda sguaina un acidissimo assolo psych. È la rotta grossomodo dell’intero corso, un Howl solido e elettrificato senza febbri feedback che dovrebbe mantenere le promesse e che purtroppo reitererà alcuni difetti da sempre morbo del gruppo. Il principale è l’iniezione di radiofonia standard (britannica come americana) in un granito rock’n’roll rincorso come il Sacro Graal. Un’attitudine che convince a corrente alternata nelle pose in ballad dell’album (Window con accenti in falsetto vicini a Beatles e Oasis, e It's Not What You Wanted con strascichi Jesus & Mary Chain acustici), ma che disgusta (sì, addirittura) nei ritornelli sbarbini delle tessiture più ringhiose a partire dal singolo Weapon Of Choice (in streaming gratuito sul sito ufficiale).
Sono sempre stati furbi i Black Rebel, furbi e sinceri appassionati del desert-psych. A molti perciò piacerà il ringhio alla Nine Inch Nails di Cold Wind (un tantino troppo prevedibile), come anche un classico in souplesse dei loro come 666 Conducer (automatico), idem per Need Some Air che esibisce chiacchiere e distintivo (quegli “Oh Oh Oh” tristi…). Se ci mettiamo il lentone à la U2 del caso, All You Do is Talk (non proprio un must), non è flop à la Take Them On, On Your Own ma ci si deve accontentare. (6.0/10)