Dalle campagne di Baltimore County, nel Maryland, a Brooklyn, l'ombelico di New York: il passo non sarà breve, ma David Portner-Avey Tare, Panda Bear, Conrad Deacon-Deaken e Brian Waltz-The Geologist, in arte Animal Collective, l'hanno coperto in un lampo, con i loro stivali delle Sette Leghe Musicali. Ecco la storia e le opere di una band per certi versi così avanti da essersi già lasciata il futuro dietro le spalle.

Sembra ieri quando un pugno di artisti, per la maggior parte inglesi, pensava di dover cambiare il mondo sventolando motti tipo “il silenzio è il nuovo rumore”. Si parla di folk: Nick Drake, Tim Buckley… questi e altri i nomi tirati in ballo per “sponsorizzare” un movimento, il new acoustic movement, che, come la maggior parte dei fenomeni appoggiati dalla stampa inglese, durò una strizzata d’occhio lasciando ai posteri poco o nulla.
Tutto questo mentre dall’altra parte dell’oceano i giovani bianchi americani continuavano, anche loro in “silenzio”, ad ampliare la tradizione folkloristica. Se analizziamo, ad esempio, certe frange del post rock stelle e strisce si nota come il folk ne è parte integrante imprescindibile: da campioni del genere come Gastr Del Sol sino alle distese psichedeliche dei Low, e poi cantori solitari come Will Oldham, noisers pentiti come Michael Gira, per non dire di personaggi camaleontici come Beck, tutti legati da un filo sottilissimo che si chiama tradizione.
Quindi, se il N.A.M. non è stato altro che suonare come i Radiohead,
quelli compresi tra The Bends e Ok
Computer, senza spina, parlare di nuovo folk, oggi come ieri,
significa soffermarsi su personaggi quali i Microphones di
Phil Elvrum, Califone, Dave Fischoff et
similia, con outsider d'eccezione tipo The Books,
il duo formato dal violoncellista olandese Paul de Jong e dal chitarrista
americano Nick Zammuto. È grazie al coraggio di contaminare
che il folk riesce a rinnovarsi sfornando ibridi sempre più bislacchi,
come uno strano combo della provincia americana dal bizzarro nome
di Animal Collective.
Attivi dal 2000, gli Animal Collective - David Portner-Avey
Tare, Panda Bear, Conrad Deacon-Deaken e Brian Waltz-The Geologist - sono titolari
di quattro uscite maggiori, sempre con ragione sociale diversa, ma è solo
grazie all’ultima fatica Here Comes The Indian (e
all’interessamento della label Fat Cat, che ha appena ristampato i loro
primi due lavori) se il collettivo è diventato il nuovo nome da seguire.
Animal Collective sta comunque soprattutto per Panda Bear e Avey
Tare. Sono loro le menti dietro al progetto che mette radici nel primitivo
folk delle origini e il free form freak out di Red Crayola,
un gusto per la suite riecheggiante gli Amon Düül,
un pizzico di insanità pop alla Brian Wilson e Syd Barrett,
colate di suoni trovati, fields recordings e glicht di terz’ordine. In
tutto questo calderone, i nostri amano presentarsi sul palco travestiti con
maschere e abbigliamenti grotteschi nella migliore tradizione residentsiana,
e se provate a chieder loro quali artisti amino, risponderanno Love, Satie e Fennesz.
Fanno musica libera, dicono, cercando un contatto spirituale con natura e vita
che parte dal folk per espandersi in lidi ancora sconosciuti.
Imparentati con mille genie diverse, gli Animal Collective sono pronti a raccogliere
il testimone rimasto vacante dallo scioglimento dei Microphones e farne tesoro
per loro come per noi.

L’esordio del collettivo, accreditato ai soli Panda Bear e
Avey Tare, arriva dopo l’opera in proprio di Panda
Bear del 1999. Spirit è un dischetto con pochissime
sbavature e molti, moltissimi punti a suo favore.
Coadiuvati dall’apporto di Brian Waltz (The Geologist),
il Panda (che siede dietro i tamburi) e Avey (canto, chitarra, piano e laptop)
inanellano una serie di stralunati e personalissimi pastiche psycho folk pop.
Sin dall’inizio c’è assoluta chiarezza sulle intenzioni
dei nostri: citano Fennesz e Brian Wilson nell’iniziale Spirit
They’ve Vanished (per chiarire, Brian Wilson influenza Fennesz che
poi influenza gli Animal Collective, tutto torna), virano sul folk d’assalto
in April & The Fantom e si dilettano con ballate scheletriche
nero andanti come Chocolate Girl. Si continua nei territori pop sognanti
cari a Flaming Lips e Microphones (Everyone
Whistling e Bat You’ll Fly), si rasenta il classicismo
disadattato (il turbine pianoforte più glitch di Penny Dreadfuls)
per sfiorare nuovamente la magia pop del deus ex machina di Pet
Sounds (Someday I’ll Grow To Be As Tall As The Giant).
Spirit è figlio di quella gerarchia che fa del pop meno allineato e
fruibile (Wilson, ma anche tanto Barrett e altrettanto Spence) uno stato d’arte,
ricco di arrangiamenti e trovate stilistiche “aliene” ai primi
ascolti, ma familiari se gli si dà fiducia. (7.5/10)

Dopo appena un anno dall’esordio, è la volta di Danse
Manatee; ristampato in coppia con il precedente
dalla Fat Cat, recente orfana dei Sigur Rós, sotto
la più spendibile sigla Animal Collective,
il disco era originariamente accreditato ai soliti Panda
e Avey più Geologist, ormai tassello definitivo del
gruppo, alle tastiere.
Se la prima prova evidenziava una marcata vena pop, questo disco la nasconde,
facendo spazio a episodi per la maggior parte di breve durata e denudati da
ogni accenno orecchiabile. Sembra quasi un altro gruppo, se paragoniamo episodi
free form freak out (per dirla alla Red Crayola) come A Manatee Dance e Penguin
Penguin a qualsiasi solco del disco precedente. Ora, a venir fuori è una
forte predisposizione “krauta” e primitiva alla materia folk, accostabile
ai più caotici Amon Düül e ai già citati Red
Crayola.
Esemplare, in tal senso, la lunga e vagamente jazzata Meet The Lighr Child, sospesa tra suoni trovati e voci senza né capo né coda. Stesso discorso, ma senza il vago jazz di poco fa, per The Living Toys e Ahhh Good Country, canzoni apparentemente labili e relegate ai margini dell’inutilità. Scorie del passato si avvertono solo in Esplode; per il resto si naviga tra rumorismi disturbanti (Loblakely Dress) e bozzetti più irrisolti che completi (Throwin’ The Round Ball, Runnin’ The Round Ball). Opera frammentaria e irrisolta, Danse Manatee concilia più col rumore fine a se stesso che con la musica. (5.0/10)

Negli Usa, e non solo, le “campfire songs” sono un vero e proprio genere. Basta una ricerca con Google per non sapere più da che parte girarsi: in un’orgia di fuochi, camicie a quadri e carne arrostita le canta il gioviale Freddie Fuller The Singing Cowboy, le sparano quei punkettoni degli Happy Campers, ci prova Michelle Breslin insieme a Steve P. Keeping nei Moe Kellog (le loro, veramente, sarebbero per giovani innamorati, “For Young Lovers”), e mettiamoci pure quelle dei 10.000 Maniacs. Ma anche se il loro intento era registrare “un album caldo e cordiale, che fosse una fiamma brillante e in movimento come quella di un falò”, come ha dichiarato David Portner-Avey Tare in un’intervista, Campfire Songs dei Campfire Songs (che vede all’opera tre Animal Collective su quattro) non poteva essere, non è soltanto una raccolta di “campfire songs”. Inciso dal vivo grazie a tre mini cd recorder strategicamente disposti in una veranda nelle campagne del Maryland (prima di lasciarla per Brooklyn, Tare, Panda Bear, Deaken e Geologist vivevano tutti lì, a Baltimore County), il disco contiene di fatto un’interminabile, stordente e lisergica ballata.
Una “canzone stonata” in cinque movimenti, nella quale voci impastate di salvia e chitarre dolcemente scordate si dividono la scena con il soffio del vento, il canto degli uccelli, versi e rumori di animali (folkabbestia?), il ticchettio della pioggia (Moo Rah Rah Rain) e il passaggio di un aeroplano. Se questo è il campeggio estivo, nessun sedicenne introverso e pedicelloso potrà più permettersi di sbuffare. (6.5/10)

La “gioiosa macchina da guerra”, che qui dispiega tutte e quattro le unità di combattimento sonoro, ha lasciato la veranda sul retro della casa di campagna a Baltimore County (e le mamme a pulire…) e - senza spostarsi dal Maryland - si è trasferita nella foresta di Blair, dove la leggenda (cinematografica) narra che tre ragazzi si erano inoltrati nel 1994 con una telecamera; di loro, nel ‘97, avrebbero ritrovato la sola telecamera, sufficiente comunque per dare in pasto agli adolescenti di mezzo mondo una reality comedy dell’orrore da sbancare il botteghino.
Il “Blair Project” degli Animal Collective non sarà “de paura” come quel film tremendo e fortunatissimo, ma neanche assisteremo al sequel sognante e trasognato che i dischi precedenti ci porterebbero ad aspettare. Here Comes The Indian è elettrico e percussivo quanto il predecessore è acustico e aritmico, anche se manifesta qui e là inequivocabili segnali d’aritmia, nel senso di irregolarità del battito cardiaco. Aggressione acustica con qualche pari, perché l’ultima invenzione è stata la ruota e basterebbe spulciare la discoteca di Babele per trovare genitori e fratellastri, Indian si piega forse solamente in Slippi, dove - facendosi strada a colpi di machete - i più avvezzi riusciranno addirittura a cogliere una melodia pop.
Il resto sono voci variamente trattate, pianoforti isolazionisti, chitarre pizzicate da dita con le unghie tagliate troppo corte, rotture di timpani - in tutti i sensi - che neanche i Tamburi di Brazza o quelli “du Bronx”. Dopo tutta quella fatica per rendere nuovamente presentabile la veranda, eccola invasa da uomini e animali (o uomini-animali?) in un clangore di vetri rotti, e non è proprio più possibile tenere chiusa la porta della cucina. Come s’intitola la traccia numero quattro? Ah, sì, Panic… (7.0/10)

Ipotesi numero 1: Avey Tare e Panda Bear, che non ne potevano più del loft industrial a Brooklyn, hanno optato per una rimpatriata nel Maryland, a Baltimore County. Avey-David, in particolare, moriva dalla voglia di farsi una scorpacciata delle Maryland crab cakes (crocchette di granchio, puah) nelle quali sua madre è una vera autorità. La seconda sera, seduto col Panda a prendere il fresco sulla stessa veranda che li aveva visti registrare quelle sconclusionate, stonatissime campfire songs, a Tare viene l'ispirazione. Recupera sotto il letto i tre mini cd recorder con i quali aveva inciso quel disco da cow boy junkies, imbraccia la chitarra che era ancora lì, sul divano di midollino, spiega al Panda dove e come trepestare, e in men che non si dica nasce Sung Tongs.
Ipotesi numero 2: hanno firmato con FatCat, ma adesso, cazzo, quelli vogliono il nuovo disco degli Animal collective. Avey e Panda si guardano negli occhi, il Panda si lecca dall'indice della mano destra una virgola del miele di corbezzolo che gli hanno spedito i Tenores di Bitti, Avey no, gli fa schifo il miele, poi cominciano a frugare negli angoli del loft industrial di Brooklyn, fortuna che è un loft e gli angoli così sono soltanto quattro. Bear lo trova: è il cd sul quale avevano parcheggiato le songs non abbastanza campfire che avevano registrato in quell'indimenticabile session a cielo aperto, con gli uccellini e il resto. "Diamogli questo - dice Tare - ci sono tre o quattro pezzi carini, forse riusciranno a venderne qualche copia". "Ma come lo chiamiamo?", chiede il Panda. Sung Tongs, risponde Avey.
Ipotesi numero 3... Va bene, va bene, basta, lo ammetto, mi sono inventato tutto, caso mai qualcuno scrivesse per precisare che a David-Avey le Maryland crab crakes fanno cagare. Gli Animal collective, ma forse è più logico chiamarli con i loro nomi, Avey Tare e Panda Bear, hanno realizzato Sung Tongs (un cd o due ellepi, scegliete voi) in una casa rurale del Colorado. Ci troviamo ancora dalle parti del folk-psych-trance-pop-lo-fi-o-ci-sei (come liberarsi in un colpo solo di quella palla delle definizioni), ma questo disco è, come dire, più carino, più pulitino, forse non vorrà proprio piacere, ma almeno prima una doccia e poi lo stick color pelle su quei brufoli da liceale.
Nel giochino delle influenze questa volta sono stati scomodati praticamente tutti, tranne Phil Spector e Debussy: dagli Hole Modal Rounders e Joe Boyd a Simon & Garfunkel e i Beach Boys, da Syd Barrett all'Incredible String Band, da Gilberto Gil a Milton Nascimento, ai Black Dice (futuri compagni di tour degli Animali in Usa), e almeno per adesso fermiamoci qui. Registrato e mixato da un Animale ad honorem come Rusty Santos (quello scombinato di Bad Is Good e Outside Versus In, californiano che ha risciacquato i panni nello Spree, a Berlino), Sung Tongs rischia di consacrare definitivamente i due Animali per antonomasia, e già si profila all'orizzonte una lunga fila di nasi che si storcono (indirizzarsi eventualmente sui 12 minuti e 36 secondi di Visiting Friends).
Coretti da scuola materna "Laurie Anderson" (Sweet Road) e omaggi per il settantacinquesimo di Donald Duck (Whaddit I Done), Tim DeLaughter dei Polyphonic Spree (sarà lo stesso Spree?) che chiede chi ha preso la tunica orlata di giallo e quella orlata di rosso (Who Could Win A Rabbit), Brian Wilson gonfio di sonno che va a pisciare con le pantofole spaiate (College) e una sorta di allucinata, trasognata "Locomotiva" gucciniana (Winters Love), tra chitarre al pascolo e percussioni imbizzarrite, con gli animali che fanno miaooo ma anche We Tigers. Insomma: un film già visto eppure mai visto, insieme punto d'arrivo e punto di (ri)partenza. Ma soprattutto un disco in grado di scatenare l'Animale che è in voi. (7.0/10)

È una nobile causa quella che spinge Panda Bear aka Noah Lennox alla seconda prova solista: onorare la memoria del padre, morto poco tempo fa. Young Prayer è bucolico, intimo, a tratti infantile.
Frammenti acustici che profumano di West Coast deviata a dimostrare, ancora una volta, l’efficacia di una chitarra e di una voce, del loro andare in simbiosi per “soli” ventinove minuti, proprio come l’atto conclusivo di Nick Drake, Pink Moon, che non superava la mezzora (ma forse per il Panda sarebbe il caso di toccarsi).
Nulla però del folletto di Tanwort-in-Arden, almeno in superficie; in Young Prayer, più che cantare, il Panda declama il suo continuo scrutare interiore, la sofferenza che reca un lutto (qualsiasi esso sia) e costringe a rinchiudersi in una casa per armarsi di sola tristezza
Niente di più distante dagli Animal Collective, come peraltro è giusto che sia. Solo semplici bozzetti, senza titoli e senza gioia. Proprio come un albero spoglio in pieno autunno… (7.0/10)

Vashti Bunyan, come tutti certamente sapranno, non è un santone indiano, ma una folk singer inglese. Vedi alla voce Ulla Jacobsson, ma dando molto meno scandalo, Vashti ha ballato una sola estate, quella del 1970, l'anno di uscita del suo unico e di conseguenza ambitissimo album, Just Another Diamond Day. Miss Bunyan non era però una pivella, avendo esordito nel '65 con un singolo scritto nientepopodimenoché dalla coppia non ancora brontosaura-del-rock formata da Mick Jagger e Keith Richard (la esse era ancora di là da venire). Ah, all'epoca Vashti era una specie di Marianne Faithfull mora (ci siamo capiti), espulsa dalla scuola d'arte perché passava più tempo a cantare che a dipingere.
Dopo il "giorno di diamante", un buen retiro in Irlanda (dove mette su famiglia) e più nulla di musicale - se escludiamo (nel Duemila) la pubblicazione su cd del "Diamond Day" - fino al 2004, quando Devendra Banhart ce la fa trovare in Rejoicing The Hands. Della serie: ognuno ha la Loretta Lynn che si merita. Probabilmente stufa di marmellate e centrini, Vashti ci riprova nel 2005 con gli Animal Collective, ed è una sorta di ritorno alle origini, se è vero che Miss Bunyan si era fatta ritrarre sulla copertina di Just Another Diamond Day in compagnia di un cavallo, una mucca, due cani e una pecora (bianca, ma col muso nero).
Gli animali che si è scelta - o che l'hanno scelta, ma fa lo stesso - per questo Ep sono un po' meno domestici, ma tutto sommato non mordono e neanche fanno danni sull'aia. La vocina - sussurro d'Oltremanica - di Vashti ben si sposa alle chitarre in libertà (hai visto per caso dove ho lasciato il mio arpeggio?), alle vocette vocione viociacce, al dissenso del ritmo, e tiene a battesimo almeno un pezzo memorabile, la title track Prospect Hummer, una ninna nanna al contrario che ci lascia ben svegli invece di farci addormentare. (7.0/10)

Eccoci di nuovo a parlare degli Animal Collective. A pochi mesi dal mini in compagnia della rediviva Vashti Bunyan, un anno dopo Sung Tongs, la coppia formata da Avey Tare e Panda Bear ritorna con una raccolta di canzoni, la settima in cinque anni esclusi progetti paralleli e collaborazioni, la cui acutezza ormai non fa più notizia. Un curriculum in perenne espansione che non mostra cedimenti, anzi.
Registrato a Seattle sotto il vigile orecchio del veterano Scott Coldburn (già con Sun City Girls), Feels vede il collettivo allargarsi, affiancando l’enigmatico Geologis, l’amico ritrovato, a una serie di ospiti che vanno da Kristin Anna Valtysdottir (già nei compagni d’etichetta Múm) al fondamentale violinista Eivynd Kang (collaboratore, tra gli altri, di Laurie Anderson e Arto Lindsay).
Il lavoro di squadra e l’interscambio di idee riescono per l’ennesima volta a stupire, come nel caso di Loch Raven, rinnovato omaggio allo sterminato genio di Brian Wilson, oppure l’appeal da singolo (marziano, ovviamente) di Glass, deliziosa cantilena folkish che segue il brano d’apertura Did You See The Words, frenetica schitarrata che scova l’impossibile scheletro folk nascosto sornione nell'armadio dei My Bloody Valentine.
Il resto è la solita, geniale routine: il country sghembo di Turn Into Something, la psichedelia rurale di Daffy Duck e Flash Canoe, gli aromi d’Oriente di Bees lasciano l’ascoltatore povero di definizioni, impossibilitato nello scovare nuovi e coraggiosi aggettivi all'altezza dei tanti spesi sino a oggi nel tentativo di etichettare questi giullari del pentagramma. Dicevamo un anno fa, a proposito di Sung Tongs, che era come guardare "un film già visto eppure mai visto, insieme punto d'arrivo e punto di (ri)partenza". Ebbene, ci risiamo.
(7.0/10)

Curiosità, impazienza, euforia. Queste le sensazioni dominanti, stasera. La più sorniona e animalesca band psichedelica del momento inaugura il passaggio in Italia proprio qui, nella Capitale.
Parliamo di quattro storti personaggi di casa a Brooklyn (o più o meno sparsi per il mondo), di quattro selvaggi ragazzi bianchi che per la prima volta si ritrovano sul palco tutti insieme, di quattro figure primitive, dai tratti sfocati, senza maschere e travestimenti (come molti, in realtà, si aspettano): gli Animal Collective.
Introdotti da un prescindibile Geoff Farina in versione solitaria e acustica (con conseguente evasione del pubblico verso l’esterno) e dal comizio musical-politico degli Evens di Ian MacKaye ed Amy Farina, tra il rispetto per l’uomo Fugazi e l’insofferenza per certi discorsi propagandistici (“Shut up and play!”, grida una ragazza di Chicago dal fondo della sala), i Nostri s’impossessano del palco e dell’attenzione di tutti i presenti con il loro folk ancestrale, con le loro cavalcate lungo savane sterminate di giochi di voci, intrecci psichedelici, furore ritmico, in un continuum che non prevede interruzioni di sorta (se non in un paio di occasioni, ma giusto perché l’aria inizia a mancare).
Lo sciamano Geologist, con la sua luce da minatore sulla fronte - insieme vezzo e necessità -è alla guida di una trance che snocciola tutto l’ultimo Feels, dall’iniziale Banshee Beat alla scorribanda rumorista di The Purple Bottle, fino alla convulsa Grass, senza dimenticare alcuni classici di Sung Tongs (Leaf House, We Tigers).
Il set è assieme rinascita collettiva e esperienza catartica, luminescente impasto di suoni e visioni che i Nostri, animati da una pulsione vitale che pare inesauribile, articolano in una trama che lascia ampi margini all’improvvisazione. Un approccio liberatorio e ossessivo, che tuttavia - soprattutto nei cambi di tempo e nei rilasci lisergici (ne è testimonianza più compiuta la tappa bolognese il giorno seguente) - lascia intravedere una certa asprezza, ovvero, il prezzo da pagare per un praticantato live latitante.
Il bilancio è comunque positivo per gli Animali delle voci e delle vociacce, delle chitarre e distorsori: ci mostrano l’anticamera di un mondo che appartiene all’essere umano, ma di cui non possiede ormai alcun ricordo. La natura e la modernità come vorremmo coesistessero sempre. Gran talento. L’esperienza arriverà.

All’alba di Danse Manatee (2001 circa), gli Animal Collective di Avey Tare, Panda Bear e Geologist partivano per una tournee nella natia New York. Alcune date le divisero coi concittadini Black Dice, altre se le gestirono da sole. Quell’esperienza live fruttò un lavoro, Hollinndagain, di 300 sole copie date, presumibilmente, ad amici e parenti e svanite come il pane dato agli affamati. Oggi quel disco torna ad esistere per volere della Paw Tracks, che lo ristampa in attesa di un nuovo parto animale.
I primi tre episodi sono frutto di una performance tenuta presso la WFMU Radio e vedono il collettivo alla stregua di un free-folk (il “brand” era di lì a venire) velato di melodia, con una I See You Pen che tra field recordings e declami vocali invoca lo spauracchio del Tim Buckey di Lorca, mentre il canovaccio di Pride And Flight è un (im)possibile Brian Wilson infatuato dei Sun City Girls.
La successiva e delirante Forest Gospel prelude le restanti tracce inerenti alle date coi Black Dice e si nota come la convivenza, tra tour bus condivisi e notti insonni, abbia generato salmodie come Tell It To The Mountain e vaneggiamenti indefinibili come There’s An Arrow, Lablakely Dress (combattuta tra musica concreta e ancora Brian Wilson) e Pumpkin Gets A Snakebite.
Come per Fugs, Tubes, Beefheart, Zappa e in tempi recenti i Need New Body, anche il collettivo bisogna vederlo (sul palco) e non basta ascoltarlo. Ma nella loro discografia un live mancava, quindi approviamo. (6.5/10)

Lisbona, un po’ metropoli un po’eden. Il nuovo alloggio di Panda Bear è lì, nella capitale portoghese; e se le circostanze, spesso, fanno un disco, Person Pitch si gode eccome la dolce brezza del fiume Tago.
D’altronde Lisbona è cosi: esatta sintesi di cosmopolitismo londinese e perenne estate californiana; e per un giovanotto americano come Panda Bear, che di nome fa Noah e tuttora sogna di figurare nel testamento di Brian Wilson, una location del genere veste a corpo e ci suona, l’attraversa e si sogna beach boy sul palco dell’Ufo club.
Tranquilli però, nessun accenno di fado, solo un cambiamento radicale. Il sofferto Young Prayer, nato sì da tragiche circostanze, si dimentica dopo pochi istanti. Quei fantasmi in nero depongono le lugubri tuniche e indossano camicie technicolor, ornate di pois luminescenti e buone vibrazioni; si passa, in definitiva, dall’isolazionismo Drake-iano al retro-pop psichedelico, si vagheggiano delle Ronettes al maschile (Bros) e dei Beach Boys estatici (Take Pills e I’m Not). si dissacra il pop, riducendolo in poltiglia dada (Good Girl / Carrots) oppure lo si disegna come dei shoegazer in apnea (Ponytail).
In fin dei conti si fa il possibile per eludere la press della Paw Tracks, che cita – testualmente – il disco come erede dei grandi classici di Paul McCartney (!), Ghostface Killah (!!) e nientemeno che George Michael (!!!). Contenti loro, contenti noi. (7.0/10)

Come coppia è veramente carina, niente da dire: pallida ed esile lei, aplomb loser per lui. Roba che se li vede Calvin Klein li scrittura per la collezione prossima estiva. Potrebbe essere un futuro sicuro, visto che artisticamente ragionando, Avey Tare (metà degli Animal Collective) e Kría Brekkan (transfuga dai Múm) come binomio rasentano la noia.
Un disco folk (?) tutto suonato in reverse, dalle chitarre al pianoforte; una vocina, quella di lei, da lolita esistenziale e un vocino - indovinate di chi?! - esangue e alticcio. Li ha congiunti l’amore e li ha accolti New York. Nella vita privata che facciano pure sfracelli, ma musicalmente, riferendoci principalmente a lui: siamo seri, eh! (4.5/10)

Non c’è rischio, non c’è novità. O forse: solito rischio per un obsoleta novità. Gli Animal Collective di Strawberry Jam peccano in quanto a gusto, tentennano nelle melodie. Lo svampito folk loro caro si veste di maniera (Peacebone), o meglio (o peggio) perde in nerbo e consistenza (Unsolved Mysteries, Chores).
Se i primi secondi di un disco, un po’ come gli iniziali giochi di sguardi tra due individui al primario approccio, si dicono fondamentali, il debutto Domino dei nostri nelle sue note iniziali palesa indubbie perplessità. Nonostante ci siano tutti - Panda Bear e Avey Tare, Geologist e Deacon – il baccanale che un tempo ce li ha fatti amare suona, oggi, fastidioso (Winter Wonder Land) per non dire gratuito (Cuckoo Cuckoo). Se c’è del buono (sono sempre loro, per Dio…) questo abita nella parte centrale della raccolta: For Reverend Green gioca di chiaroscuri tra una melodia vocale – ovviamente – à la Brian Wilson brillo e un flusso shoegaze reiterato; e Fireworks, con un suono di basso molto Peter Hook, invita pure al fischiettio, ma occorre correggerci: più che buono, meglio dire meno peggio.
#1, con uno spoken a metà tra David Bowie e Vincent Price, e Winter Wonder Land, una baldoria senza carpirne il perché, sembrano messe lì un po’ a caso e neanche l’ennesima visione wilsoniana in acido di Derek – lasciando perdere il vaudeville tedioso di Cuckoo Cuckoo – alza il tiro. Che dire: anche gli animali, dopotutto, sono esseri umani. (5.0/10)