IN ESCLUSIVA SU SA #31 UNA MONOGRAFIA DEDICATA ALL'ARTISTA


Correva l’anno 95. Björk non era tipo da sedersi sugli allori di un successo finalmente raggiunto grazie a Debut (One Little Indian, 1993). Famelicamente progressiva, decise di sorprendere rilanciando, di spedire al mondo una missiva che parlasse di lei nel mondo, nella spaccatura che separa il reale dal possibile. Post, dunque: prodotto dall’ex-Sugarcubes stessa assieme a Graham Massey, Tricky, Nellee Hooper e Howie B., è un disco potentemente conficcato nella (propria) contemporaneità - come dimostra ad esempio il trip-hop ad altissima definizione di Enjoy (organo e trombe su tappeto vibrante a cura di Tricky, il gutturale di Björk che lacera la distanza tra virtuale e fisico) - senza smettere un attimo di proiettarsi nel futuro.
Un futuro indefinibile e stordente, abbozzato dall’iniziale Army Of Me (fosco scenario da spy story, viluppo di basso che diventa subito archetipo, folate di tastiera rimasticate eighties), dai panorami cinematici di Isobel (omeomerie bristoliane e tribalismo sottile sul quasi-melodramma allestito dall’orchestra di Eumir Deodato), dalle palpitazioni sintetiche di The Modern Things (traiettorie ora liquide ora aeree su smanie jazz, la voce che s’incendia e s’assottiglia, inseguendosi nell’incorporeità).
Un cimento illuminato e ossessivo con le istanze “di moda” che però non s’aggrappa mai ad esse. Anzi, la nostra ineffabile folletta ci si tuffa, ne sperimenta la consistenza e le possibilità, le porta al limite. Quindi: passa ad altro.
Si smarca lungo un percorso angoloso, compenetra il classico nel moderno annullandoli entrambi in una visione “post” - appunto - che è poi il suo modo di stare tra i fremiti del mondo. Per questo, You’ve Been Flirting Again può sorgere etereo da una bruma d’archi come un rigurgito romantico da primo Novecento. Per questo, It’s Oh So Quiet (pseudo-cover di Blow A Fuse, brano di Betty Hutton) può dispiegare il suo swing da musical anni Cinquanta squarciato da urla “rrriot”, e Cover Me zappettare un giardino orientale (radioattivo) a forza di clavicembalo e dulcimer, senza che nulla sembri astruso o inadeguato.
È qui insomma che Björk ha l’ardore di definirsi come ponte tra stili ed epoche, caleidoscopio di passato e futuro avvinghiati, assist diagonale tra potenzialità creative imprevedibili. Prendete Possibly Maybe, la sua congiuntura David Sylvian-Aphex Twin-Radiohead, quella trama iridescente di scalpiccii sintetici, spazzolate jazz, vibrioni sci-fi e pseudo-corde country, l’incedere spezzato del canto come una trottola sul punto di cadere, come un’anima in bilico. O ancora il balbettio dada di Headphones, tra l’ironico e l’eucaristico, con ancora un piccolo grande aiuto di Tricky, o infine e soprattutto la (giustamente) celeberrima Hyper-ballad, in cui ambient, dance e jazz covano una possibile (forse) creatura classica per i decenni a venire.
Lungo questo stesso solco scorre la bossa-dance ipercromatica di I Miss You, organino e ottoni a frastagliarne la pelle di riflessi anomali, le percussioni - a cura di Talvin Singh nientemeno - ad intercettare il battito delle ombre, come esplosioni che implodono, apoteosi schiantate sul compiersi, informe tempesta di forme. Come sempre, Björk dà l’impressione di scompaginare il luogo ipotetico in cui si muove, lasciando al suo passaggio uno scenario effervescente, dinamico, irrequieto. Offrendo al contempo una forte impronta stilistica - assieme arcaica e avant, elitaria e popular, capace quindi di coinvolgere e ricomporre, disarmare e rassicurare - di cui lei è munifica vestale, sempre diversa, e inconfondibile.

Mai come in questa ultima fatica Björk ci è apparsa tanto ossessionata dalla compenetrazione corpo-macchina, virtuale-fisiologico, digitale-umano. Se nel precedente Vespertine (Polydor / Universal, 2004) accoglieva l’arte dei Matmos come un’illuminazione - affidando ai due elettromanipolatori la tessitura dei beats, ragnatele sintetiche in cui s’impigliavano i singulti e i sospiri - in questo Medulla avviene un deciso spostamento dell’obiettivo (attra)verso la carne, una dimensione per così dire fisiologica, “culturalmente” corporea, di cui i beats realizzati “a voce” non sono che il riflesso “formale”.
Corpo che canta il proprio dissolvimento nell’era digitale, tendente all’espressione/rappresentazione virtuale di sé, il processo di mimesi (nel) digitale come una malattia perniciosa, progressiva, irreversibile. Potremmo leggerlo dunque come un allarme, contagio che invade l’umano fin nel midollo (medulla, in latino), soggiogando l’anima e la voce per dirla. Abitanti in mutazione di una realtà mutante, normale adattamento evolutivo alle istanze dell’artificiale.
La conseguenza è un arretramento della componente elettronica, appena evidente come in Desired Constellation (ballata di palpiti, sussurri e rapidi incendi vocali) oppure decisiva ma stemperata in una fauna rutilante di strumenti-simbionti “umani” come in Mouth’s Cradle (aura world-music strinata tra le inquietanti evoluzioni “angeliche” dell’Icelandic Choir), Who Is It (ansiti, tramestii e basse frequenze in derapage per un funky capriccioso) e nella pazzesca Where Is The Line (cui Mike Patton - i suoi polmoni, la gola, il naso, il diaframma, la lingua, il corpo - regala grottesche convulsioni ritmiche, per un risultato curiosamente simile a quanto ottenuto da Marco Parente in Fuck (he)art, Let’s Dance).
Björk sembra dunque svolgere un’indagine più accurata che accorata sulle tracce del fattore umano presente e prossimo venturo. Il suo è uno sguardo inesorabile, algido e surreale che abbraccia modi e forme perlopiù “tradizionali” (in senso björkiano) trasfigurandone le sagome all’interno di un incanto apocalittico, vibrazione poetica che li rende oggetti di un’avanguardia già appassita, consumata dalla propria funzione di denuncia, di catastrofe in corso o già avvenuta.
Il ventaglio stilistico è più ampio di quel che sembra sulle prime, è come muoversi in una fitta oscurità scoprendo sempre nuovi angoli di improvviso chiarore. Vedi come l’avventurarsi solitario ed esclusivamente vocale di Show Me Forgiveness e Oll Birtain raggiunge esiti lontanissimi, peana malinconico la prima e trasognata schizofrenia “a cappella” la seconda, oppure come si passi dal madrigale di Vökuró (viene in mente la Nico di Desert Shore e Marble Index) al tango post-moderno di Oceania (apice cinematico a cura di un liquido London Choir).
La solennità delle esecuzioni è sempre sul punto d’incrinarsi nel trasporto emotivo, eppure mai si abbandona né tantomeno gioca con limiti e confini come è accaduto in passato. Ecco, forse è proprio questo il punto debole dell’opera: non riesce a convincerci appieno riguardo all’urgenza di tanta più o meno dissimulata austerità. Sembra fondarsi su un’importanza, una necessità che è lontana dall’avvenire oppure - peggio - già estinta. Voglio dire, suona lezioso quel porsi fuori dall’oggi, sul piedistallo della propria autoreferenzialità, come nella canterbury “d’arredo” di Submarine (fautore assieme a Björk un Robert Wyatt inquietante e ispirato, entrambi però finiscono col sembrare didascalie di se stessi).
D’altro canto potremmo affrontare Medulla con spirito ben più “leggero”, penetrarlo poco sotto la superficie, farlo scorrere al modo di uno dei tanti possibili diversivi sonici con cui ingannare le noie quotidiane, come sembra suggerire la conclusiva Triumph Of A Heart, che riesce a convincere circa quello che Björk potrebbe ancora (una originalissima, disarticolata, sconvolgente allure danzereccia) se volesse limitarsi a passare alla cassa: ne sortirebbe così un’esperienza d’ascolto complessa ma gradevole, inquieta e appassionata, a tratti bizzarra e persino aliena. In una parola, divertente.
È dunque disco versatile come sanno esserlo certi classici, per quanto una sentenza tanto impegnativa debba attendere la camera di consiglio del Tempo. Non resta che sottolineare il fascino straordinario dell’insieme, soprattutto di tracce come Pleasure Is All Mine (prodigi vocali in chiaroscuro tra il morboso e il paradisiaco, la cupezza celestiale dell’Icelandic Choir e il mugugno sulfureo di Patton) e Ancestors (un piano sperduto tra gemiti, sospiri, grida e orgasmi a cura di Björk e Tanya Tagaq).
Sempre un passo più avanti o di lato, dove ciò che è stato diviene ciò che accadrà, oppure - più banalmente - lo stile si traveste d’avanguardia: in un senso o nell’altro, ineguagliabile Björk. (7.1/10)

Non si può certo dire che Björk si adagi sugli allori e viva di rendita, anzi, la sua voglia di stupire sembra essere addirittura eccessiva.
A distanza di appena un anno da Medulla, disco coraggioso e supponente al tempo stesso, la Nostra ritorna sugli scaffali di dischi, con questo Drawing Restraint 9: si tratta della colonna sonora dell’ultimo film del marito, Matthew Barney, il celebre deus ex machina di Cremaster, nonché unico uomo vivente a godere di una retrospettiva al Guggenheim di New York. La parola film forse non è propriamente corretta. Dovrebbe trattarsi, infatti, di una sorta di strana installazione visiva/filmica destinata a girare solo in ambiti molto ristretti e ricercati, come la Biennale e il Festival del Cinema di Venezia, dove è in concorso nella sezione parallela “Orizzonti”.
Girato presso il lago di Nagasaki, a bordo di una baleniera giapponese, il film vive e respira atmosfere nipponiche, che vanno dalla cerimonia del tè, alle usanze di matrimonio scintoista. Tutto questo traccia la cornice che inquadra il lavoro di Björk, che alla tradizione musicale e sonora del Giappone fa esplicito riferimento, a partire dall’uso delle tecniche di canto noh (noh, in giapponese, significa abilità e indica una particolare forma di teatro, che vive della combinazione di canto, danza e musica) che aveva già utilizzato per Medulla. Ne è un esempio Holographic Entrypoint: dieci minuti di contorti avvitamenti vocali degli artisti Shiro Nomura e Shonosuke Okura, supportati dal solo battito di una ciotola giapponese. Un ulteriore trademark del sol levante è dato dalla presenza di Mayumi Miyata, una virtuosa dello sho, uno strumento a fiato antichissimo, composto da 17 canne.
Ma la folla di collaboratori non si estingue solo ad artisti giapponesi, e il primo brano, Gratitude, svela subito in apertura un Will Oldham, che spaesato come un pesce fuori dall’acqua, presta la sua caratteristica voce, fragile fragile, sempre sul punto di rompersi, ad una costruzione sonora tipicamente bjorkiana, intessuta dall’arpa di Zeena Parkins, dalla cèleste di Jónas Sen e da un coro di bimbi nipponici sul finale.
Altra presenza di prestigio è quella di Akira Rabelais, lungimirante artista elettronico, che presta il suo estro per costruire una misteriosa e spettrale base di piano per Bath. La voce di Björk, trattata elettronicamente, entra ed esce, come un sussurro che si sdoppia e si triplica. Il secondo brano, Pearl, si fregia del contributo di Tanya Tagaq (stimata cantante inuit specialista del throat singing) che viene supportata dallo sho di Mayumi Miyata, nella sua opera di moltiplicazione delle tracce vocali. Altri momenti peculiari del disco sono costituiti da Hunter Vessel, strumentale interamente costruito con strumenti a fiato, e che parte grave riecheggiando il suono di una nave in partenza; Ambergris March, ballata elettronica orchestrata da Mark Bell, che ricorda gli onirici incastri sonori dei Piano Magic ed in particolare del side project di Glenn Johnson, i Textile Ranch. La vera perla del disco però, probabilmente, è Storm: un lied romantico e frastornato, allestito dalla maestria di Leila, che in fase di programming crea e veste il palcoscenico ideale per i vocalizzi della star islandese.
Questa soundrack, sebbene viva dei problemi tipici di prodotti del genere, ovvero il mancato supporto delle immagini, è estremamente interessante per i presupposti e per le intenzioni. Se costituisse la base per il nuovo disco effettivo di Björk, la cosa non potrebbe che renderci felici. Quello che la Nostra dovrebbe però evitare, è di incamminarsi progressivamente verso il sentiero rosseggiato dell’elitarismo fine a se stesso. Un’artista del genere dovrebbe assimilare l’avanguardia e spiegarla alle masse, con parole semplici seppure ricercate. Ci ha già provato, con risultati alterni, in Medulla e questo Drawing Restraint 9, va in parte nella stessa direzione, in parte rimane un esperimento di laboratorio interessante, ma superfluo. Staremo a vedere. Anzi, a sentire. (5.8/10)

Col sesto album vero e proprio Björk opera una sintesi febbrile di quanto sperimentato in quasi tre lustri di carriera solista, senza che questo significhi smettere di pensare progressivamente. Certo, la musicista islandese non è più quel simbolo onnicomprensivo, la musa della techno-pop con ramificazioni imprevedibili e disparate, ma si dimostra una volta di più - e sempre più - padrona di un linguaggio multisfaccettato, figlio di mille complessità affrontate, vissute, risolte. La costante ricerca del perfetto punto di equilibrio tra pop e avanguardia produce oggi una concisione ficcante, un codice basato su pochi elementi ma potenti, pregni di significato come graffiti atavici.
Basti sentire il singolo Earth Intruders, edificato sulla sola triangolazione tra le percussioni dei congolesi Konono N°1, gli abrasivi riff sintetici e la danza della voce. Eppure sembra molto di più, rivanga la florida frenesia etnica dei Talking Heads eniani, quella compenetrazione etnico/tecnologica tra il minaccioso ed il liberatorio. Naturalmente, laddove l'idea di Byrne incarnava la globalizzazione estetica in corso, quella rappresentata da Björk è già avvenuta, metabolizzata ed oltrepassata. Un linguaggio nuovo che il linguaggio deve imparare, sta imparando. Ecco quindi che Volta guarda al presente con un'urgenza metaforica pressoché inedita. E' una preghiera e un grido d'allarme, è lo sforzo presuntuoso e ammirevole di identificare il gesto artistico col (corpo e col) mondo.
In questo senso, nulla è passato invano. Non le implosioni fisiologiche ed esistenziali di Medulla e Vespertine, non le sbrigliate escursioni ritmico/atmosferiche di Debut e Post, non la sublimazione spirituale/geografica di Homogenic. Basta scorrere le tracce per rilevare - fin dai titoli - impronte di passato riarticolate in un presente ancora vivo. Come gli ansiti sintetici su languido sfondo orchestrale di Vertabrae By Vertabrae, l'identificazione panica di Pneumonia, la scabra delicatezza da giardino orientale di Hope, mentre Innocence riesuma spasmi da beatbox per un electro-funk crudo e liberatorio che la candida al ruolo di moderna Violently Happy.
Prosegue quel gioco folle e sottile di rimandi simbolici, dove il battito delle percussioni è il cuore (del corpo, della Natura), i fiati il respiro (muggiti di vento nei fiordi o di navi in partenza, un po' come i Sigur Ròs di Ny Battery), le ritmiche digitali sono il reticolato nervoso dei codici metropolitani, mentre il fluire chimico dei synth rimanda allo scivolare dei fiumi sopra e dentro la terra.
Istanze umane e naturali, arcaiche e futuriste, sonore e visuali: Björk non si smentisce. Anche se si rivela deludente - lo era anche sulla carta - la scelta di Antony quale partner nella melodrammatica The Dull Flame Of Desire e in My Juvenile. L'angloamericano appare ormai imbalsamato nel suo lirismo statuario, tanto considerevoli i suoi mezzi quanto già abbondantemente profusi ed esauriti. Di contro, la scelta dell'acclamatissimo Timbaland quale co-produttore (accanto al fido Mark Bell) sembra aver sortito gli effetti sperati, ovvero una freschezza aggressiva, graffiante.
Ma la vera sorpresa arriva da Declare Independence, electro punk acre a sbranagola come potrebbe una PJ Harvey aizzata dai Suicide, brusca auto-affermazione che comprime individuale e collettivo, particolare e indistinto (il pezzo è dedicato alla questione delle Isole Fær Øer e della Groenlandia, alla ricerca della totale indipendenza dalla Danimarca). E' l'ennesima sfaccettatura di Björk, quanto mai inattesa, giacché neanche nei ben più scellerati contesti Tappi Tikarras, Kukl e Sugarcubes aveva toccato tanta asperità espressiva.
Un album vivo insomma di un'artista che prova a mantenere alta la febbre, pasturando una gioiosa irrequietezza con la brama di nuove conquiste espressive. Il meglio è alle spalle, ma il presente non può ancora fare a meno di lei. (7.2/10)