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Zen Circus

di AA. VV.
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  • Dead in July
  • Les Poches
  • ont Vides les Gens Sont Fous
  • L'inganno
  • A Kind of Pop Lullaby
  • I BaNbini Sono Pazzi!
  • . Hellakka
  • Colombia
  • Fino a Spaccarti due o tre Denti
  • L'Amico Immaginario
  • Visited by the Ghost of D.Boon
  • Aprirò un Bar
  • Summer (of Love)

Vita ed Opinioni di Nello Scarpellini, Gentiluomo (L’Amico Immaginario / Audioglobe, 2005)

di Antonio Puglia

Può un disco irriverente, parodistico, amabilmente cazzone come questo riuscire nel paradossale intento di far prendere sul serio i propri autori? Per quanto strana possa suonare, la scommessa lanciata dai pisani Zen Circus con Vita ed Opinioni di Nello Scarpellini, Gentiluomo (quarto album in studio e primo per la loro etichetta L’Amico Immaginario) è pienamente vinta.

Per chi si fosse perso qualcosa: il trio (Appino: chitarra e voce; Ufo, basso; Karim Qquru: batteria) porta in giro da circa una decina d’anni un vigoroso e divertente garage’n’roll di scuola Violent Femmes; alle spalle, un paio di autoproduzioni, un bel po’ di concerti e diversi contest di rilevanza nazionale. Se il precedente Doctor Seduction (il primo lavoro “veramente” prodotto, uscito all’inizio del 2004) allestiva per l’occasione scenari poppeggianti e un po’ ruffianotti (seppur efficaci), il vero salto di qualità arriva con questo nuovissimo disco che è, come dicevamo, insieme un gioco e un azzardo. Anziché rincorrere nuovamente l’appeal melodico-accattivante di canzoni e arrangiamenti, gli Zen Circus preferiscono gettarsi (e gettarci) a capofitto nel loro universo burlesco, imboccando allo stesso tempo nuove strade. Accanto alle – come di consueto - anglofone Dead in july (pop di ascendenza Gun Club), Hellakka (country punkettone à la Gordon Gano), Colombia (minacciosa come i migliori Dream Syndicate), Visited By the Ghost of D.Boon (i Meat Puppets in versione garage), e all’ottima Les poches sont vides les gens sont fous, troviamo una serie di episodi in lingua italiana che contribuiscono a definire risolutamente l’immaginario - è il caso di dirlo – di questi musicisti. Attraverso liriche pungenti care a certo nostro cantautorato (le reminiscenze De Andrè in L’inganno, la pseudo-ballad Fino a spaccarti due o tre denti, una Beetlebum disillusa), ripescaggi demenziali dei nostri favolosi ’60 (il beat à la Rokes del brano-manifesto L’amico immaginario, o la scapestrata I banbini sono pazzi, delirio in stile Rocky Roberts / Mal), omaggi e parodie (rispettivamente di Rino Gaetano e del Vasco nazionale in Aprirò un Bar), la band pisana costruisce e definisce il proprio universo poetico, consolida la propria realtà e la rende ancora più accessibile. Ridendo e scherzando, gli Zen Circus sfornano un disco importante: non ancora perfetto, certo, ma importante. D’altronde sono loro stessi a dire: Non credere mai a chi canta di mestiere / la faccia è troppo, troppo vicina al sedere (da L’inganno). Come si fa a non prenderli sul serio, stavolta? (6.9/10)

  • Dead Penfriend
  • Wild Wild Life
  • Beat The Drum
  • Punk Lullaby
  • Dirty Feet
  • Figlio Di Puttana
  • Like A Girl Never Would
  • Narodna Pjesma
  • He Was Robert Zimmerman
  • Vana Gloria
  • Oh, The River!
  • Vent'anni
  • Les Tantes De La Dimanche

Villa Inferno (Unhip Records, febbraio 2008)

di Marco Canepari

Brian Ritchie… gira tutto attorno a questo nome il quarto disco degli Zen Circus. È il bassista, ex-Violent Femmes (e ormai effettivo quarto Zen Circus), che dovrebbe rappresentare il raggiungimento della tanto agognata internazionalità, il passo in più, l’ingrediente che mancava alla formazione pisana per consacrarsi. Ormai, dopo otto anni di carriera nel mondo indipendente italiano, dopo 400 e più date live in giro per lo stivale, serviva, al gruppo, la possibilità di confrontarsi con il mercato estero. Per farlo, non sono stati lesinati mezzi: oltre al già citato Ritchie, in Villa Inferno compaiono anche Kim e Kelly Deal (già Pixies e/o Breeders), Jerry Harrison (Talking Heads), Giorgio Canali (autore dei testi in italiano, CSI e PGR) e per finire, come ciliegina, la masterizzazione avvenuta negli Sterling Studios di New York da George Calvi.

Il disco non può che risentire di questi contributi vari ed eventuali. Oltre agli idiomi utilizzati per i testi (italiano, inglese, francese, slavo), le tredici tracce sono una commistione di suoni e stili ben amalgamati. Costantemente crudi nelle composizioni, fino a sfiorare l’appellativo di grezzi, il loro suono, con il contributo di Brian Ritchie, non poteva che esaltarsi eccitandosi in assoli improvvisi ora di chitarra, ora d’armonica. Ciò che strabilia è come una band, che ha sempre goduto di una propria caratterizzazione ed una notevole originalità, sia riuscita a scaricare e sistemare a dovere nei propri armadi tutti i bagagli che il bassista americano s’è portato dietro nelle sue visite italiane. L’album caratterizzantesi sin dalla seconda traccia, meritevole cover di Wild Wild Life dei Talking Heads (esaltata dalla partecipazione dell’”originale” Jerry Harrison), scorre da capo a piedi come non mai nella discografia del gruppo.

È non è tanto per il solito dire “han raggiunto la maturità” o “son cresciuti”, è davvero nella fluidità del suono, nell’eterogeneità che quadra come prova del nove, nella completezza negli arrangiamenti che rendono tondo il lavoro, che si può identificare Villa Inferno come uno dei migliori album italiani del decennio. Altro punto a favore i testi, ormai marchio di fabbrica del circo zen, sempre più capaci d’innalzarsi a veri e propri inni di una maldicente e fatalista tardogiovinezza di provincia (Figlio di puttana su tutti). Un disco italiano godente d’identità propria, capace di spingersi oltre le Alpi e da far ascoltare, senza vergogna, ai vostri amichetti con la Union Jack sulle spalle quando vengono a trovarvi nella bassa. (7.5/10)