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Bardo Pond

di Antonello Comunale
Dalla Psychedelphia dei primi anni '90 fino all'attualità lisergica di free folk e derivati. I Bardo Pond hanno attraversato una decade tra rumorismo, acidità, cupi ottundimenti doom e partiture per flauto di pan.
Foto: Bardo Pond

 

 

  • Destroying Angel
  • Isle
  • Lost Word 
  • Cry Baby Cry
  • Fc II
  • Moonshine
  • Endurance 
  • Montana Sacra II

Ticket Crystals (ATP / Goodfellas, 12 giugno 2006)

di Antonello Comunale

Ticket Crystals è il sesto disco ufficiale dei Bardo Pond ed è anche quello che chiude una sorta di trilogia della vecchiaia, iniziata confusamente con Dilate e proseguita con l’involuto e irrisolto On the Ellipse. Vecchiaia intesa come ripiegamento su un manierismo lisergico e su un’avanzata morbidezza folkish che davvero rende poco onore al gruppo che ha massaggiato le nostre orecchie per tutti gli anni ’90, con dischi sciolti nell’acido di un suono che corrodeva tutto.

Su Ticket Crystals, l’astrattezza delle loro pagine migliori trova la sola cassa di risonanza di Fc II e Montana Sacra II. La prima è il tipico dirge al peyote e molto oltre, che sprofonda il mondo e le sue sembianze in 18 minuti di visioni e chitarre effettate che si inseguono l’un l’altra su una ritmica vagamente dub. Montana Sacra II chiude il disco prendendo da Jodorowsky e sperimentando compiutamente con tape loops e scarti sonori in uno strumentale scomposto che si attorciglia su se stesso e si mangia la coda.

Il resto del programma, evolve e migliora il trend degli ultimi dischi. Destroying Angel, Moonshine e soprattutto Isle, sono le creature di un gruppo che ha osservato la scena free folk, con la consapevolezza di averci messo qualcosa di proprio. Un assortimento di crepitii acustici per flauto traverso che qua e la si rivingoriscono con la tipica distorsione dei fratelli Gibbons, nei passaggi in minore che odorano di Black Sabbath lontano un miglio. Lost World  ha una felice intro, da folklore nipponico e si tramuta rapidamente in una ballata bucolica e alterata.

C’è anche una cover. Nella fattispecie Cry Baby Cry, classico preso dal White Album dei Beatles e originariamente registrata per la BBC in occasione delle commemorazioni per il 25° anniversario della morte di John Lennon. Ma non si capisce l’utilità di averla inserita, visto che spezza nettamente i ritmi e l’atmosfera del disco.

I Bardos riconquistano qualche punto di merito, dopo il disastroso On the Ellipse, ma sono ancora lontani dalla forma fisica migliore. (6.5/10)

  • A Tune
  • Push Yer Head
  • Hypnotists
  • Splint
  • Slip Away
  • Ssh

Batholith (Three Lobed Recordings, marzo 2008)

di Gabriele Maruti

Dopo l'ascesa fino al loro personale capolavoro Lapsed, e la discesa verso l'inferno della noia esistenziale con tutti i dischi successivi, i Bardo Pond recuperano materiale non del tutto inedito ma mai pubblicato, e mettono in piedi Batholith, l'album che tenta la risalita quando è forse troppo tardi. Per noi come per loro.
 Messe da parte le velleità folk-acustiche da sonnolenza, i ragazzi sfruttano tutti i trucchi del mestiere: il riff Sabbath-iano rallentatissimo (ma fin troppo ripulito da ogni sentore di oscurità) in Push Yer Head, la nenia acida nell'iniziale A Tune, e qualche vagito shoegaze nella più melodica Slip Away, e l’ovvia jam spaziale in chiusura Ssh, dieci minuti di necessari feedback e lsd per l’unico risultato da ricordare.
Poco da aggiungere alla senilità se non che nei due brani centrali della tracklist la tessitura dello scenario psych li vede due spanne sotto gli Earth meno suggestivi.
Secondo i piani, Batholith dovrebbe vedere i Bardo Pond tornare ad avvolgere e sconvolgere con una sana paranoia acida, ma i risultati portano più al tedio interlocutorio che ad un trip degno di questo nome. (5.0/10)