Il “teatro ambulante” di Angelica quest'anno ha viaggiato in tutta Italia, nonostante sia rimasta Bologna la sede del piccolo-grande Festival Internazionale di Musica. Impossibile seguire tutti gli eventi in programma, tra proiezioni, incontri e concerti. Un'edizione aperta da una prima assoluta di Stockhausen a Roma e nella quale ha prevalso la presenza di musicisti italiani e olandesi. SentireAscoltare ha seguito i concerti imperdibili di questa XVII edizione. L'anno prossimo Angelica diventa maggiorenne: ne abbiamo parlato con il suo fondatore e direttore artistico, Massimo Simonini.

La XVII edizione di Angelica sarà, purtroppo, ricordata soprattutto per la scomparsa di Mario Zanzani, colui che, insieme a Massimo Simonini, credendoci sin dal principio, ha dato vita al festival e lo ha aiutato a crescere con le sue competenze nel campo dell'organizzazione, ma soprattutto con una grande passione. Zanzani se n'è andato proprio mentre si svolgeva il “suo” festival, proprio nell'anno in cui Angelica ha cambiato pelle, per trasformarsi in qualcosa di più grande, in un marchio, non più racchiuso nelle strette maglie di un festival. Questa edizione, oltre a comprendere il tradizionale “momento maggio”, ha abbracciato una serie di eventi, in alcuni casi firmati e patrocinati da diverse istituzioni e su tutto il territorio nazionale. Come nel caso della performance di Karlheinz Stockhausen al Parco della Musica di Roma, il 7 maggio. Un evento che affondava le radici nel 2003 quando, in occasione della Settimana Stockhausen, Angelica commissionò al compositore tedesco 13th Hour: Cosmic Pulses (inserito in Klang, la monumentale opera in fieri sulle 24 ore del giorno, in questa occasione eseguita per la prima volta in assoluto).
Impossibile (a meno di non fare solo quello per quasi un mese, tra proiezioni, incontri e concerti) seguire tutta la manifestazione, che quest'anno si è basata soprattutto sull'incontro Italia-Olanda: Asko Ensemble, ICP Orchestra, Han Bennink, Fabrizio Puglisi, l'Orchestra Spaziale di Giorgio Casadei, Tristan Honsinger. Nomi più o meno noti che si sono succeduti su palchi diversi, dentro e fuori Bologna, mentre a chiudere le danze ci ha pensato il solito Patton, con l'ultima delle sue: un concerto tutto basato su canzoni pop italiane degli anni 50 e 60.
Angelica l'anno prossimo diventa maggiorenne. Al di là di tutti gli ostacoli che i suoi organizzatori hanno dovuto superare, il piccolo-grande festival internazionale è riuscito a sopravvivere con proposte sempre valide e puntando sulla qualità, senza compromessi. Ne abbiamo parlato con Massimo Simonini, direttore artistico della manifestazione sin dal suo anno di fondazione.
Sì, direi che questa è una linea evidente, e necessaria per rimuovere un ristagno esistente. Ci sono vari “momenti” durante l'anno, che a seconda delle collaborazioni producono eventi diversi molto caratterizzati.
In 17 anni il “momento maggio” di Angelica ha proposto le formule più svariate: dal solo all'orchestra sinfonica, al gioco dei contesti, al pensare sempre a una dimensione sociale nel quale si opera che, insieme al programma artistico e alla sua estetica, ha proposto domande e offerto soluzioni sul fare musica. È stata una scelta volontaria quella degli ensemble di quest' anno, anche a sottolineare la difficoltà che c'è nel tenere insieme un progetto che sia musicale o di vita. C'è una tale dispersione che si perde di vista il valore che hanno certe realtà, che sembrano esistere perché regalate e non perché frutto di tanti sacrifici. Si ascolta (si consuma) talmente tanta musica in ogni luogo, e c'è un inquinamento acustico che porta a pensare che certe esperienze nascono automaticamente non perché ci sono uomini che svolgono il loro lavoro. Angelica ha sempre cercato anche il silenzio, cerca la musica nel silenzio.
Nasce dal sogno di Massimo Simonini che da semplice ascoltatore di musica (fruita quasi come una medicina) pensava che sarebbe stato importante ascoltare certa musica dal vivo (che raramente veniva programmata dai festival) e incontrare certi musicisti che avevano un messaggio particolare da comunicare, e in un clima dove tutto era suddiviso in generi musicali: il manifesto del festival jazz aveva un sassofono, quello della rassegna classica una corda di violino, ecc... Io volevo parlare di MUSICA. Ho incontrato Mario Zanzani (che ha lasciato questa terra lo scorso 13 maggio) al quale ho sottoposto la mia idea e lui, con fare accogliente, regalando speranza a un giovane che non era nessuno, mi disse: “forse si può fare qualcosa”. Mario era la persona giusta con la quale fare cose impossibili come Angelica. Ci siamo messi al lavoro e insieme a lui ha preso forma Angelica, Festival Internazionale di Musica, prima edizione nel 1991, con un manifesto azzurro che rappresentava un vetro rotto.
Ho avuto delle visioni, degli impulsi che mi hanno dato la forza, ho pregato perché si realizzasse questo o quel progetto, e nel tempo è successo qualcosa; a volte mi sembra di non poter decidere niente, che sono gli eventi che parlano, che mi regalano e mi tolgono qualcosa.
Dipende, ricordo tanti concerti, a volte anche quelli non riusciti hanno costituito un aspetto importante del nostro processo di crescita. Adesso mentre scrivo penso al concerto straordinario di La Monte Young con The Forever Bad Blues Band e al concerto di Eyvind Kang con Virginal Co-Ordinates; facemmo riaprire il Teatro Manzoni, chiuso da molti anni. Il tetto del teatro si apriva insieme alla musica.
Non c'è un criterio preciso, c'è un'idea che arriva e dalla quale prende forma un programma. Penso a qualcosa che parla. Certo non è facile dare voce a quanti si vorrebbe.
La vita è fatta di incontri e certi incontri producono idee. È successo con molti musicisti e con quasi tutti c'è un'amicizia che si è prolungata nel tempo.
Penso che molto riguardi la consapevolezza di chi legge gli eventi, ci sono azioni invisibili che qualcuno compie, e che sono di fondamentale importanza al processo collettivo, ma in pochi possono vedere, e sempre più dobbiamo renderci conto, essere più consapevoli, che se certe cose esistono dipende da una moltitudine di combinazioni. Angelica cerca di cambiare, di crescere, e, come nella vita di ognuno di noi, ci sono scogli da sciogliere.... Ho imparato che non posso pretendere di essere capito, per molto tempo questo è stato un problema, ora con maggiore distacco ma con sentimento, cerco dentro quello che non trovo fuori e vedo che quello che si deve compiere si compie. È una continua tensione tra te e il mondo.
Riprenderei quello che ho scritto della consapevolezza... Quando si parla di istituzioni penso alle sabbie mobili, luoghi nei quali anche quelle (poche) persone che vorrebbero, per esempio, sostenere Angelica non riescono come vorrebbero... almeno così dicono... Molto lavoro va fatto.
La maturità è alle porte...Ci sono stati alti e bassi... continuerà a cambiare...
Angelica ha attraversato e ha visto diverse generazioni di pubblico, ed essendo anche un teatro ambulante che ha fatto sosta in molti luoghi, spesso decontestualizzando le proposte, ha osservato le risposte più strane da parte del pubblico. Il pubblico è pigro, e mancando un lavoro di formazione e di continuità sulla “musica d'arte” (uso questa definizione che qualche volta ha usato Stockhausen), come diventasse una normalità nella programmazione di una città, è difficile creare pubblico. Penso ora all'Università, che sarebbe un luogo importante per la trasmissione del sapere e della formazione, ma la musica d'arte pare lontana da questi luoghi...
È una questione di proposte musicali ma anche di come si fanno quelle proposte, da quale messaggio cerchi di comunicare, e di come negli anni hai operato. Angelica, dopo molto lavoro, come dicevi all'inizio, è diventato anche un marchio: è stato possibile presentare nomi sconosciuti pur avendo un certo seguito di pubblico, cosa difficile per altri festival o spazi. Dobbiamo perseverare malgrado le difficoltà.
Forse qualche maglietta, scegliendo da 18 anni di immagini, e forse un libro che raccolga 18 anni di vita: “L'effetto Angelica”. E sarebbe il tempo che avesse finalmente una sua casa-teatro.

Caratteristica di Angelica, ormai consolidata da tempo, è quella di mettere faccia a faccia musicisti storici e nuovi talenti. L'improvvisazione in duo, formula prediletta da sempre dal festival, mette a nudo gli artisti, costretti ad un confronto serrato gli uni con gli altri nella più intima delle formazioni musicali, quella in cui non si può in nessun modo mentire, tanto si è esposti.
Quest'anno è toccato al batterista olandese Han Bennink vestire i panni del mostro sacro della XVII edizione di Angelica, impegnato sia come componente dell'ICP Orchestra (insieme a gente come Tristan Honsinger e Michael Moore), sia in duo. In questa seconda occasione ad affiancarlo era Fabrizio Puglisi, pianista catanese dai passati olandesi, con il quale Bennink aveva già collaborato in passato.
Che i due si conoscano già da un po', musicalmente parlando, lo si sente subito. Puglisi dimostra di conoscere l'estro letteralmente vulcanico del batterista (presentatosi sul palco con una batteria formata da fasci di rami, oltre che da tamburi) e gli lascia molto spazio, inizialmente accompagnandolo al piano con tocco leggero e inconfondibilmente jazzato. Bennink è molto più che un musicista. Imprevedibile, cerca di piegare alla funzione percussiva qualsiasi oggetto si ritrovi tra le mani, che siano pupazzi o sgabelli, per la sorpresa di un pubblico che si vede continuamente sbattere davanti cumuli di rami manco fosse in una foresta.
L'improvvisazione cresce di intensità a mano a mano che i due prendono confidenza con la materia musicale e sperimentano i timbri, supportati dal sintetizzatore suonato da Puglisi, unico elemento elettronico tra gli strumenti usati. Spesso la produzione di suoni aleatoria diventa il principio fondante dell'esecuzione, tra rumori e musichette dei giocattoli e tamburi e piatti fatti rotolare a terra. L'ironia la fa da padrona. I due giocano con alcune bamboline come fossero dei bimbi e sembrano sinceramente divertirsi, senza in nessun modo perdere la concentrazione, e con loro il pubblico. Non certo un pubblico delle grandi occasioni, se si pensa alla sala stracolma durante il concerto di Braxton dello scorso anno, ma comunque numeroso e soprattutto entusiasta, che ha reso difficile il congedo dei due musicisti.
A completare una serata che avrebbe anche potuto concludersi così, in maniera del tutto soddisfacente, un quintetto di fiati, anche stavolta italo-olandese: Michael Moore (clarinetto e sax alto), Ab Baars (clarinetto e sax tenore), David Kweksilber dell'Asko Ensemble (clarinetto e sax alto), Enrico Sartori (clarinetto, clarinetto contralto e sax alto), Olivia Bignardi (clarinetto e sax alto). I colori caldi dei clarinetti e dei sax si fondono in un timbro che, a seconda delle combinazioni che si succedono, si trasforma: duetti incrociati, dialoghi imitativi, sfociano in esplosioni collettive che danno vita a momenti tesissimi creati su una trama di fortissime dissonanze. Le caratteristiche degli strumenti impiegati, tutti dai registri molto ampi, permette variazioni espressive e un ventaglio di possibilità vastissime, che i musicisti, disposti in cerchio (in modo da potersi guardare e studiare) sfruttano, mettendo in campo personalità diversissime, dall'irruenza invadente di Moore alla sobrietà classicheggiante di Kweksilber, che non si scompone neanche nei momenti più intensi.

Da personaggi versatili e fantasiosi come Mike Patton, lo si è già detto in altre occasioni, c'è da aspettarsi di tutto. Compresa la normalità, che, a seconda del contesto, può rivelarsi spiazzante come la più grande delle trovate impreviste. Mondo Cane, il nuovo progetto del poliedrico cantante americano, che consolida la sua collaborazione, ormai decennale, con Angelica e il feeling artistico e professionale con il direttore Aldo Sisillo (e, di conseguenza, con il Teatro Comunale di Modena, di cui Sisillo è direttore artistico), è basato sulla rivisitazione di canzoni italiane degli anni 50 e 60. Dopo aver detto la sua sul metal estremo con i Fantomas, scomponendone e ricomponendone i pezzi in un geniale collage di distorsioni, il quasi-nostrano Michele (molti fan italiani sono soliti chiamarlo così per i suoi forti legami con il Belpaese) si prende una pausa dal rumorismo gettandosi provocatoriamente nel mondo musicale dei nostri genitori (per qualche giovanissimo già nonni), attraverso quelle canzoni che, da piccoli, non ci saremmo mai sognati di apprezzare: Mina, Fred Buongusto, i Primitives, Adriano Celentano, Fred Buscaglione. Persino Edoardo Vianello (quello di Abbronzatissima, per intenderci).
Un'altra operazione chirurgica? Arrangiamenti irriconoscibili? Un tranello per attirare ultracinquantenni per poi sconvolgerli con un sound terrificante? Tutto ci si sarebbe potuti aspettare da Patton, tranne quello che si è visto a Modena, Lugo e Salsomaggiore, nella tre giorni durante la quale l'Italia ha potuto apprezzare (o disprezzare) il suo nuovo travestimento. La pacatezza, la sobrietà, la fedeltà con la quale sono stati interpretati i brani in scaletta, arrangiati per orchestra e piccolo coro, è stata una sorpresa per tutti. Ascoltare l'ex Faith No More cantare, vestito con il suo ormai classico gessato e la cravatta nera, Il cielo in una stanza, Senza fine, Storia d'amore e altre colonne portanti della storia del pop nostrano, acquisiva senso proprio attraverso l'effetto-sorpresa che la situazione creava rispetto alle aspettative. Certo, Patton ha una bella voce, plastica, molleggiante, trasformista e uno stile perfettamente riconoscibile, che in alcuni casi (Ore d'amore di Buongusto, Urlo negro dei Primitives, Che notte di Buscaglione) è riuscito con grande espressività a giocare con le melodie plasmandole come solo Demetrio Stratos era capace di fare. Il paragone tra i due non regge ancora, ma è evidente quanto il fantasma del fu cantante degli Area, aleggi nelle invenzioni vocali di Mike Patton. C'è troppo poco, però, di quello che ci siamo abituati ad apprezzare di lui. Mancano i forti contrasti, i cambi repentini, le virate improbabili e perfino l'ironia, punti fermi del suo immaginario musicale.
Mondo Cane è un omaggio a tratti divertente, a tratti (pseudo) sentito, di classici della canzone italiana del boom. Punto. Stavolta il Maestro Sisillo, alle prese con un materiale semplice, la canzonetta (a parte alcuni brani finissimi di Morricone e Rota) e autore di arrangiamenti che non si discostano, come detto, dagli originali, si conferma comunque direttore e arrangiatore duttile, adattissimo agli atteggiamenti camaleontici di Patton. Non si capisce invece cosa ci faccia lì Roy Paci, a parte prendersi gli applausi della sua claque. Qualche assolo di tromba, un po' di teatrino e un nome che attira pubblico giovane. Sarà per questo che l'hanno convocato?