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Black Heart Procession

di Edoardo Bridda e Marina Pierri
È il pomeriggio del loro concerto bolognese, e i Black Heart Procession hanno appena finito di mangiare. Li aspettiamo per fare qualche domanda a cui Pall Jenkins e Tobias Nathaniel, il cuore del cuore nero della band, si offrono con grande gentilezza e disponibilità. Pall, o Paolo, è di corporatura robusta, ha i capelli lunghi, un dente d’oro, una voce profonda che tuttavia non assomiglia troppo a quella che si sente su disco. Tobi ha un cappello da pescatore, di quelli che tanto si usano tra la popolazione “old school” statunitense, calato a metà dei capelli altrettanto lunghi, da cui spuntano gli occhi scintillanti a corredo della corporatura minuta e della postura gobba. Entrambi bevono qualcosa, nell’intimità fumosa di una stanza adiacente al palco del nuovo Estragon, dietro le quinte.

Intervista con Pall Jenkins e Tobias Nathaniel

Per cominciare, vi va di dirci un paio di cose su ognuno dei vostri dischi?

Pall: Per quanto riguarda 1, credo sia molto vicino a me, perché è lì che tutto il “concept” dei Black Heart Procession è iniziato. O meglio, si trattava di un’idea.

Che tipo di idea?

P.: Penso che si trattasse dell’idea di essere liberi nella nostra creatività. Avevamo tutti altre band all’inizio (Pall faceva parte dei Three Mile Pilot), ma nessuno di noi si sentiva veramente appagato. Tobi, hai altro da dire su 1 oppure vuoi passare al 2?
Tobias: Beh, il primo disco nonostante tutto non nasceva ancora dalla coscienza di essere una band. Nel 2 invece da quel tipo di cognizione è partita anche un’evoluzione.
P.: Il 3, poi, è il mio preferito. Adoro la zebra della copertina. Ai tempi non capivamo bene cosa stesse succedendo, ma adesso quando mi guardo indietro mi convinco che si tratta del nostro lavoro più cupo e capisco anche il perché.

T.: Allora è venuto Amore del Tropico. È stato un disco importante, perché con la sua scrittura e registrazione è venuta anche la grande decisione di creare il nostro studio personale e di produrlo, dunque, in maniera autonoma. Ci siamo chiesti semplicemente perché dovessimo pagare così tanto per qualcosa che poi non ci restava… In questo senso si tratta di un disco sperimentale. Con Amore abbiamo imparato tutta una serie di nuove lezioni. È stato anche diverso, perché abbiamo avuto la possibilità di invitare chi volevamo a far parte del processo compositivo - ci sono un sacco di amici che suonano nell’album. Certo, è stato un po’ complicato anche quello, perché come saprai siamo di San Diego ed è lì che abbiamo la nostra “base”… Nel complesso, credo di volta in volta si sia esagerato con gli esperimenti. Eravamo molto emozionati.

Poi è arrivato The Spell

P.: Sì, e in qualche modo la registrazione di The Spell è stata la naturale conseguenza di quanto avevamo fatto con Amore del Tropico. Eravamo un po’ più rodati ed abbiamo deciso di trarre il meglio dall’esperienza precedente: c’è uno spazio, lo studio, in cui una serie di amici si riuniscono e, molto prima di mettersi a suonare, discutono le loro idee ed i loro desideri. Poi arriva una fase differente, davvero preziosa: gli amici diventano indispensabili al completamento del disco, nonostante poi ad andare in tour sia il nucleo originale della band. Nella registrazione abbiamo davvero tenuto conto di questo - la sensazione del suonare assieme anche in maniera piuttosto ruvida. Abbiamo tentato la strada di una produzione minima che fosse in grado di restituire l’emozione del momento, la gioia, anzitutto, dell’essere in tanti.
Devo dire che in un certo senso anche la stessa parte concettuale, che tanto ci è cara, è stata abbandonata in favore della musica nuda e cruda. Siamo ritornati alle radici. Abbiamo dato un taglio alle gite nei differenti “continenti di suono” nei quali ci eravamo avventurati con Amore del Tropico. The Spell è un disco nero. Come ne facevamo qualche tempo fa..
Non è che l’idea di fondo manchi del tutto, comunque: in qualche modo, questo è il nostro disco più politico. “Essere catturati con un incantesimo” è una specie di metafora della comunicazione politica americana, soprattutto. C’è anche l’amore e le due cose non possono mai essere disgiunte: entrambe fanno parte della vita di tutti i giorni ed è questo che alla fine risulta poco chiaro ai più. Troppe cose sono successe negli Stati Uniti, cambiamenti troppo profondi che non cessano di avvenire: ignorare la situazione è diventato impossibile.

In effetti, guardando la copertina del disco, ho pensato due cose: la prima è che il cerchio rappresenta il ritorno e The Spell è, come tu stesso hai detto, un disco di ritorno ad un certo tipo di suoni che vi appartengono molto intimamente. La seconda è che il cerchio è poi la rappresentazione grafica delle onde radiofoniche, cosa alla quale, ancora, tu stesso accenni quando parli della schiavitù ai media americani.

P.: Sì! Devo dire che queste due cose, almeno a livello conscio, mi erano sfuggite. È verissimo. In più, al centro del cerchio, nei manifesti, c’è un uomo che ha una mano aperta con un cuore dentro - noi per primi avevamo pensato al cuore, che è ovviamente il nostro logo, ma non al fatto che le cinque dita della mano riportassero a loro volta ad un fatto numerico, altro aspetto che ci sta molto a cuore. Voglio dire, questo è il nostro quinto album e gli altri, a parte Amore, hanno dei numeri al posto del titolo… Siamo senz’altro molto affezionati alla simbologia e la nostra discografia lo testimonia. Ci piace che anche da parte dell’ascoltatore ci sia un lavoro di interpretazione, come quello che hai appena fatto tu. È quello che cerchiamo anche da parte vostra.
I concept, come i dischi dei Pink Floyd che ascoltavamo quando eravamo più giovani, sono affascinanti, ma si tratta sempre di una lettura impressa a monte sul disco, se mi capisci: noi abbiamo sempre cercato di dare un’impronta del genere ai nostri dischi, ma abbiamo anche sempre fatto attenzione al fatto che si trattasse soltanto di un’impronta. È bello che chi ascolta sia capace di ricavare la propria interpretazione ed è bello che ognuno abbia un certo spazio personale di invenzione in merito.
Quello che ci interessa, insomma, è portare qualcuno attraverso qualche tipo di viaggio. Anche se non vogliamo passare per musoni: il rock ha anche un lato molto pensieroso, il cui unico vero contrario è il divertimento. Ho nominato i Pink Floyd, che sono favolosi, ma adoro anche gli AC/DC, che sono molto meno riflessivi e contorti, e sono solo adrenalinici.

Visto che nomini i Pink Floyd, mi interessa il fatto che voi abbiate anche una certa visione della guerra, che in qualche modo è legata a quella di Roger Waters. Mi è sembrato soprattutto evidente nel 3, con War Is Over. La stessa Blue Tears è piena di allusioni politiche.

P.: Per qualche ragione ho sempre pensato che la vita si svolgesse su di una sorta di campo di battaglia. Ogni cosa della vita, voglio dire. Quando parlo della guerra non parlo sempre della guerra vera e propria, quanto della guerra interiore, individuale. Ad esempio, per me, per noi, il processo compositivo è sempre un po’ una lotta: dare alle parole il giusto peso, ma non essere pesanti; essere pesanti, sempre, ma senza dimenticare il lato più leggero, più superficiale. Scrivere è una guerra - voglio sempre che le parole vengano fuori da sole, liberamente, ma non lo fanno quasi mai. Allora la battaglia è farle uscire, il che diventa anche una battaglia paradossale, perché sforzarsi di essere spontanei è ovviamente paradossale.

Insomma, al di là di tutte le macchinazioni, la semplicità resta importante?

P.: Esattamente. Ad esempio, Square Heart è una canzone veramente semplice, come del resto A Heart The Size Of A Horse. Certo, il concept è lì, che soggiace al tutto, il cuore; ma è facile pensare ad un cuore quadrato, che non entra, non si amalgama al resto.

Mi sembra, però, che più di altri possiate permettervi una certa elementarità dei testi: la musica porta tutto ad un livello differente, come in un film. Sono gli arrangiamenti che poi in ultima analisi restituiscono le tinte dei versi. Ad esempio, i vostri pianoforti sono molto eloquenti.

P.: Il pianoforte, che suona Tobi, è davvero frutto di questa sinergia tra testo e musica. È lui che il più delle volte tenta di arrangiare i versi per aggiungere qualcosa di differente. E, certo, succede anche il contrario. A volte lui scrive qualcosa che io interpreto con le parole. Come ho detto, è una sinergia. Altre volte capita, invece, che io abbia una linea precisa di chitarra e lui ne abbia una del tutto diversa per il piano: in questo caso, credo, i risultati diventano addirittura più interessanti.

Parliamo del cameriere - The Waiter -, che in The Spell è arrivato alla quinta parte (The Waiter #5)…

T.: Beh, è una storia che va avanti dal primo disco. Gli strumenti che abbiamo usato per ognuna delle canzoni del ciclo sono gli stessi, come ad esempio il piano rotto, con il pedale scricchiolante: credo che contribuisca a fornire un senso di continuità.
P.: C’è ovviamente un gioco di parole: “waiter” oltre che, appunto, cameriere, vuol dire “colui che aspetta”. Ed è questo il senso della parola che ci sta a cuore. Colui che aspetta, aspetta il suo amore, o che qualcosa ritorni e nel frattempo vive di memorie. Poi si mette in viaggio ed ogni cameriere rappresenta una tappa di questo particolare viaggio: nel primo episodio è bloccato in una cabina, nel secondo finalmente riesce ad uscirne, nel terzo muore nella neve, nel quarto torna alla (non)vita sottoforma di fantasma e nel quinto si rende conto che la persona che lo ha ucciso era la donna che amava. Che però lo ha ucciso in senso metaforico, non fattuale, non arrivando mai.
Ma in verità, non ci prendiamo così sul serio: il cameriere ci accompagna a sua volta nel nostro viaggio e tutto è sempre possibile. Magari nel prossimo disco succederà qualcos’altro e ci sarà un lieto fine, non possiamo dirlo. È una figura nata con noi, dalla nostra immaginazione e dunque siamo un po’ sempre noi a deciderne la sorte. Come il personaggio di un musical... ha la sua voce, anche se poi la sua voce è la nostra.
T.: Sì, e di volta in volta decidiamo come questa voce prende corpo: ad esempio in Waiter #5 abbiamo utilizzato un violino attaccato al tubo di un aspirapolvere (ride).

Qual è la canzone più famosa dei Black Heart Procession, secondo i Black Heart Procession?

T.: Secondo me It’s Such A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes.
P.: Sì, e per me è un inferno. Ha una sezione vocale talmente alta che ogni volta rappresenta veramente una sfida per me. Mi faccio male a cantarla, sul serio. Sappiamo che piace al pubblico, ed ovviamente piacere a chi paga per vederci ci interessa forse più di ogni altra cosa. La mettiamo ogni santa volta in scaletta, ma alla fine il fatto che la facciamo o meno dipende da quanto siamo… ubriachi!

Vi è mai capitato di andare ad un concerto di una band che vi sembrava vi assomigliasse profondamente (o vi plagiasse)?

T.: Credo che molte band condividano un certo senso della realtà ed un certo preciso stile di arrangiamento. Ad esempio, sento che siamo spesso accomunati a Nick Cave, cosa che parzialmente riconosciamo noi per primi essere vera. Ma è inutile che ti dica che l’eccesso di paragoni non ci interessa e lavoriamo il più possibile per avere un sound idiosincratico e facilmente riconoscibile come nostro e di nessun altro.
P.: Permettetemi una battuta stupida: se vuoi un meraviglioso piatto di spaghetti, vai in Italia; se cerchi musica cupa ed emozioni forti, vieni dai Black Heart Procession!

  • Tangled
  • The Spell
  • Not Just Words
  • The Letter
  • The Replacement
  • Return To Burn
  • Gps
  • The Waiter#5
  • Places
  • The Fix
  • To Bring You Back

The Spell (Touch And Go / Wide, 9 maggio)

di Marina Pierri

I Black Heart Procession, nel tempo, hanno riempito e prosciugato il fiume della loro identità o della loro unicità: vicina ai Dirty Three per slancio disperato, figlia in qualche modo dello stile canoro e sonoro del crooner dei crooner Nick Cave e parente della scena di San Diego cui hanno attivamente contribuito alla costruzione, la band torna a spaccare la diga ed a tirare fuori i remi.

La voce di Pall Jenkins (che, mezzo italiano com’è, si chiama in realtà Paolo Zappoli) viene dalle viscere della Terra, ed a sentirlo cantare lo si direbbe una specie di fantasma dell’opera, una maschera confinata sottoterra per anni con il pianoforte come unico mezzo di espressione e contatto col mondo.
La musica dei Black Heart Procession, d’altro canto, sembra raccogliere in sé gli altri tre elementi: l’aria afosa del non troppo riuscito Amore del Tropico, le lacrime blu del magnifico 2, il fuoco dell’esordio e del buon 3.

The Spell, quinto disco vero e proprio della band, ricuce in sé l’unione primigenia delle “cose” di cui erano fatti i quattro dischi precedenti e, di conseguenza, il disco piacerà a chi ha seguito con attenzione l’iter della band nella decina d’anni in cui si è svolto.

Gli arrangiamenti, nella migliore foggia dei BHP, sono intelaiati su di una struttura ritmica chiusa in cui a fare da collante è quasi sempre il pianoforte che – prevedibilmente - da "argentino" si trasforma in grave (come in The Letter o in The Replacement), cui si aggiunge solitamente una impasto timbrico di archi e batteria (Not Just Words, il cui “do you remember the things we said” è piuttosto penetrante) ed una chitarra che, piuttosto che "dare il La", segue in fila indiana gli strumenti di cui sopra. Fanno in qualche modo eccezione Return to Burn e Gps, che al pieno, o al drammatico, scelgono il vuoto ed il rarefatto da un lato, ed il crescendo scarno dall’altro; mentre in un angolo a sé stante del disco The Waiter #5, suite da carillion, si piega in due sul proprio busto di latta.

La pena per i BHP è questione di maestà e di eleganza: è una forza che in realtà si fa vettore di bellezza, un vortice di acqua che trascina e confina, roteando in profondità. Un vortice che resta nient’altro che cerchio - l’equivalente di un incantesimo. Ma se è vero che l’acqua è nera e la fuga è improbabile, è anche vero che le stelle luccicano nonostante la stanchezza dei marinai. E The Spell brilla innegabilmente di una qualche luce propria (7.2/10)