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The Black Keys

di AA. VV.
Blues elettrificato, scabro e ad alta temperatura. Un po’ come se Jon Spencer lanciasse palla a scavalcare il centrocampo, ma all’indietro, verso il proprio portiere. I Black Keys, cuore, testa e braccia rubate al Delta nero.
Black Keys

Il blues sul piano inclinato elettrificato

di Stefano Solventi

Patrick Carney picchia duro sulle pelli e produce, Dan Auerbach mette in gioco le pastose corde vocali e fa incendiare una chitarra straordinariamente intensa e consapevole: il loro è uno scontro armonico di sensibilità sincronizzate, di congetture melodiche elementari e perciò ad un tempo letali e divertenti. Un blues-rock grezzo, primordiale, ma sempre visto da un'ottica bianca che lo rende subito acido, feroce. Una versione scarna dei primi Fleetwood Mac, un John Mayall senza alcuna fregola jazz.

Il sound è chiaramente costruito, eppure riesce a suonare naturale, uno schianto ruvido ad amplificatori sgarbati, che quasi lo credi reperto d'epoca. Frutto di una convivenza lunga e approfondita con la materia, divorata e metabolizzata così da restituirne le forme con stringente immediatezza. Roba al cui confronto il blues-revival dei White Stripes sembra poco più che un capriccio da poseurs, mentre quello irrorato post-punk dei The Immortal Lee County Killers una corruzione eccessiva (per quanto trascinante).

Eppure, ai primi del millennio Patrick e Dan erano ancora due ragazzi che masticavano tempo e prospettive per quanto permetteva loro Akron, Ohio. La città della gomma, la chiamano, per via degli stabilimenti Goodyear. Ma, stando a quel che si dice, anche un bel ricettacolo di desolazione e strade senza uscita. Da cui però un glorioso giorno – un millennio fa - spuntarono i Devo, e scusate se è poco.

Proprio a quei pazzoidi geniacci guardò inizialmente Patrick, pestando pelli in band post-punk. Dan invece era quello che annusava arcaiche vibrazioni blues, almeno per quanto gli consentiva l'odore di pneumatici nell'aria. Forse il Delta del Mississippi - quel raglio di vita aspra, quelle vene aperte come una strada tra perdizione e redenzione - rappresentava per lui il corrispettivo del poster esotico per Carlito-Al Pacino, con la differenza che Dan lo ha strappato prima di ammuffire (morire), se lo è messo in tasca a stretto contatto di cuore. Infine, se lo è suonato. Assieme a Patrick, ben presto convertito alla brusca flagranza professata dall'amico. Una complicità nata e assodata nella cantina del batterista, ottima location per questa cospirazione. Che nel 2002 azzarda la luce del sole con un bruciante debut-album.

  • Busted
  • Do the Rump
  • I'll Be Your Man
  • Countdown
  • Breaks
  • Run Me Down
  • Leavin' Trunk
  • Heavy Soul
  • She Said, She Said
  • Them Eyes
  • Yearnin'
  • Brooklyn Bound
  • 240 Years Before Your Time

The Big Come Up (Alive Records, maggio 2002)

di Stefano Solventi

L'opera prima dei Black Keys sgorga come un fiotto d'acqua bollente, altrettanto inevitabile, altrettanto naturale e tuttavia sorprendente. Il modo in cui si propone alla contemporaneità - senza velleità postmoderniste, solo un avvenire rude ed essenziale - disarma ogni criticismo e t'impone un ascolto immediato, crudo, così come viene. E quel che viene è un blues elettrico minimale e fragoroso, Howlin' Wolf-oriented, dove batteria e chitarra perseguono bordi sfrangiati e truci, riflesso di un'anima lacerata ma indomita. Il canto di Dan - tra il sanguigno e il sornione, una rauca via di mezzo tra Hendrix e Steve Ray Vaughan - gorgoglia tra le anse dei riff e dei fendenti, è l'officiante di un rito interiore che sgorga sulla pubblica piazza, lo psicopompo verso il Southern Comfort serotino. Batteria, chitarra e voce, nient'altro che questo, tolto un bordone d'organo a guarnire il boogie ossuto di Countdown, un basso che incorpora l'esercizio da ZZ Top cauti di Brooklyn Bound e qualche found voices a procurare oppiacei straniamenti hip-hop nella conclusiva 240 Years Before Your Time (ghost track compresa).

Tra obbligati blues strappati a morsi, sia formali (la spigolosa Busted) che "poetici" (l'invocazione accorata di Run Me down), i due guaglioni trovano il modo d'innescare uno strano cortocircuito spazio-temporale, risalendo cioè alle radici della questione blues-rock senza fingere che non sia accaduto tutto ciò che è accaduto. Ovvero l'andata-e-ritorno transoceanica che generò il british-blues da una parte e il garage dall'altra, con tutte le propaggini & farragini psych conseguenti. Ecco quindi una She Said, She Said che di beatlesiano conserva solo gli sfrigolamenti del riff, una Them Eyes che semina spore vaudeville in un fertile solco boogie/errebì, una I'll Be Your Man che gigioneggia blues-rock giusto un attimo prima d'incapricciarsi Small Faces. In altre parole, la bussola dei Black Keys punta quell'età dell'innocenza del blues-rock che precede la “corruzione” pop senza però rifiutare tutto ciò che è stato, ponendosi di fatto su un piano inclinato nel quale il blues elettrico scivola continuamente verso le eccitanti conseguenze che ben sappiamo, conservando altresì una purezza d'intenti ben lontana dalla patinatura relazionale del sound White Stripes, da quell'antiquariato tirato a lucido (si ascoltino la torrida Heavy Soul e la zeppeliniana Leavin' Truck).

Dovessimo scommettere il nostro ultimo soldino, lo piazzeremmo sulla genuinità del sentimento che sta dietro le pennate, le bacchettate e i ragli di questi due ragazzi dell'Ohio con l'iperblues che gli schizza perfino dalle orecchie. E questo è quanto. (7.1/10)

  • Thickfreakness
  • Hard Row
  • Set You Free
  • Midnight in Her Eyes 05.Have Love Will Travel
  • Hurt Like Mine
  • Everywhere I Go
  • No Trust
  • If You See Me
  • Hold Me in Your Arms
  • I Cry Alone

Thickfreakness (Fat Possum, aprile 2003)

di Stefano Solventi

Rispetto al bruciante esordio The Big Come Up, il giovane duo statunitense from Akron affonda ancor più il cuore e le braccia nel calderone bollente del delta blues.

Così questo Thicfreakness suona legnoso e scabro, pieno di spigoli e scintille, undici schegge più o meno rapide, più o meno acuminate, più o meno grezze di vecchio blues rock come lo suonerebbero oggi i Bluesbreackers senza tentazioni gigionesche (Midnight In Her Eyes, Hard Row), o se preferite umorali come dei Black Crowes provvidenzialmente disidratati (Hold Me In Your Arms, Hurt Like Mine), dal gusto beat insidioso e festaiolo come dei Sonics sotto sedativo (Midnight In Her Eyes, No Trust), per un gioco certamente arcaico ma stranamente attuale (sentite la pulsazione al limite del cibernetico in Set You Free), a carte scoperte tra bave hendrixiane (la torrida rilettura di Have Love Will Travel) e incroci ritmici saltellanti che – chissà – forse non sarebbero dispiaciute a Muddy Waters buonanima (If You See Me in testa).

Insomma, quante ne avremo sentite di marce sordide, arroventate e spossanti come la cover di Everywhere I Go? Tante da girarci il mondo un paio di volte e ne avanzerebbe. Ciononostante ne seguiamo il prevedibile svolgersi con brama d’assetati, bisognosi di tanta crudezza sospesa (si senta la gestione del “vuoto” in I Cry Alone), di questa genuinità ruvida e pura, come per scrollarci dall’anima le scorie di cui neppure ci eravamo accorti, divenute all’improvviso insopportabili. (7.0/10)

  • Six Parts Seven - A Blueprint Of Something Never Finished
  • The Black Keys - The Moan
  • The Black Keys – Thickfreakness
  • The Black Keys – Yearnin’

Six Parts Seven / The Black Keys – Split EP (Suicide Squeeze, settembre 2003)

di Vincenzo Santarcangelo

Nulla, se non la provenienza geografica o astute logiche di mercato, sembra poter accomunare la proposta sonora dei due gruppi che si dividono i sedici minuti di questo EP.

Da Kent, Ohio, i Six Parts Seven suonano un post rock debitore tanto delle desertiche folate chitarristiche di Savage Republic e Friends Of Dean Martinez, quanto della lezione di John Fahey. A Blueprint Of Something Never Finished è rock strumentale di maniera indorato con ben calibrati inserti di banjo e slide guitar, fattore, questo, che potrebbe in parte giustificare l’arrischiato accostamento con i Black Keys.

Ma stride il passaggio dalla stasi del primo brano alla torrenziale resa live (per la radio WMBR) di The Moan e Thickerfreakness, introdotte entrambe da una sonora risata che ben simboleggia l’approccio ludico di Auerbach e Carney al rock. Così come mal si concilia l’abbottonato rigore compositivo dei Six Parts Seven con la sensuale debordanza esecutiva della ormai classica Yearnin’. Di fronte alla sconsiderata giustapposizione, diventa più saggio limitarsi a valutare il risultato finale con una semplice media aritmetica tra i due lati dell’EP; si volesse dar conto della coerenza d’insieme, il voto sarebbe ben diverso. (6.0/10)

  • The Moan
  • Heavy Soul
  • No Fun
  • Have Love, Will Travel

The Moan (Alive Records, gennaio 2004)

di Vincenzo Santarcangelo

L’interlocutorio EP The Moan pare voler restituire con interessi  - anche economici, se si pensa al successo riscosso da Thickfreakness - l’ardore che l’etichetta californiana Alive Records ha investito nello scommettere in tempi non sospetti sul fenomeno Black Keys.

Oltre a mettere in chiaro la quasi didascalica passione per il rock sporco e viscerale - con una versione essenziale e garage di No Fun degli Stoogesimpreziosita dalla timbrica calda di Dan Auerbach -, i due di Akron aggiungono un altro santino al sacrario edificato negli spazi del proprio spirito blues, quel Richard Berry di cui eseguono con personalità Have Love, Will Travel.

Quasi canzone manifesto dell’immaginario Black Keys e tra le migliori di The Big Come UpHeavy Soul è riproposta in una versione ancora più slabbrata e black, alla quale si continua tuttavia a preferire l’originale. The Moan, unico inedito regalato ai fan della prima ora, ha l’aria di provenire dalle outtakes dei primi due album, un groove in pieno stile Howlin’ Wolf non particolarmente brillante ma utile, se non altro, a circostanziare il peso - assai relativo - di questo episodio minore all’interno della discografia complessiva. (5.8/10)

  • When The Lights Go Out
  • 10 A.M. Automatic
  • Just Couldn’t Tie Me Down
  • All Hands Against His Own
  • The Desperate Man
  • Girl Is On My Mind
  • The Lenghts
  • Grown So Ugly
  • Stack Shot Billy
  • Act Nice And Gentle
  • Aeroplane Blues
  • Keep Me
  • Till I Get My Way

Rubber Factory (Fat Possum / Self, settembre 2004)

di Vincenzo Santarcangelo

Dire qualcosa di nuovo ma farlo con la voce di sempre – che è poi quella, meravigliosa, di Dan Auerbach: è di questo gravoso compito che i Black Keys caricano Rubber Factory, atteso seguito di Thickfreakness, album che ne ha sancito il successo di pubblico e che li ha catapultati sulle platee internazionali in modo quasi inaspettato.

Solidificare il suono Black Keys, renderlo inconfondibile marchio di fabbrica e al contempo aggiornarne i confini. Difficile, se si considera la missione dei Black Keys, masticatori -  in periodo di famelico e frettoloso usa e getta - dei tempi lunghi, lunghissimi del Delta sound: come ti spalmo un unico, interminabile blues refrain in canzoni e dischi sempre nuovi.

Cosa c’è di più lungo – e di più piacevole – del torpido ripetersi di When The Lights Go Out, brano che apre quasi controvoglia il disco, campione ideale del suono Black Keys consigliabile a chiunque si domandi di che musica stiamo parlando.
Il blues del periodo d’oro e il rock che in quegli stessi anni, dal blues, stava separandosi come per mitosi: sappiamo ormai di cos’è fatto il dna di Dan Auerbach e Patrick Carney. 10 A.M. Automatic è rock negro impastato a melma del Delta che trasmette scosse adrenaliniche all’ascoltatore; eseguita con piglio garage, lo fa bruciare dal desiderio di goderla live, sorseggiando whiskey.
Girls Is On My Mind e Stack Shot Billy rivelano come la scrittura del duo abbia ormai poco da invidiare a quella degli eroi cui continuano a tributare cover, quasi transfert di sofferto anacronismo (omaggiati, stavolta, il bluesman Robert Pete Williams con la sua Grown So Ugly e i Kinks di Act Nice And Gentle).

Un sapiente uso del fingerpicking rende The Lenghts una ballata soffusa e insolitamente raffinata, all’altezza della perfetta canzone americana Yo La Tengo; mentre la chitarra fuzz di Till I Get My Way non fa che rinfocolare il rimpianto di avere a che fare con l’ultimo, splendido, episodio di un album che pare costituire la summa del percorso artistico del duo di Akron. E che, per questo motivo, diventa il primo - il solo? - titolo a cui fare spazio in una discografia rock che si rispetti. (7.3/10)

  • Keep Your Hands Off Her
  • Have Mercy On Me
  • Work Me
  • Meet Me In The City
  • Nobody But You
  • My Mind Is Ramblin’

Chulahoma: The Songs Of Junior Kimbrough (Fat Possum, 2 maggio 2006)

di Vincenzo Santarcangelo

Argomenta H. Stith Bennett - metà sociologo, metà musicologo - nel fondamentale studio del 1980 “On Becoming A Rock Musician”, come in realtà i musicisti rock prendano lezione di tecnica esclusivamente dai dischi che ascoltano. Cercano di riprodurre un suono che è pulito e sofisticato perchè indossa un make up preparatoin studio di registrazione e, per tale motivo, può accadere talvolta che diventino ottimi musicisti.

Ciò probabilmente non è del tutto vero per i bluesmen, ma lo è senz’altro per Junior Kimbrough, il quale non frequentava altra scuola se non quella dell’ascolto vorace delle prime incisioni Delta blues. Arrivato piuttosto tardi, nel 1968, all’età di trentotto anni ad incidere il suo primo singolo, Kimbrough ha vissuto a partire dagli anni novanta una seconda giovinezza tesaurizzata dalla leggendaria etichetta Fat Possum, che ne ha pubblicato i dischi migliori fino a quando la morte non ha deciso di portarselo via, nel 1998.

Poco più di un anno fa era la stessa Fat Possum a licenziare un poderoso tributo al nome del musicista: Iggy Pop, Mark Lanegan, Spiritualized, Blues Explosion, Cat Power tra gli altri, i nomi che rendevano più che credibile l’operazione. E i Black Keys. Ecco, i due Black Keys devono aver imparato a suonare gli strumenti - la chitarra Dan Auerbach, la batteria Patrick Carney - mandando a memoria i dischi di Junior Kimbrough. Si ascolti questo ulteriore omaggio alla figura del bluesman scomparso, sei rivisitazioni di classici estratti dal suo repertorio, vi si ritroverà quasi intero lo spettro sonoro Black Keys. Auerbach e Carney si dilettano nell’interpretare con fedeltà filologica il sound kimbroughiano: la voce del primo non è ancora stata plasmata – non fosse altro che per questioni meramente anagrafiche – dagli eccessi che avevano reso inconfondibile quella del maestro, ma nel complesso la versione finale dei brani stupisce per rigore interpretativo. Have Mercy On Me ha un impianto più rock dell’originale, e My Mind Is Ramblin’ suona stranamente più riflessiva nella sua nuova veste, ma altrove (Work Me, Nobody But You) si fa davvero fatica a scorgere il discrimine tra rilettura e idolatria.

Esperimento consigliabile tanto ai seguaci di Kimbrough che a quelli dei Black Keys, Chulahoma: The Songs Of Junior Kimbrough è lezione di stile appresa da un maestro che pare ancora essere vivo: c’è da scommettere che l’eco delle sue note risuonerà nitida nel nuovo album del duo atteso per quest’anno. (6.4/10)

  • Just Got To Be
  • Your Touch
  • You're The One
  • Just A Little Heart
  • Give Your Heart Away
  • Strange Desire
  • Modern Times
  • Flame
  • Goodbye Babylon
  • Black Door
  • Elevator

Magic Potion (Nonesuch / V2, 12 settembre 2006)

di Stefano Solventi

E venne il tempo del primo disco per Nonesuch, l’etichetta di Wilco e Magnetic Fields, ma anche di Veloso, Emmylou Harris e Brad Mehldau. Ciò potrebbe far supporre una bella apertura d’orizzonte dopo gli anni passati alla corte della “specialistica” Fat Possum. Ma loro, i Black Keys, neanche a parlarne. Continuano a macinare la consueta incarnita ossessione per il blues elettrico sul punto d’infervorarsi rock, oppure - se volete – ti suonano la loro versione d’un rock che rimbalza all’indietro fino a quel grembo da cui un giorno è uscito già in grado di correre, ante-psichedelia incandescente dove il rovello prevale su qualsiasi visione.

Stavolta i due from Akron non si curano neanche di farcire la scaletta con una cover: tutti i pezzi sono firmati Auerbach/Carney, in ognuno la voce srotola ugge rabbiose e indolenzite, il drumming è la matematica conseguenza di un tumulto inesploso, la chitarra è il plasma sferzante o il sordido stridore che incendia i soliti, cari giri armonici.
Chapeau alla coerenza, quindi. Ma qui cominciano le dolenti note. Con un campo d’azione così (volutamente) circoscritto, ogni minimo appannamento della vena salta subito agli occhi. Fosse stato tutto sul livello dei primi tre pezzi – la tensione flessuosa e urticante di Just Got To Be, il granitico pseudo-funk di Your Touch nonché il passo languido e fumoso di You’re The One – non ci sarebbe stato nulla da obiettare. Roba da far alzare il sopracciglio ad un Jake White , da spettinare le mitologiche barbe degli ZZ Top. Poi però s’abbassa la qualità della scrittura e inizi a chiederti se quel riff non l’hai già sentito, sospetti che quei bridge siano più che altro atti dovuti, t’accorgi che le pur interessanti trovate soniche (il timbro alcolico di Give Your Love Away, la pungente acredine di Black Door…) non bastano a dissipare il senso di sostanziale ripetitività.

Certo, quando i nostri eroi si mettono a smazzare le carte riescono come minimo ad incuriosire, tipo in quella specie di Gun Club al ralenti di Just A Little Heart, nell’ibrido tra sfuriate Led Zeppelin e turgore Steve Ray Vaughan di Goodbye Babylon o negli Small Faces inaciditi Hendrix di Strange Desire. Tuttavia, per la prima volta s’avverte uno spiccato retrogusto di mestiere in un disco dei Black Keys. Dispiace, ok. Ma così va la vita. (5.9/10)

  • All You Ever Wanted
  • I Got Mine
  • Strange Times
  • Psychotic Girl
  • Lies
  • Remember When (Side A)
  • Remember When (Side B)
  • Same Old Thing
  • So He Won't Break
  • Oceans & Streams
  • Things Ain't Like They Used to Be

Attack & Release (Nonesuch, 1 aprile 2008)

di Teresa Greco

Strana coppia quella formata dai Black Keys, da sempre artefici di un blues rock sanguigno ed elettrico, e da Brian Burton alias Danger Mouse (Gnarls Barkley, Gorillaz, The Grey Album), insieme per il secondo album del gruppo su Nonesuch (dopo una lunga militanza in Fat Possum). La loro collaborazione era nata in occasione di un disco che avrebbero dovuto scrivere per Ike Turner, progetto poi abortito prima della scomparsa della leggenda R’n’B lo scorso dicembre. E che si è così è trasformato in Attack & Release.

Ci si chiede cosa sia cambiato in termini di economia di gruppo: il produttore non ha fatto altro che riempire il sound scarnificato del duo di Akron, che assume qui sembianze più piene e stratificate. Ci si intenda sui termini della questione: gli ingredienti sono tutti al posto giusto, dai bluesacci torvi e grezzi (I Got Mine) alle soul ballad acide zeppeliane (Lies) e lisergiche (All I Ever Wanted), alle inflessioni beat garage del gruppo (Remember When Side B). In più allora, qua e là la struttura base viene arricchita (synth, effetti, tocchi di drum machine, cori e controcanti), come nella spettrale e suggestiva Remember When Side A e in Psychotic Girl, country psych ballad, insieme all’uso di strumenti quali organo, moog, banjo e a un’attenzione speciale per melodie e arrangiamenti. Questo fa guadagnare in varietà e coesione all’album, esempio di contaminazione equilibrata che dà nuova linfa al gruppo. Una buona ripartenza quindi. (7.0/10)