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Angelica 2005

di ©2005 Daniele Follero
Quindici anni di improvvisazioni, sperimentazioni e difficoltà economiche. John Zorn e Archie Shepp, ma anche tanti musicisti dell'estrema periferia del mercato musicale. Cronache dalla XV edizione di un festival che rischia di morire. Ne abbiamo parlato con Giampiero Cane, critico musicale de "Il Manifesto"
Foto: il logo di Angelica 2005

Sono ormai quindici anni che Angelica si fa portavoce delle avanguardie e sperimentazioni extra-colte (anti-colte potremmo anche dire). Non solo molte giovani voci-che-non-hanno-voce nel panorama musicale, ma anche grandi nomi, da Chris Cutler a Mike Patton, da Terry Riley a La Monte Young, hanno fatto la storia di un festival che è riuscito costantemente a rappresentare uno spazio aperto per la nuova musica e allo stesso tempo un contenitore importante per la sperimentazione estemporanea. Che però chiude. Questa dovrebbe essere stata, infatti, a detta degli stessi organizzatori, l’ultima edizione. La formula che mette a confronto musicisti che non hanno mai suonato insieme, generando performance totalmente aperte e uniche e che ha funzionato per tre lustri, esaurisce il suo ciclo (speriamo non scomparendo ma trasformandosi in qualcosa d’altro, magari più stabile) lasciando un vuoto fatto di speranza da una parte e preoccupazione dall’altra. Nonostante i problemi economici (che vivono un po’ tutti i piccoli enti legati allo spettacolo, per una crisi di fondi pericolosa) e la difficoltà di doversi arrampicare sull’indifferenza generale (amministrazioni comprese), Angelica 2005 (che si è svolta a Bologna tra l’otto e il quindici maggio) si è comunque dimostrata all’altezza delle aspettative già prima di cominciare. Il ritorno a Bologna di John Zorn e la presenza di un gigante del jazz come Archie Shepp rappresentavano sicuramente il fiore all’occhiello di un programma ricco, come sempre intrigante.

Arresto & Domicilio. Un titolo che di per sé indica la necessità di una riflessione, dopo quindici anni di attività. La necessità di una pausa, ma anche di una ripartenza, che vada molto al di là della settimana primaverile, che dia vita a un laboratorio permanente. Un giro di boa necessario per una manifestazione nata come piccolo microcosmo in un paese poco interessato alla sperimentazione musicale e presto divenuto un punto di riferimento per chi cerca a tutti i costi di dribblare il conformismo. Ma anche la necessità di creare qualcosa di stabile, che vada oltre il semplice festival, confermata dal successo della Settimana Stockhausen dello scorso novembre. A differenza di sei mesi fa, però, a sostegno del festival non c’era il Teatro Comunale di Bologna, che non ha mai avuto un atteggiamento molto aperto nei confronti di Angelica, pur ospitandone alcune edizioni. C’era invece il Comunale di Modena, che insieme al Link (finalmente con la tanto agognata nuova sede) ha ospitato le due serate d’apertura, dedicate a John Zorn.

Foto: John Zorn alle prese con la "segnaletica" ( Link, 8 maggio 2005)

Il musicista americano si è esibito prima a Bologna con il Cobra Ensemble, risultato di un workshop con musicisti noti e meno noti tra cui Alvin Curran, Ikue Mori, Lukas Ligeti e Stefano Scodanibbio. Un “game piece” in cui il direttore, attraverso dei cartelli indirizzava gli esecutori lasciandogli massima libertà e decidendo solo la successione degli interventi, totalmente improvvisati. Ne veniva fuori un suono aggressivo, tutto il contrario rispetto all’altra performance di Modena con gli Electric Masada, formazione ( Marc Ribot , Jamie Saft, Ikue Mori, Trevor Dunn, Cyro Baptista, Joey Barron e Kenny Wallesen) collaudata da anni a con diversi e specifici intenti musicali.

Dopo i due concerti di apertura le esecuzioni si sono spostate al teatro San Leonardo, sede “stabile” scelta per quest’anno. Un teatrino piccolo e modesto, che ha ospitato anche per questa edizione le più aperte e disinvolte combinazioni di musicisti. Sebbene il duo continui ad essere la formazione prediletta dalla manifestazione, non sono mancate interessanti esecuzioni soliste e suggestive sperimentazioni di gruppo.

Se dovessi scegliere due figure chiave di questa edizione di Angelica, non esiterei a fare i nomi di Barre Phillips e Stefano Scodanibbio. Due contrabbassisti, due esperienze musicali molto diverse, che pur senza incontrarsi sono riusciti meglio di tutti gli altri a dare una visione totale di musica. Il primo, oltre ad esibirsi in duo con Archie Shepp, ha presentato uno spettacolo musicale risultato di un workshop biennale con giovani musicisti. Fete foreign è stato un incontro tra 28 diverse anime musicali che scegliendo un personaggio lo hanno modellato a proprio piacimento: un panettiere getta farina suonando la tromba, uno tra i tanti chitarristi si traveste da totem, mentre Barre Phillips sembra una sorta di strega-befana incappucciata. Il tutto eseguito con una libertà assoluta sia di movimento che di esecuzione strumentale. Più di un’ora di suoni provenienti da ogni dove, che creavano un ambiente ipnotico e fiabesco insieme, per quanto difficilmente sostenibile per l’orecchio umano.

Dal canto suo Scodanibbio ha omaggiato Berio presentando una sua versione per contrabbasso della sequenza XIV per violoncello, oltre ad eseguire due sue proprie composizioni (Amores e Je m’enallais) insieme al FontanaMix Ensemble. Un approccio molto diverso nei riguardi dell’improvvisazione, che parte dalla scrittura, dal segno e per questo si rapporta a tutta una tradizione “colta”, ma con una flessibilità, una freschezza linguistica che ben si adatta all’attitudine sperimentale e “libertaria” di Angelica.

Foto: Archie Shepp (nel 2003)

Tutt’altro che sorprendente, invece, Archie Shepp. Chi si aspettava di ascoltare uno dei più radicali jazzisti dell’avanguardia anni ’60 è rimasto sorpreso nel trovarsi di fronte un vecchio bluesman, che si divertiva a suonare il piano come se si trovasse in un bordello di un secolo fa. Qualche meraviglioso fraseggio di sax è tutto ciò che Shepp concede a un pubblico che si emoziona anche solo vedendogli abbracciare lo strumento. Il resto è blues confidenziale al pianoforte con forti accenni alla tradizione nera che vanno da Motherless child a Round midnight, con Barre Phillips che si diverte a modo suo, ma non sembra essere sulla stessa linea d’onda del sassofonista-pianista-cantante. Se non altro c’è da dire che Shepp non ha per nulla una cattiva voce..

Difficile definire “il resto” (se non per problemi di spazio) le altre performance che si sono susseguite sul palco del teatro San Leonardo, in cui in più di un’occasione ha prevalso l’unione di gesto musicale e gesto teatrale, a tratti in maniera clownesca e informale (Tristan Honsinger con Eugenio Sanna; Caric e Venitucci). Di tutt’altra natura i dialoghi elettronici tra Alvin Curran (campionamenti, piano e corno di montone) e Domenico Sciaino, che campionava e rielaborava i suoni con un laptop. Degni di nota anche i bellissimi paesaggi sonori creati dal sassofonista Gianni Gebbia e dal batterista Lukas Ligeti, figlio del compositore Gyorgy, legati a uno standard più strettamente jazzistico; mentre gli esperimenti “respiratori” del flautista Stefano Zorzanello e la maniera poco convenzionale di suonare la viola di Charlotte Hug hanno dato risalto alla dimensione della performance individuale.

Alla fine, tutti contenti, come gli altri anni. Una contentezza, però, velata di preoccupazione per una manifestazione che rischia la vita ogni giorno e che si trova a un importante bivio dove scegliere tra il suo sviluppo, la sua trasformazione o la sua fine. La speranza è che gli organizzatori si occupino di cambiare Angelica e che nessuno pensi di distruggerla.

Intervista a Giampiero Cane

La quindicesima edizione di Angelica assume un significato particolare perchè segna la fine di un percorso e l’inizio (si spera) di una trasformazione. Un’edizione, come al solito, ricca di sorprese e con qualche delusione. Ne abbiamo parlato con Giampiero Cane, critico musicale del Manifesto particolarmente attento agli sviluppi della rassegna fin dai suoi albori, nel lontano 1991

Oggi ci si trova a parlare di Angelica come di un festival che ha consolidato, in 15 anni, la sua importanza a livello europeo. Tu hai seguito la manifestazione dalla sua nascita, quando era ancora un esperimento. Cosa è cambiato da allora e come è cambiato il panorama della musica sperimentale negli ultimi quindici anni?

C: Non è cambiato poi molto. L’idea di Simonini (il direttore artistico n.d.r.), già dalle prime edizioni, si basava su dei suoi amori, sul coinvolgimento di artisti conosciuti attraverso lo scambio di dischi, su internet e comunque attraverso canali non ufficiali, scegliendo poi quello che più gli piaceva. Progetti organici in Angelica non sono stati molti, a parte forse un’edizione dedicata agli Stati Uniti. Il suo modo di agire è sempre stato legato a un gusto della musica che prescindeva dalle corsie dei negozi di dischi, con grande curiosità di chi ha scelto (Simonini appunto) la quasi totalità degli artisti nel corso degli anni. Per quanto riguarda la sperimentazione, non penso che Angelica sia sperimentale, nel senso che promuove l’esperimento. Angelica promuove musiche che esistono, musicisti dell’estrema periferia del mercato. Il risultato è, più che altro, una sperimentazione sul pubblico, un tentativo di testare se il pubblico riesce ad accettare musiche eterogenee rispetto a quello che viene promosso dalla maggior parte dei canali di diffusione in italia. Negli ultimi tempi, poi, si è aperta un po’ a quei processi costruttivi che vengono messi in atto attraverso l’uso del computer, che mi sembrano più una sperimentazione su una fonte possibile che non una sperimentazione su come condurre la musica.

Alvin Curran (foto di Marion Gray)

A proposito di sperimentazione informatica, il tentativo di rielaborazione del suono elettronico attraverso campionatori e laptop di Alvin Curran con Sciaino non ti è sembrata una ricerca di nuovi linguaggi?

C: Non saprei. Alvin Curran è un musicista di lontani inizi sperimentali e non è nuovo a questo tipo di lavoro. Con lui si parla di Musica Elettronica Viva, degli esperimenti degli anni ’60-’70, quando già si lavorava con i primi computer, all’epoca abbastanza sorprendenti come strumenti per fare musica. Curran è un grande montatore, nel senso che lavora come un montatore cinematografico, prendendo sequenze e mixandole in una sorta di immaginario sonoro che funziona abbastanza bene. Sciaino dal canto suo è un buon musicista. Il loro lavoro in duo, però, si è basato molto sulle capacità individuali di sorprendere attraverso i mezzi tecnici, un lasciarsi andare senza bussola, direi, dove si incontra un po’ di tutto.

Secondo te perchè continua, nonostante le collaborazioni precedenti, questa sorta di “snobismo” del Teatro Comunale di Bologna nei riguardi di Angelica?

C: Il Comunale è un’istituzione assolutamente decaduta, che non è capace di staccarsi dalla centralità della musica dell’Ottocento. Un’istituzione lenta, guidata abbastanza stupidamente, asservita ai suoi abbonati. Il sistema degli abbonati dovrebbe essere abolito. I teatri dovrebbero essere riempiti da gente che ha voglia di andarci perchè mossa da un interesse specifico verso una proposta musicale. Non si può pensare di avere un determinato pubblico e modellare le proposte con l’unica finalità di mantenerlo. La gestione ordinaria dei teatri dovrebbe basarsi su proposte di rinnovamento che però implicherebbero la costruzione di un nuovo pubblico, partendo dai giovani e dalla loro musica.

A proposito di questo e ritornando ad Angelica, non pensi che una figura come quella di John Zorn possa in qualche modo funzionare da collante, come lo è stato a suo tempo Frank Zappa, tra la musica “colta” e la popular music?

C: Sì, anche se non soltanto lui. C’è il gruppo di Bang on a Can a New York, musicisti come Daugherty, Goebbels, che lavorano avendo superato l’idea di genere. A me Zorn non sta molto simpatico, mi piacciono poche cose che ha fatto: ritengo i suoi primi tentativi di fare musica concertistica che prescindesse dal jazz cose di poco conto, anche se ultimamente lo trovo molto migliorato. Non mi sembra, in ogni caso, una personalità con il taglio di Zappa, anche se è sicuramente più furbo!

Quest’anno c’era molta attesa per Archie Shepp. Qualcuno però ha storto il naso di fronte a una performance spiazzante: in sostanza, molto blues al piano, qualche classico e poco sax. Tu come l’hai visto?

C: Esattamente in questo modo. Piano bar ai confini di Harlem, di scarsissima tensione e nessun interesse. Il blues ha sicuramente significato qualcosa di importante nella storia della musica, ma rimane un modello di canzone, una musica assolutamente di genere che in sè non ha la capacità di stravolgere alcunchè. Molto più importante è stato il blues quando è diventato qualcosa d’altro, un punto di partenza da cui creare nuovi linguaggi, a partire dal jazz per arrivare al rock. Il blues è una sorta di linguaggio elementare condiviso nel mondo nero americano e che ha portato la propria influenza un po’ in tutta la musica. Ecco perchè la performance di Shepp non mi è sembrata per niente interessante. Ho prestato meno attenzione, invece, a Barre Phillips, ma il fatto sostanziale è che non stavano per niente bene insieme, sembravano due musicisti messi lì sul palco per caso..

Ho notato in alcune performance di Angelica una sorta di dimensione clownesca, una teatralità che è andata ben al di là della musica suonata. Un esempio su tutti Tristan Honsinger...

C: Tristan Honsinger è solito sovrapporre un’imitazione della vita alla musica che suona, lui è un po’ surrealista e un po’ nichilista e ha questa sorta di eredità che potrei definire fluxus-naif, che a mio parere, però, non da grossi risultati.

Ho citato Honsinger perchè sono stato molto attento alla sua esecuzione per capire il perchè avesse definito “troppo formale” l’esecuzione di Gianni Gebbia e Lukas Ligeti del giorno prima, che peraltro mi è piaciuta molto. Sei d’accordo con questa opposizione formale-informale?

C: Sono d’accordo ma non me ne lamento affatto. Quando è iniziata la performance di Gebbia e Ligeti ho avuto momenti di terrore sentendo lo sfregare dell’archetto di un violino sui piatti e il miagolio del sax e mi sono detto: “siamo alla solita ricerca di andamenti sinergetici - orrenda cosa -, per cui si va verso la tensione e poi si torna a fare della musica centellinata senza una direzione e poi si torna a un altro momento di tensione e così via..”. invece c’è stato poi Ligeti che ha ripreso a percuotere il suo strumento e lo ha fatto con grande rigore, la convergenza non è stata più disfatrice e ne è uscita una musica molto rigorosa, qualitativamente piena di suggestioni che cambiavano di volta in volta, come nella scuola di Roscoe Mitchell, che voleva che gli improvvisatori prendessero strade diverse. Non la musica al servizio degli interpreti, ma gli interpreti al servizio della musica. Ligeti e Gebbia hanno avuto questo atteggiamento. E’ stata sicuramente una delle cose migliori della rassegna.

Sempre a proposito di teatralità unita alla musica, il risultato del workshop di Barre Phillips è stato di forte impatto, anche se difficilmente “sostenibile”...che idea te ne sei fatto?

C: L’idea di cose che non sono da presentare! Sono elaborazioni interne al gruppo che le compie, posssono servire alle persone che le hanno fatte per migliorare la propria qualità di musicisti, ma non sono cose che hanno un interesse sufficiente da essere proposte al pubblico, a meno che non si voglia trasformare il pubblico in guardone o in una commissione che valuti un lavoro seminariale. Penso che il luogo migliore per proporre un lavoro del genere sia la strada dove chi vuole essere coinvolto si fa coinvolgere.

Un paio d’anni fa, sulle colonne del Manifesto, tu hai definito Angelica un “evento eccezionale che dovrebbe essere regola della vita della musica”. In che modo potrebbe questo festival superare questo stato di eccezionalità?

C: Bisognerebbe che la politica locale avesse il coraggio di affidare la guida di un’istituzione permanente, tipo il Teatro Comunale, a dei curatori capaci di pensare alla musica invece di pensare al pubblico.

Secondo te ci sono margini di cambiamento in questo senso?

C: Assolutamente no! Non ci pensa e non ci penserà nessuno fin quando il primo scopo di chi gestisce queste istituzioni sarà la vendibilità..