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Andrew Bird

di Stefano Solventi e Valentina Cassano
Un folk che diventa pop tra cascami esotici e onirici retaggi swing. Un terso gioco d’ombre e palpitazioni. Una traiettoria raccolta ma ben definita, eterea ma risoluta: la seconda vita artistica di Andrew Bird
Foto: Andrew Bird

Il mistero della semplicità

di Stefano Solventi e Valentina Cassano

Andrew Bird non sembra condividere la materialità di questo mondo. O, almeno, non del tutto. Difficile associare la naturalità e la disinvoltura con cui si manifesta alla sequela biografica che lo descrive violinista–chitarrista–songwriter, nato a Chicago, cresciuto a Ravel e Charley Patton, membro o semplice frequentatore di compagini eterogenee quali Squirrel Nut Zippers, Neko Case e Throwing Muses. Capace quindi di trovare il tempo – tra una partecipazione alla soundtrack del film Cradle Will Rock di Tim Robbins e un tour con Ani Di Franco – per allestire un gruppo, i Bowl Of Fire, assieme ai quali ha inciso ben cinque album materializzando proteiformi attitudini stilistiche (rock, soul, folk, blues, swing.). Per poi dedicarsi, a partire dal 2003, alla sua carriera solista: artisticamente, è quasi una seconda vita.
Sembrerebbe il curriculum di uno dei tanti arrivisti del gran bazar del rock alternativo (o "adulto"), e invece più ti avvicini a Weather Systems e all’ultimo The Mysterious Of Prodution Of Eggs, più i secondi fini sembrano poco plausibili, tanto è evidente la genuinità, la risoluta noncuranza per qualsivoglia scena o filone. Specialmente per quel NAM ormai decrepito che però continua a divorare quel che gli capita a tiro e che potrebbe – previo disgraziate strategie promozionali – fagocitarlo nel suo recinto di eminenti mediocrità. Invece no: come già i Sufjan Stevens o gli M.Ward – a lui assimilabili più per la sensibilità che non per lo stile – Andrew Bird non è uno che si fa prendere. Non lo calcoli, non lo inquadri. Sembra arrivare da lontano e gettare lo sguardo verso un orizzonte per noi indecifrabile, ma così leggero da far sognare.
Nella sua musica si (con)fondono mille suggestioni, l’eredità di mille impronte, eppure non sembra essere così importante: il passato è intangibile, è appena un tremore, la premessa di un presente che nello stupore di esistere, di generarsi sempre alla vita, scorda d’essere tempo. Ne resta qualcosa di molto simile alla magia, cui l’ascolto di queste canzoni vuole – il più possibile – somigliare.

Copertina: Weather Systems (Righteous Babe, 2003)
  • First Song
  • I
  • Lull
  • Action/Adventure
  • – –>
  • Skin
  • Weather Systems
  • Don’t Be Scared
  • <– –

Weather Systems (Righteous Babe, 2003)

di ©2005 Stefano Solventi

Esotico e pastorale, Andrew Bird si scrolla dalle spalle il passato coi Bowl Of Fire (ma non per questo i membri della band, come vedremo), ovvero seppellisce la misticanza jazz–soul–rock sotto una delicata ma inappellabile coltre pop–folk. Con ciò, sembra riuscire nell’intento di realizzarsi: lo senti dalla naturalezza, dalla solenne partecipazione emotiva che pervade ogni nota di questo – a tutti gli effetti – secondo debutto. Non è per voler gridare a tutti i costi al miracolo, anzi: non saranno certo nove canzoni per poco più di mezz’ora a persuadercene. E non sarà leggere tra i credits il nome di Mark Nevers alla produzione – già al lavoro con Lambchop e Will Oldham – a farci tenere i piedi meno piantati per terra.
Onestamente però si tratta di un lavoro che va oltre la semplice gradevolezza. Difficile infatti non farsi conturbare dagli svolazzi & capricci di Action/Adventure (l’intreccio degli archi e il riverbero ruvido delle chitarre per un tango in un giardino orientale nel mezzo al deserto) o da quella specie di mambo intossicato che risponde al conciso nome di I (un Tom Waits di sfuggita e il Rufus Wainwright più essenziale). Tuttavia, non ci faremo prendere la mano. D’altronde, quanti ne abbiamo sentiti di siparietti pepati come Skin (chitarra ghignante, mambo puntuto e fischio gelbiano – del resto con Howe Gelb il signor Bird ha lavorato e non son cose che accadano senza lasciare strascichi) o mollezze tremule come First Song (cartilagini d’archi, corde pizzicate, l’estro smorzato da una polverosa nostalgia)? Meno facile – e questo forse è il punto – sentirle interpretate con tanta disinvoltura, quasi fossero l’aria che Andrew respira o il frutto che grato lo sostenta. Quasi che fossero segni già presenti nell’aria in attesa solo d’essere colti, interpretati. Facile e difficilissimo, come azzeccare le previsioni del tempo.
Quando poi tutto sembra più costruito, interviene la convinzione anzi diciamo pure l’amore che, nel caso specifico della title track, permette al signor Bird d’abbozzare languori cameristici (una friabile chitarra acustica, un fragrante spampanìo d’archi) con voce che sfiora solennità e inquietudini Thom Yorke e Jeff Buckley quando non la marmorea silhouette di Nico, per poi spegnersi in uno stupendo, struggente bolero. Quando avrete aggiunto che Lull potrebbe essere Paul Simon recuperato ad un’innocente trepidazione e che Don’t Be Scared fa slowcore da camera (previo il glockenspiel, le percussioni di Kevin O’Donnell e la serica voce di Nora O'Connor, entrambi già nei Bowl of Fire) come dei Low raddolciti, capirete perchè questa mezz’ora e qualche scampolo bastano a farci credere d’aver trovato non un nuovo campione né un genio, ma un nuovo compagno di viaggio. Che, probabilmente, vola. (7.2/10)

Copertina:  The Mysterious Production Of Eggs (Fargo, 2005)
  • 01 /=/
  • Sovay
  • A Nervous Tic Motion Of The Head To The Left
  • Fake Palindromes
  • Measuring Cups
  • Banking On A Myth
  • Masterfade
  • Opposite Day
  • Skin Is, My
  • The Naming Of Things
  • MX Missiles
  • /=/=/
  • Tables And Chairs
  • The Happy Birthday Song

The Mysterious Production Of Eggs (Fargo, 2005)

di ©2005 Valentina Cassano

Non ci sono dubbi: il pop è materia di Andrew Bird e a confermarlo è il nuovo album The Misterious Production Of Eggs. Anzi, volendo azzardare, la sua è un’indole, una predisposizione naturale per la scrittura di fulgidi bozzetti melodici dal respiro fortemente europeo (le partiture d’archi bacharachiane) invischiato in un sentire tutto americano (l’emotività vocale di Buckley), come se in vita sua non avesse fatto nient’altro che questo. E un fondo di verità c’è, visto che suona il violino dall’età di quattro anni. Questa volta però il suo strumento principe riveste un ruolo di secondo piano rispetto agli arrangiamenti (più complessi, ariosi, corali) e a una marcata presenza della sei corde.
Dimenticate la scarna e conturbante sobrietà del precedente Weather Systems. Bird ci mostra tutta la sua magniloquenza, la sua ambizione, la sua smisurata passione senza per questo cadere nella prolissità di un Rufus Wainwright. La dimestichezza, la spontaneità che gli è propria gli permette infatti di attraversare in obliquo – mantenendo salda la stabilità – le più contorte traiettorie: dai sognanti tasti bianco–nero di Sovay alla fischiettante filastrocca pavementiana A Nervous Tic Motion Of The Head To The Left, dalla festosità ultra–contagiosa di Fake Palindromes (tra l’esplosione di un violino e la ventata di freschezza di una chitarra elettrica infarcita di glokenspiel) al Messico dei Calexico scaraventato d’un colpo negli anni Cinquanta (Banking On A Myth) o all’esotismo seducente di Skin is, My (quella Skin di Weather Systems, ricca ora di un testo e di corpose esuberanze ritmiche). Sorprende la sfrontatezza della sua voce, la facilità con cui si districa da un groviglio bizzarro ed ammaliante allo stesso tempo, puntando alla limpidezza di una Measuring Cups, all’intimità bisbigliata di una Masterfade o alla leggiadria impalpabile di una Opposite Day, dal retrogusto beatlesiano neanche troppo velato. Brani che farebbero invidia anche al più ispirato Sondre Lerche per il perfetto intreccio di voci (il chorus con Nora O’Connor in Tables And Chairs), per la misurata apertura ora verso lo splendore orchestrale, ora verso l’essenzialità elettrica (The Naming Of Things), per la semplicità delle idee che porta Bird a sigillare questo piccolo scrigno ricolmo di sorprese con una The Happy Birthday Song cantata "come se fosse il tuo ultimo giorno qui sulla terra".
Niente di più ovvio, potreste obiettare, eppure la genuinità compositiva di Mr. Bird per noi rimane un mistero tanto quanto la produzione di uova nei polli. (7.0/10)

Copertina: Armchair Apocrypha (Fat Possum (U.S.), 20 marzo 2007)
  • Fiery Crash
  • Imitosis
  • Plasticities
  • Heretics
  • Armchairs
  • Darkmatter
  • Simple X
  • The Supine
  • Cataracts
  • Scythian Empires
  • Spare-Ohs
  • Yawn At The Apocalypse

Armchair Apocrypha (Naive / Self, 15 giugno 2007)

di Valentina Cassano

A volte non c’è bisogno di sorprendere. Non lo shock da primo ascolto, da mirabolanti soluzioni, da trovate spesso incomprensibili per il solo gusto di stupire. No. Alcune volte si ha voglia di familiarità, di luoghi comuni della fantasia in cui è sempre un piacere ritrovare quei punti fermi, quelle certezze scoperte un tempo e poi ciclicamente rispolverate. Con Armchair Apocrypha Andrew Bird è qui a ricordarci quanto di buono avevamo visto e sentito, tra Bowl Of Fire e l’album a suo nome, e viene spontaneo domandarsi come faccia a conservare la sua spiccata leggerezza in composizioni strabordanti come Dark Matter (fischio morriconiano, convulsioni ritmiche e grandeur chitarristica U2) oppure in ballate liquefatte come Armchairs (sette minuti di intenso crescendo). E una risposta non c’è.

O forse sì, e sta tutta in una visione d’insieme che questa volta evita di soffermarsi troppo sui dettagli regalando un suono molto più compatto, organico (centrato per la maggior parte su una puntuta sezione ritmica e sulla predominanza della sei corde, con un violino sempre più in secondo piano), come se Bird si fosse già immaginato su un palco pronto per suonare. E possiamo anche pensare che il languido ondeggiare di Imitosis e l’eclettismo indie di Fiery Crash e Heretics non faranno molta fatica a trasformarsi in veri e propri cavalli di battaglia, forti di una spontaneità interpretativa che continua a rimanere unica. Nessuna grande novità, dunque, in casa Bird, ma una calda e comoda coperta di Linus sempre a portata di mano. (7.0/10)