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Battles

di AA.VV.

 

Rapido rewind negli anni Novanta. Quelli del math rock, mostro senza testa uscito dalla bile degli Slint. Poi footing con Ian Williams attraverso riff serrati e sfilacciamenti. Don Caballero e Storm & Stress. Fino alla svolta dei 2000 allo scoccare dei quali l’indie boy lascia baracca e burattini per ripensarsi e ricominciare. Finirà per ritrovare se stesso, uguale e diverso, assieme a Tyondai Braxton e due fedelissimi con i quali, dopo tre anni di live e session, è arrivato a Mirrored. Non solo un debutto. Piuttosto uno di quegli album che cambiano le prospettive. Le reinventano, proprio come i Tortoise.

 

Not fight, just hard talkin'

Matematico? Teorico? Seguace di Robert Fripp? Macché, nell’intervista a noi concessa via doppino, Ian Williams, pezzo da novanta del math-rock, ex punta di diamante dei Don Caballero e degli Storm & Stress, ci riassume la sua carriera come un endless “tapping”. Fai un riff, lo metti in loop e poi un altro. E così via, ricorsivamente. Troppo modesto. Quello è il metodo non la sostanza. La sostanza è il linguaggio. Un idioma maturato in seno all’hard rock senza bacino (ma braccia) dei Don Caballero che ha trovato un momento disossato nel progetto parallelo Storm & Stress, per poi sublimarsi nelle placente cartilaginose di American Don. Con quest’ultimo - definitivo - sforzo ci troviamo nel 2000 a tre zeri con un album-ponte per le sperimentazioni a venire, il punto focale delle rifrazioni del dopo, l’addio di Williams al gruppo che lo ha reso famoso e assieme un corpus di regole e costrutti predisposti a un dialogo possibile con il mondo. L’album – che vede protagonisti ¾ degli Storm & Stress e il sodale Damon Che alla batteria – è l’ultima spiaggia del rock di fine secolo, ma anche linea di confine con il feudo King Crimson, un origami lontano dalle dialettiche hardcore dimesse (ma ringhiose) dei Rodan, dagli squali di quel giugno del ’44, e i frangiflutti oceanici dei Dirty Three. American Don dunque come esperanto del post-rock, l’oltre math perché musica per sinapsi che friggono, muscoli addomesticati alla circolarità, il minimalismo che si fa affare logorroico, eppure esperimento a rischio, prog in deriva che si prepara  all’archivio e non all’acquisizione orale.

A quel tempo provavamo a vedere fino a dove potevamo spingerci con una mentalità e strumenti rockisti”, ammette Williams, “ora quest’approccio mi sembra limitante”. Così, al voltar del secolo, il chitarrista abbandona sia il gruppo madre sia il progetto collaterale nato con l’amico Kevin Shea. “Motivi artistici, non personali” afferma, biascicando un fare da nineties, tra pause, sbadigli e qualche frase buttata lì a mo’ di riff verbale. Tuttavia non deve essere stato facile trovarsi per strada alla ricerca di un lavoro qualunque per sostentarsi. Poco dopo, Williams lo stralunato rimette la catena apposto, s’inventa un job come video editor e chiama un po’ di gente per suonare, non sbarbi qualunque, tipi con esperienza di verbi vicini e lontani. Conosce Tyondai Braxton - figlio d’arte (indovinate di chi..) - uno che come lui va matto per loop ed echoplex, uno animato dalla sua stessa propensione in devoluzione nei confronti delle strofe e dei ritornelli, nonché l’uomo delle electronics (“un aspetto importante che la mia esperienza nel campo del video ha contribuito a far crescere”, ammette).
Poi, in traiettoria capita il chitarrista John Stanier, già Helmet e Tomahawk (quelli del Mike Patton e Denison), batterista tosto abbastanza da non far rimpiangere la fisicità di Damon Che. Infine il tessitore/uomo sponda, ovvero Dave Konopka, anche lui figlio di altre lupe (alle spalle i Lynx, gruppo per certi versi vicino ai Don Caballero), una bassista e assieme buona seconda chitarra di ricamo a bordocampo. Sono nati i Battles, un ensemble di hard talkin’ estemporaneo alla ricerca di slang. Ma quali? “Non avevo idea di cosa sarebbe successo, doveva essere nuovo ma non sapevo quale direzione avrebbe preso il sound”. Ian non è uno di molte parole, getta i ragazzi in pasto alla sala prove senza… “beh, senza nessun discorso, a dire il vero”. Comprensibile in loro un certo spaesamento. D’altro canto, si trovano di fronte il contorno di un trentenne disposto a cambiare senza rinnegare il passato, pronto a mettersi in gioco con una mentalità diversa, magari dandola vinta al sound aperto dei Tortoise di Millions Now Living (e del disco di remix Rhythms, Resolutions & Clusters) e rinnegando, senza patemi, il pensiero da “programmatore di sistemi rock” à la What Burn Never Returns.

Da lì anche la scelta di Tyondai, John e Dave, ragazzi provenienti da background diversi, tutt’altro che kid adulanti cresciuti a pane e Slint. “Avevo in mente tante idee assurde”, dichiara ridendo Williams, “tuttavia in poco tempo siamo arrivati a una session benedetta dove registrammo l’intero materiale che è stato pubblicato, tra il 2004 e il 2005, nei tre EP a firma Battles” (verranno raccolti, un anno dopo, in un doppio CD dalla Label Warp). Tutto in un'unica session, mica male per uno che non sapeva dove battere la testa. E poi via con i live, in presa diretta come in studio, come accade nei nove minuti di SZ2 (B EP, Dim Mak): un rilascio nervoso/dimesso à la Storm & Stress che trova prima una chitarra hardcore in avvicinamento perimetrico, poi reiterazioni minimaliste in costante stuzzico al ringhiare della seconda sei corde. I Battles costruiscono bio-meccaniche i cui ingranaggi vengono sostituiti e riassemblati in streaming, in libertà. La calcolatrice non viene rinnegata, ma in campo ci sono almeno un paio di antidoti: piccoli esperimenti da un minuto dove c’è giusto l’idea di un mood, un giro di orologio da polso, e l’uso dell’elettronica, sicuramente il più valido rimedio ai possibili vicoli ciechi di American Don. Non occorre un genio per capire che è Tyondai Braxton il contraltare del chitarrista dinoccolato, del resto il buon esordio The Violent Light Through Fall del 2002 – tra esperimenti free, reverse, rhythms electro ma anche post-rock, psych e melodia… - e la collaborazione con i Parts & Labour, già evidenziavano l’estro e soprattutto la versatilità del personaggio. L’esempio più significativo tra queste prime session è sicuramente Bttls (B EP): dialogo tra colpi sordi di jack stile Mika Vainio e calibrati brulichii di distorsori.

Abbiamo iniziato a suonare assieme perché eravamo ciascuno fan dell’altro. Tyondai era a tutti i miei concerti in solo e viceversa!”, afferma Williams. Assieme i due rappresentano la componente più inventiva del combo con Stainer e Konopka a giocare in struttura (o di sponda). Un ruolo non facile per quest’ultimi: “ci trovavamo in questo splatter-paint art project il cui unico punto acquisito era non ripetere i Don Caballero e come se non bastasse Williams se ne veniva fuori con quelle idee folli come il coro femminile, le musiche stile Ligeti di Odissea nello Spazio ecc.”, affermano recentemente i due alla rivista Xlr8r. Fortunatamente, non prendono posizioni in opposizione, fortificando il quadrilatero invece di minarlo alla base, un connubio che nel frattempo pare mancare ai progetti dell’ex compagno di Williams negli Storm & Stess, Kevin Shea, indaffarato in una decina di progetti, anch’essi free (tra cui il buon Talibam!) ma dal futuro decisamente più precario.

Del resto, i Battles potendo contare su una strumentazione wave-rock (macchine e strumenti) e su un incrocio di sonorità “white” e “black”, tra intrecci puliti di corde e ritmi caldi (e persino caraibici), diventano presto un gioco sul quale scommettere tutte le fiches. Dance (B EP),  ad esempio, dà segnali importanti: un quasi funk inedito per l’ex Storm & Stress, inoltre electronics, voce encodata, battito serrato e chitarre in contrappunto (e loop). Ancora meglio fa Tras (Tras EP, Cold Sweat, 2004), altro funkaccio deciso (e liquori mellow elettronici). L’affare, dunque, è a quattro. Quattro cavalli di razza che fanno quasi rock, anzi “rock senza avere un cantante” (come dichiarerà Braxton più in là), ed è in quest’ottica del “quasi” che il tastierista ama descrivere l’open band: quasi qualcosa - o se preferite meta qualcos’altro -. Eppure, pur figlio di un free jazzer, è ancora lui a optare per le strutturare attraverso mood o temi conduttori. Braxton versus Williams. Realismo fotografico versus pittura astratta. Altra dinamica vincente e bomba ad orologeria micidiale piazzata su B+T (C EP, Monitor, 2004), faville tortoisiane e movenze Teatro No, gioia dei fan che crescono ben al di là dei confini della Grande Mela, act dopo act.

Siamo arrivati in corsa fin qui, al presente, lasciandoci trasportare dall’urgenza di raccontarvi la genesi di un esordio che si farà ricordare a lungo. Il 18 maggio è uscito Mirrored, un album figlio di session densissime fatto di corsi e ricorsi, mood pop e scenografie ad ampio spettro. Neo-Prog? Post-Rock Revival? Troppo poco: i Battles sono i Tortoise dei 2000.

  • Sz2
  • Tras 3
  • Ipt2
  • Bttls
  • Dance
  • Tras
  • B+T
  • Uw
  • Hi / Lo
  • Ipt-2
  • Tras 2
  • Fantasy

Ep C/B Ep (Warp Records / Self, 11 marzo 2006)

di Gianni Avella

L’uomo con la chitarra, l’unico possibile nel nomadismo post-rock, ovvero Ian Williams è ritornato. La sua nuova immagine, la terza, si chiama Battles e trova asilo presso la sempre più onnivora Warp che, in attesa del debutto lungo, stampa in un doppio cd i tre Ep precedentemente licenziati dai nostri.

Un gruppo con tanto di pedigree, visto che tra i credits figura Tyondai Braxton, figlio di Anthony, che maneggia d’elettronica mentre John Stainer alla batteria e David Konopka al basso completano la line up. Cominciamo col dire che di Storm & Stress – l’ultima esperienza di Williams – non si sente traccia mentre si intende, eccome, che l’incedere ritmico risente delle febbrili figure dei Don Caballero, qui rivisti però sotto un ottica meno fisica e più androide, quasi funk a tratti, dato che B + T e Hi-Lo cadenzano un passo post (funk)-rock sghembo alla maniera dei mai troppo apprezzati June Of 44 di Anahata.

Chi conosce Williams sa che il suo chitarrismo, qui sempre più Fripp-iano, trova ragione d’essere se accompagnato da un drumming “matematico”, e la duttile precisione di Stainer (con un passato negli Helmet e poi Tomahawk) non fa rimpiangere i prodigiosi Damon Che e Kevin Shea, anzi in più di un’occasione (vedi la fenomenale Dance) il ricordo si atrofizza e la collisione con la manopole di Braxton Jr (specie nella lunga BTTLS) schiude interessanti ipotesi future. Attendiamo trepidanti lo strike decisivo. (8.0/10)

Live: Battles - Brancaleone, Roma (2 maggio 2006)

di Andrea Monaco

Non può che definirsi sorprendente il concerto dei Battles. Sul palco il quartetto spiazza ogni aspettativa, destinando la sperimentazione elettronica sviluppata negli EP ad un attento ascolto casalingo, e lanciandosi esclusivamente in avventurose escursioni math-rock. I Battles si divertono e fanno divertire: il pubblico si muove con animazione (parlare di ballo sarebbe fuori luogo), riconosce i pezzi dagli incipit ed esulta, quasi ci si trovasse davanti all’ultimo teen-idol.

Ed in effetti l’atmosfera che si respira è festosa e quasi carnevalesca: nel seguire le incredibili evoluzioni dei pezzi è impossibile non pensare ad un camaleonte sempre cangiante, che lascia a bocca aperta chi lo osserva. Inoltre la voce di Braxton, nei rari momenti in cui lascia la chitarra, crea un’ulteriore sensazione di esoticità, sia quando abbellisce i brani con linee melodiche, sia quando fa partire complessi loop tribali. Di contro le modalità di composizione dei brani, consistenti in semplici loop che vanno poi a costruire complesse architetture, ricordano il minimalismo di Riley e Reich: la cerebralità c’è, ma si trova solo nelle strutture, mentre il tripudio di suoni che ne scaturisce è assolutamente fisico, sebbene venga sempre mantenuto un certo controllo che ne impedisce una deriva totalmente free.

Proprio l’uso smodato dei loop è uno degli aspetti più caratteristici e sbalorditivi dei musicisti: i tre chitarristi registrano di continuo fraseggi rimanendo sempre esattamente a tempo con essi mentre, con apparente nonchalance, sono impegnati a suonare le chitarre col tapping doppiandole contemporaneamente con le tastiere. Il sudatissimo Stainer è l’elemento più “teatrale” del gruppo: complice la luce rossa che lo illumina, sembra quasi di vederne il cervello surriscaldarsi nell’inventarsi ritmiche ingegnose che riproduce come una drum-machine. Il crash, posto in una posizione quasi irraggiungibile in alto in verticale sulla batteria, lo costringe ad assurdi e scomodissimi movimenti che completano il quadretto surreale.

Sebbene i brani proposti siano allungati parecchio rispetto alle versioni su disco, il concerto sembra durare troppo poco, ed alla conclusione il pubblico (stranamente esiguo, nonostante due DJ della Warp completassero la serata) si tuffa al banchetto gestito dall’ancora gocciolante Stainer per avere qualche souvenir dello straordinario evento. E’ proprio vero che quando ci ci si diverte il tempo passa in fretta: chi l’ha detto che la matematica dev’essere per forza noiosa?

  • Race: In
  • Atlas
  • Ddiamondd
  • Tonto
  • Leyendecker
  • Rainbow
  • Bad Trails
  • Prismism
  • Snare Hangar
  • Tij
  • Race: Out

Mirrored (Warp / Self, 18 maggio 2007)

di Edoardo Bridda

Williams non è un teorico, tanto meno un professore geloso delle proprie conquiste. Quando ha deciso di mettere insieme un (super)gruppo ne sono usciti tre titanici eppì recentemente ristampati dalla Warp. Le prove generali. Un tentativo (ma è riduttivo) di comunicare e costruire ponti. Con Mirrored l’obbiettivo si sposta, come era intuibile, dal work in progress al lavoro di squadra e l’essenza anche qui senza sorprese si sistema lungo l’autostrada Williams-Braxton, il primo ai riff il secondo agli effetti e voci, in giochi di sponda incrociati basso-batteria. Il lavoro sul pop-rock è l’aspetto di cui si parlerà di più, ha reso il singolo Atlas “math-rock for the masses” seppure è un’escrescenza, il cuore ritma un linguaggio vivo, fatto di costrutti complessi. Frasi-riff, botte e risposte a due chitarre quando non tra il gioco ritmico e gli effetti, periodi che macinano mood, punteggiature mai lasciate al caso. Le principali e le secondarie, qualche subordinata. Negli Storm & Stress c’era molto di non-intenzionale, qui c’è un’evoluzione armonico-matematica più che il contrario.

Ha ragione Braxton quando afferma che i Battles sono una rock'n'roll band con fini non convenzionali. E dice la verità pure Ian Williams quando afferma che l’influenza delle frippertronics di Robert Fripp sia incidentale e non programmatica. Mirrored è un mondo di specchi. Immagini dentro immagini e quindi loop. Scienza del Gibson Echoplex. Ma è un gioco con dietro una scenografia. Una savana, gusti caraibici, fusion umidiccia, appeal rock, che assume un feeling proggy à la Tortoise tra momenti serrati e sfilacciamenti. Se vogliamo Mirrored è una risposta agli Standards, una via coraggiosa che avrebbe fatto della band di McEntire un colosso invece di una grande live band (senza sorprese discografiche).

Al contrario, Williams e soci hanno un tridente: teste tartaruga, cuore da cavalli di razza e un disco inattaccabile, studiatissimo eppure accessibile come nient’altro nella carriera di Williams. Accanto a degli Slint in re-reunion senza novità, saranno loro a portarci il live decisivo. Nel frattempo l’ascolto casalingo rileva ogni volta nuovi rebus ma anche oasi d’ergonomia, momenti quasi dance e quasi pop. E tutto nella logica del quasi. L’equazione e la ricreazione. Il discovery channel del chimico in pausa caffè. (7.7/10)

CD
  • Tonto (Album Version)
  • Tonto (The Field Remix) 
  • Tonto (Four Tet Remix) 
  • Tonto (Live At FRF 07) 
  • Leyendecker (Live At FRF 07) 
  • Leyendecker (DJ EMZ Remix Featuring Joell Ortiz)
DVD
  • Tonto
  • The Making Of Tonto
  • Atlas

Tonto+ EP (Warp, novembre 2007)

di Marco Braggion

Piccolo EP per i Battles tutto concentrato su una delle tracce più rock dell’indefinibile e sfaccettato capolavoro Mirrored. Tonto si basa su dialogo stretto tra batteria e chitarra, tra ritmo e ritmo, variazioni in accelerazione e decelerazione, minimalismo di scuola Tortoise infarcito di vocals post-all. I remix si concentrano sulle diverse sfaccettature della traccia originale, seguendo le diverse sensibilità degli ospiti chiamati al ripensamento/maquillage: electro minimal deep per la bellissima versione turbinante dei Field, cassa dritta in classica progressione 4/4 per Four Tet (con un’esplosione glitch nel finale da far paura).

Riproposta poi anche nella versione live, la traccia viene accostata (sempre sul live) a Leyendecker. Il documento dal vivo restituisce anima ai pezzi e riconferma il gruppo come uno degli act più importanti del rock contemporaneo in sempreverde contaminazione. Non si capisce invece cosa ci faccia in chiusura la versione hip-hop di Leyendecker. Inutile tappabuchi di scuola Anticon. Valli a capire. Se ci fosse stata una traccia in più dal vivo, l’acquisto sarebbe stato d’obbligo. Così solo per amici e affezionati. (Dimenticavo di dire che c’è pure un DVD con Tonto e Atlas…) (6.8/10)

 

Live: Battles – Estragon, Bologna (7 maggio 2008)

di Edoardo Bridda

Si chiama capitalizzazione di successo ma è anche un tester live di nuovi percorsi e direzioni. Di solito le tournée “di richiamo”, a distanza di un anno dall’ultima uscita discografica e conseguenti date promozionali, hanno questa funzione: si fanno soldi facili, si raccolgono grandi soddisfazioni e se si hanno i coglioni si saggiano nuovi brani e reazioni. Si studiano le prossime mosse.

Al sottoscritto in particolare interessa l’affiatamento dei ragazzi, le dialettiche loop/improvvisazione, l’energia che ne scaturisce, nonché la capacità di lasciarsi trasportare dall’onda ancora una volta. Regalarsi/ci un altro picco di adrenalina. E i Battles per buona metà dello show sono sicuramente questa grande band. Cresciuta in questo lasso di tempo. Più potente e scafata come ce la si immagina, soprattutto abile nel tentare quella via al rock “di adesso”, perché se questo “genere” possiede un volto credibile nei 2000 non è certo per i britannici, i Black Mountain, o gli White Stripes…

E si parlava di capitalizzazione: i Battles tesaurizzano eccome, specie Ian Williams, arrivatissimo in quell’atteggiamento da fratello maggiore. Lui che al prodotto ha messo sicuramente la firma più riconoscibile e adesso si gode lo spettacolo. Passerà metà del concerto con una chitarra muta, ballando e cincischiando con i volumi, contrappuntando le melodie da direttore d’orchestra. È dunque Braxton (chitarra, tastiere, voce, effetti) a tenere in piedi i brani più tosti di Mirrored anche con posture e phisique du role. Stainer e il quarto (di cui non ci si ricorda mai il nome) lavorano di struttura. E Ian, appunto, gioca di sponda.

Il concerto non disattende l’hype, la macchina attacca le orecchie e domina la folla, ma è giusto anche pretendere di più da una band che in un’ora (e pochissimo di più) i riempitivi in scaletta non li risparmia - e il costo del biglietto non è proprio esiguo. Alcuni musicisti in sala mi dicono che “mica è facile improvvisare con l’echoplex”, ma come non notare che l’ex Storm&Stress si getta sugli amati loop soltanto quando nota un Tyondai visibilmente scarico? Dunque attenzione sul finale quando l’unico brano inedito del quartetto vede tanta (se non tutta) farina del suo sacco. Sembra un nuovo corso fatto di partiture aperte, chitarre sciolte, canto dreamy quello dei Battles di domani. Niente giochetti cartoon à la Atlas e cose più melodiche. I contorni, è vero, sono ancora troppo labili. Eppure tra un ragazzo prodigio che ha idee da vendere e un ex-Don Caballero montato e cazzone potrebbero generarsi dei conflitti … come in tutte le grandi band del resto.