Con A Hack & A Hacksaw, Jeremy Barnes ha indicato la via. Ora, dietro le quinte del progetto aperto Beirut, sta espandendo i confini guardando a una formula pop. Nel frattempo neanche Matt Elliott ha resistito al richiamo dei profumi balcanico-mediterranei. L'indie americana riscopre l'Est.
Zach Condon sceglie una via personale tra lirismi Morrissey, maniere Rufus Wainwright e un artigianato Stephin Merritt. Ma dove tutto è così perfetto, la passione per le fanfare scompagina e riunisce. Neanche a dirlo. E' hype.


Fanfare e walzer, pop ed epopee zigane. Questi i tratti di Beirut, progetto “balcanico” e “aperto” del diciannovenne Zach Condon, un ragazzo di Albuquerque combattuto tra un IO A Hawk And A Hacksaw, un ES Rufus Wainwright e un SUPER IO Morrissey. E cosa potrà venir fuori da un pasticcio critico musicologico come questo? Un album dagli smalti melanconici, in perenne contrasto tra la corporeità degli arrangiamenti e la caducità delle cose, dai profumi mediterranei, dall’afflato pop e dai richiami rétro. Non un lavoro intellettuale dunque, piuttosto un’estetica stradaiola e sognatrice, figlia di un musicista cresciuto con i traditional della terra natale e l’amore per la malinconia smithsiana.
A supervisionare il progetto troviamo il già noto Jeremy Barnes (A Hack And A Hacksaw appunto, e prima Neutral Milk Hotel) e la sodale Heather Trost, gli elementi chiave che portano la crisalide Beirut a sbocciare in farfalla.
Gulag Orkestar è un piccolo gioiello di una banda di paese esteuropea, che pensa a un romanticismo e a un dolore più universali: tante trombe, fisarmoniche, percussioni arabe per raccontarlo. Saghe nomadi come Brandenburg e la bella Postcards From Italy (che fa pensare a Morrissey), fanfare come Bratislava, e strazianti ma necessari walzer come Prenzlaurberg (immaginate dei Calexico balcanici con Wainwright al canto…), oppure romantiche ballate folk (The Bunker)o il synth pop dei campi magnetici di Stephin Merritt (Scenic World e After The Curtain, già da top ten nei blog indie-pop oriented di mezzo mondo) sono tutte tappe di un validissimo esordio che forse presenta una scrittura un po’ acerba, ma ricompensa con un’estasi di pani e terre dal sicuro appeal. (7.0/10)

Dopo una prima distribuzione Goodfellas in primavera, il debutto di Beirut viene (ri)lanciato in grande stile da 4AD; una mossa che conferisce un’aura aggiunta all’intera operazione, con risultati ben prevedibili quanto ad esposizione ed hype crescente. Tutto meritato, d’altronde, come si è già detto in precedenza parlando di Gulag Orkestar. Ma non è tutto: la re-release si permette di addizionare un altro tassello al mosaico, includendo come bonus l’EP Lon Gisland, ovvero cinque tracce nuove di zecca (o quasi, se contiamo un remake più epico della sempre bella Scenic World) registrate a Brooklyn e mixate ad Abbey Road; l'uscita ufficiale è prevista per fine gennaio 2007 - in America; a noi europei tocca in sorte appunto come ideale compendio al debutto ufficiale.
Qui Zach Condon prosegue indisturbato nel suo percorso tra songwriting languido-romantico e fascinazioni balcane (la cavalcata My Family’s Role In The World Evolution), non mancando di mettere a segno un paio di altri centri nella lirica e tzigana Elephant Gun o nei fasti da orchestrina di strada di Carousels. Uno squisito dessert dopo un pasto già soddisfacente, che siamo sicuri farà ulteriormente salire le quotazioni di questo act, già tra i protagonisti annunciati del 2006. (7.0/10)

Per accompagnare il nuovo lavoro, Zach Condon e la sua band da strada “allargata”, hanno girato per New York una serie di videoclip rigorosamente homemade. Pare che lo scopo sia quello di filmarne uno per ogni canzone e attualmente quelli disponibili sono stati raccolti in un sito dedicato (http://flyingclubcup.com/). Il nodo della faccenda è tutto qui, da quelle parti è racchiusa la bontà del progetto Beirut, la sua peculiare variante rispetto ai lavori dei capofila del movimento quali Jeremy Burns e (a lato) Matt Elliott, la fascinosa sensibilità pop che lo contraddistingue, l’attitudine apolide/stradaiola che lo alimenta.
Girato a Brooklyn, è probabilmente Nantes il clip a spiccare per resa acustica e visiva: Zach scende le scale d’emergenza di una palazzina industriale intonando una ballata nello stile del Patrick Wolf più dolente e intimista. Piano dopo piano, passo dopo passo, la canzone incontra i suoi musicisti diventando sempre più corposa. Prima chitarra e violino, poi il trio di fiati, infine la fisarmonica e la batteria. Fantastico. C’è tutto l’afflato live che ci vuole e la performance di Condon è semplicemente magnifica. Impariamo che di Nantes c’è una take precedente per nulla marziale e su disco ce n’è un’altra ancora diversa con una pianola reggae style, un andamento più lineare (batteria schematica, la tromba in docile contrappunto) e una sezione d’ottoni più composta. The Penality (e gli altri video) confermano:è come se in studio tutto si fosse raffreddato - o peggio - i brani si assomigliassero. In quest’ultimo video, catturato in un parcheggio (in presa diretta più che mai), voce e ukulele in solitaria per il prodigio e l’ensemble da strada in accompagnamento bandistico. Tutti in passeggiata con l’audio che va e viene, ma la vibrazione è papabile. È come essere li con lui. La canzone è viva. Su disco, la base s’è trasformata in un valzer e di valzer ce ne sono poi tantissimi altri, tutti un po’ imbrigliati. C’è il rischio che Flying Cup annoi gli scafati mediterranisti frustrando proprio l’appetito live che da sempre li contraddistingue.
D’altro canto, è innegabile che a favore delle tracce in studio c’è il bel lavoro d’archi di Owen Pallett (Final Fantasy), generalmente presente a mo’ di valore aggiunto (l’attacco di In The Mausoluem, ) ma dominante in Un Dernier Verre (Pour La Route), una traccia su base jazzy dal fascino chanson sublimata dall’orchestrazione. E poi c’è la qualità della scrittura: Zach ha dichiarato di aver ascoltato un sacco di Brel e canzone francese prima di comporre il disco, come del resto i Flying Cab sono i palloni aerostatici all’internazionale di Parigi degli anni ’10 che il Nostro aveva visto in foto. Non aspettatevi cose tipo Ne me quitte pas (la sensibilità passa comunque attraverso Wolf o Wainwright) ma belle epopee corali/tascabili quelle sì. Intelligente poi lo spostamento verso Ovest con le emblematiche Forks and Knives e St. Apollonia a preferire fisarmonica e xilofono alla tracotanza dei fiati. Fatevi i vostri conti e se avete pochi soldi spendeteli al concerto. Condon comunque è un grande. (7.0/10)