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Ritorna Alias, grande creatore di suoni di casa Anticon e ritorna Tarsier, voce femminile di gran classe. Ritornano insieme, dolcemente. Le atmosfere rilassate, al limite della stucchevolezza, caratterizzano tutto il lavoro: un dream pop raffinato, rifinito, al confine con l’ambient, in cui i giochi ritmici dei beat e i loop di Alias fanno da sfondo alla delicatezza della voce femminile. Una voce, quella della Tarsier, che sembra rievocare grandi esempi di un passato più o meno prossimo, da Bjork a Beth Gibbons, fino ad arrivare alla sognante pacatezza di Elizabeth Frazier.
Come in tutte le produzioni di casa Anticon, anche in questo caso siamo in presenza di un lavoro “di gruppo” ricco di collaborazioni: oltre all’onnipresente Dose One (che presta il suo inconfondibile rapping in Luck and Fear duettando contemporaneamente con i beats e con la voce femminile), a supporto del duo arrivano anche Kirsten McCord (direttamente dalla Estatic Peace!, la label di Thurston Moore) e Telephone Jim Jesus, compagno di scuderia di Alias.
Brookland/Oaklyn già dal titolo mette a confronto due realtà musicali americane: l’incommensurabile scena newyorchese e lo sperimentalismo di Oakland (una sorta di Bristol del 2000, se mi è permesso il parallelo). L’incontro non è ricco di sorprese, risolto in sé stesso, piacevolmente pop senza osare, risultando di gran lunga più importante la compiutezza della forma che l’esperimento. Cub, Rising Sun, Anon sono brani di una perfezione straordinaria, che funzionano su più livelli, ma che non stupiscono nel loro mix di Cocteau Twins style, drum’n’bass e hip hop sperimentale preso a piccole dosi. Difficile resistere, però alla cullante Last Nail, spaccata nel mezzo da interventi a perdifiato di Alias, o ai bellissimi campionamenti di strumenti acustici, che siano la chitarra (Dr.C) e il violoncello (5 Year Eve). (7.0/10)

Si sa, i dj, specialmente se bravi, riescono a mettere su un disco con estrema facilità: qualche remix, qualche brano revisited e il gioco è fatto.
A dimostrazione di ciò, proprio a pochissimi mesi di distanza dall’esordio del duo-progetto-esperimento tra la cantante Rona Tarsier Rapadas e il manipolatore di suoni di casa Anticon Alias, esce questo lungo ep, a tutti gli effetti un’appendice a Brookland/Oaklyn.
In effetti di nuovo c’è veramente poco in Plane That Draws The Line: i tre brani inediti (Nocturnal Eye, 9:24 Cigarette e Sleepy) non sembrano altro che scarti del disco precedente (e probabilmente lo sono), di cui ripetono le stesse formule senza aggiungere nient’altro di interessante.
Il resto sono remix affidati ad amici vicini e lontani. Ma nonostante i nomi messi in campo, il risultato è abbastanza deludente: Boom Bip è quello che riesce a fare peggio, con una versione danzereccia di Plane That Draws A White Line che fa rabbrividire (basta confrontarla con l’originale, che apre il disco). Christ.Red Shift decide invece di lasciare alla bellissima Rising Sun la sua atmosfera dreamy e lo stesso fa Odd Nosdam (senz’altro il migliore dei “remixatori”) con Ligaya, in perfetto stile con le sue escursioni tipicamente ambient. Non decollano neanche la Dr C di Healamonster, né 5 Year Eve rivisitata da Neotropic. I motivi del “fallimento” potrebbero essere vari, dalla bellezza dei brani originari, alla fretta nel voler fare qualcosa di nuovo.
Ma tant’è. Solo per gli amanti della completezza. (6.0/10)

Si faceva presto a dire hip-hop. Oggi che il tutto è sfumato in uno smog post-nucleare dopo lo scoppio delle bombe cLOUDDEAD, Subtle e Radiohead, le coordinate che tradizionalmente ci legavano al genere si sono allargate in un intimismo soul che non attinge più solo alla protesta black, ma che scava nell’electroemo di casa Morr (un nome per tutti: Lali Puna). Se proprio vogliamo fare i pedanti, il tutto viene anche da più lontano: dalle crepe che gruppi come Tortoise, Fugazi o This Heat hanno causato nella forma quadrata del rock(/blues); ma questa forse è un’altra storia.
Già con le precedenti produzioni, Alias ci aveva abituato alla raffinatezza e all’eclettismo, evadendo momentaneamente dal genere, cercando piani multipli su cui scivolare, rivoluzionando l’ormai obsoleto hip-hop. In questa raccolta di remix ci ripropone la sua versione dei fatti. Il suo gusto così raffinato colpisce subito dalle prime note: la semplicissima pop wave mèlo di What You Gave Away, il glitch di chitarre distanti come un’inquadratura di Wenders in Marsh of Epidemics, il vago sapore björkiano in Alienation e lo splendido drone che riattualizza Given Ground. Ovviamente il ritmo è sempre la base solida su cui costruire la visione, ma la continua variazione con effetti onirico-glitch, rende la passeggiata adatta anche a chi non è solito camminare sui carboni ardenti del grime (vedi lo stupendo medley Karmic Retribution/Funny Sticks o la cupa Clue).
Un percorso che avanza un’ipotesi di nuovo dubstep, mescolando la lezione dei maestri della Tempa e nel contempo aprendo su armonie nordiche che riportano sul piatto l’intera produzione post-ambient della Type. Un modo per uscire dalle paludi del grime: la variante emo-step tutta da approfondire. Ne sentiremo ancora delle belle dal formicaio Anticon. (7.0/10)