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Yuppie Flu

di Stefano Solventi, Antonio Puglia e Andrea Provinciali
L'ultimo Fragile Forest segue il modello radioheadiano In Rainbows: album scaricabile dal proprio sito ad offerta libera, quindi, volendo, anche gratuitamente. Per il resto queste dieci canzoni non spostano troppo il tiro rispetto al passato.
Foto: Yuppie Flu

La muffa e il giardino

di Stefano Solventi

Chiedetemi cosa penso dell’indie italiano e vi rispondo con uno di quei discorsi che non vogliono (w non sanno) finire. Oppure, potrei dirvi due paroline magiche: Yuppie Flu. Entità indigena e (ma) aliena, in diretta da uno spazio-tempo sempre altro e mai davvero altrove. Una sistematica, cocciuta tensione centrifuga e un recinto invisibile, annidato nell’anima, impossibile – perché inutile – da scavalcare. La nostra grande piccolezza. Il nostro impagabile rimpianto.

Il rock, in Italia. Siamo seri: non ci riusciremo mai. Siamo realisti: abbiamo i numeri per farcela. Nel mezzo, un bel massaggio cardiaco a base di decolli abortiti, assalti smorzati, false partenze, obiettivi mancati d’un soffio. D’un soffio, e sempre il solito. Come se mancasse il fiato. Anche se, a prima vista, non sembrerebbe. Prendete i primi Yuppie Flu, ad esempio. L’imitatio Pavement è palese, anche se assolta da una strisciante irrequietezza e inconsulte “deviazioni” electro che chiamano in causa creaturine pop/rock dalle coordinate meno remote. In altre parole, da una parte (e in gran parte) c’è il lo-fi all’apice della sua angolosa, ispida, lucidissima irriverenza, dall’altra la febbrile e strutturata problematicità europea: a cementare questi due macro-elementi, l’ostinata sconfessione delle radici, la cui impronta genetica però riaffiora e segna punti a favore di melodie che si spalancano d’improvviso solari, tiepide, struggenti come venticelli di pianura. Ogni mossa degli Yuppie Flu è una presa di coscienza e un prendere distanza. Ogni uscita vede un complice (A. Cambuzat degli Ulan Bator, i Fuck, i Tarwater…) aiutarli a distinguere, a rinnegare. C’è come un messaggio che cova sordo dietro al reticolo espressivo: il miglior modo di grattare la muffa dalle pareti di Casa Italia è uscirne, pascolare nei giardini più verdi dei vicini Germania, Francia e Inghilterra. Che difatti mostrano d’apprezzare le virtù dei ragazzi marchigiani: anni di lavoro e buone frequentazioni, due album e un ep accolti molto positivamente (senza contare i singoli e gli split), ed ecco che Rough Trade prima e XL Recordings poi li scritturano. Come dire, incontri Jim O’ Rourke o i Tindersticks o i White Stripes e puoi dar loro del collega. Pare poco, a noi disincantati del rock, ma non lo è affatto. Diversamente, l’asfissia di uno scenario italiano in cui fior di talenti – ce ne sono, certo, e anche di più bravi degli Yuppie Flu – ricevono al più pacche sulle spalle, raffiche di noccioline e solenni calci nel culo.

Quindi? Quindi, Yuppie Flu è un segno. Un solco. E un rimpianto. Pensare come se tutto fosse già accaduto, o non abbia alcuna possibilità di accadere. Negare qualsiasi possibilità al rock indipendente nel nostro paese, ma rappresentarlo al meglio ad una platea internazionale. Perché non ci riusciremo mai. Ma abbiamo i numeri per farcela.

Copertina: Days Before The Day (Homesleep, 2003)
  • Drained By Diamonds
  • Food For The Ants
  • Spring To Downcomers
  • I Feel Lucky
  • All That Shines
  • Eyes Of Dazzling Bright
  • Dreamed Frontier
  • Silverdeer
  • Female Scientists
  • Now And On

Days Before The Day (Homesleep, 2003)

di Stefano Solventi

Con Days Before The Day la barra degli anconetani Yuppie Flu piega decisamente verso orizzonti psych-pop. E’ senza dubbio il disco più ambizioso della loro carriera, una autentica svolta, un balzo. Trattasi perlopiù di trame elettroacustiche rielaborate in chiave sintetica, sotto una pioggerella acida ora graffiante e ora mossa da trepidi mantici di violino e violoncello. Roba da bersi d’un fiato, salvo poi accorgersi quanto lunga apnea sia trascorsa nell’ipnosi di archi e tastiere, di corde nudarelle e distorsioni febbrili, di pelli percosse in un profluvio di piatti e pulsazioni elettroniche semiclandestine: questo, a mio avviso, il suo più evidente merito. Persino la voce di Matteo Agostinelli – con la quale, mi perdonerà, non riesco proprio a conciliarmi – dopo qualche ascolto sembra sprofondare nell’impasto, acquistare splendida ragion d’essere, diventare sussulto genuino.

In tutto ciò fanno buon gioco le melodie piane, vedi l’opalescente battito pop di I Feel Lucky tra fantasmagorici ricami di tastiere, la psych tremula tra nostalgie jingle jangle della vaporosa All That Shines, oppure l’effluvio soul di Female Scientists elettrificato & trasfigurato tra sensuali frivolezze d’archi e pantomime chitarristiche. Ecco i riferimenti, puntuali come pioggia marzolina: l’accumulo strisciante di miraggi & sussulti in stile Mercury Rev nelle trepide Spring To Downcomers e Silverdeer, equilibrismi di rock perturbato digitale à la Notwist con un orecchio all’impeto power-pop di certi Smashing Pumpkins in Food For The Ants, la narcosi madreperlacea degli Sparklehorse e il fiabesco in technicolor degli ultimi Flaming Lips nella splendida Dreamed Frontier… In fondo non sono che gli ennesimi surrogati di qualcos’altro, però i pezzi possiedono sufficiente calore e ispirazione da convincerti che, sì, può valerne la pena: dalla suadente ipotesi iniziale di Drained By Diamonds (sussulti tangheschi e germogli soul lasciati crescere ad una lenta esposizione di isotopi dEUS periodo The Ideal Crash) a quella Eyes Of Dazzling Bright che chiama a raccolta la lezione Notwist innestandola prima di afflato folk madreperla e poi di appaganti nervature a precipizio, per arrivare alla ninna nanna conclusiva di Now And On - il piano perturbato da basse frequenze e angelici fasci di synth - che se fosse un’inquadratura sarebbe un lentissimo zoom verso il cielo.

Tutto ciò è buono, tutto ciò è segno di quel salto in alto che gli Yuppie Flu hanno sentito (si sono sentiti in grado) di dover compiere, via dall’ispida intemperanza – ormai esausta - dell’originario lo-fi. Se di quello però erano interpreti esteticamente, storicamente e – quel che più conta – geograficamente plausibili, oggi, consegnati all’abbraccio del pop (psichedelico quanto volete), sembra mancare loro quella calligrafia peculiare (in termini di strutture, melodie, voce, suoni) che ne giustifichi la necessità, la voglia in chi ascolta di non-poter-fare-a-meno-di.C’è insomma la capacità di saper miscelare umori e temperature, ingredienti ed energia, passione e leggerezza. Ma sembra più la certificazione di una passione autentica che non di un autentico talento. (6.4/10)

Copertina: Toast Masters (Homesleep, 2005)
  • Glueing All The Fragments
  • Our Nature
  • Stray On Free
  • A Good Guide
  • Make A Stand
  • Together
  • Better Than Ever
  • One Shot
  • Pain Is Over
  • Vultures And Fortune
  • Europe Is Different

Toast Masters (Homesleep, 2005)

di Stefano Solventi

Ho sempre sospettato che i capolavori mancati fossero ben più importanti, in senso positivo, di quanto si usa comunemente ritenere. Anche quelli che, come Days Before The Day, mortificano speranze e prospettive sul punto di giganteggiare, condannando gli Yuppie Flu al ruolo di band dalla statura tanto dignitosa quanto non imprescindibile. Invece, gli anconetani sembrano mettere pienamente a frutto la lezione di Days e quindi si riformulano alla luce di una maggiore sbrigliatezza, annusando quote più basse, gli istinti basilari di anime giovani in bilico tra contemporaneità e subbuglio.

E’ come se il caracollare ispido e angoloso degli esordi, quell’inseguire squinternato e struggente la buona stella dei Pavement, prendesse per la collottola l’ambizione popadelica e la riconducesse a più miti consigli. Col risultato di andare a parare nel cortile dolceagro e ancheggiante dei Go-Betweens. Già, proprio quelle trame da trepidi mestieranti, quelle vivide scontatezze, quelle impeccabili, impagabili, irresistibili oziosità. Vedi il caso di Vultures And Fortune (dove s’imbrattano di modernariato Notwist), vedi A Good Guide (tra evanescenze folk-psych à la Mercury Rev), vedi il fatalismo scanzonato di Our Nature (cuori che attraversano la tormenta col passo di una marcetta Abba) o la mesta impertinenza dell’iniziale Glueing All The Fragments. Una dimensione antieroica che si attaglia perfettamente al progetto Yuppie Flu, permettendo loro di muoversi con disinvoltura (a partire dalla voce di Matteo, più corposa e rilassata, finalmente – aehm - sopportabile) tra preziosismi pop di varia natura ed estrazione: inturgiditi “power” come nell’impudenza dolciastra à la Sparklehorse di Pain Is Over, onirici come nella cantilenante Stray On Free (nenia pseudo-Oasis in mezzo ad una friggitoria cosmica di corde e tastiere, finale robotico che sembra gli Air rifatti dagli Archive), oppure più torbidi come nella strascicata One Shot (quasi avessero aggiunto additivo Lou Reed nel serbatoio).

Tutto ciò all’insegna di un’immediatezza facilmente assimilabile, senza però venir meno al lavoro sulle confezioni: vedi gli ammiccamenti di (pseudo?) theremin e piano in Togheter (l’indie che sogna il kraut secondo la lezione dei Notwist), quel violoncello cartilaginoso che staglia indolenziti scenari Giardini di Mirò in Better Than Ever, oppure la vaga eco Brian Eno che balena nell’acido delle tastiere di Make A Stand (bella cospirazione Rev su plateau orizzontale Radar Bros.). Spiace un po’ che il carico divenga sovraccarico nella conclusiva Europe Is Different, troppi gli archi e la liquida sinuosità della slide per questa ballata dolceagra, salvata a stento dallo strano impasto di “impegno” e understatement che la fa sembrare una ferita invisibile aperta ovunque ci sia una coscienza sintonizzata.

Così, sospeso tra il banale e il frizzante, tra il prevedibile e l’accorato, tra l’impudente e il saccente, Toast Masters si offre agile e accorato, fresco e amarognolo. Uno squisito dischetto di guitar pop, niente più, niente meno. Gli si può ben dedicare qualche batticuore intanto che sboccia – voglia o non voglia – la primavera. Non più di questo, magari: però se andate a dirglielo, agli Yuppie Flu, probabile che non gli dispiaccia. (6.7/10)

  • Patient One
  • Fragile Forest
  • Eyes
  • Sweet Lame
  • Yellow Hills
  • The Night And I
  • Cold Device
  • Make It Happen
  • Summer Afternoon
  • Blue Plot

Fragile Forest (Homesleep, 5 maggio 2008)

di Andrea Provinciali

Alla voce “indie-rock italiano” il primo nome elencato, per sonorità, merito e coerenza, è indubbiamente quello degli Yuppie Flu. E stavolta la band marchigiana consolida tale onorificenza anche formalmente. Infatti, Fragile Forest segue il modello radioheadiano In Rainbows: album scaricabile dal proprio sito ad offerta libera, quindi, volendo, anche gratuitamente. Eccola qua la vera rivoluzione del sesto disco. Per il resto queste dieci canzoni non spostano troppo il tiro rispetto al passato. Le novità, se ci sono, sono tutte questione di sfumature. Niente più. Ma per una band che ormai ha comprovato il proprio marchio di fabbrica, che non deve più troppo scervellarci per non venir calpestata dalla sola di questo Stivale sempre ostinatamente in marcia verso Sanremo – quindi verso se stesso –, le sfumature sono tutto. Così, stavolta, quei pacati languori indie-folk-psych-pop-rock à la Pavement (punto di partenza, via, via sempre più abbandonato), Mercury Rev, Flaming Lips, Grandaddy e Sparklehorse, guidati sempre da quegli intrecci chitarristici, ebbri di tastiere e autenticati dall’inconfondibile voce nasale – simultaneamente limite e punto di forza dei Nostri – di Matteo Agostinelli, virano verso una solarità molto più afosa. Quel mood crepuscolare da mezza stagione, caratteristico dei lavori precedenti, si toglie felpa e jeans indossando, invece, bermuda e infradito. Gli Yuppie Flu vanno e ci portano al mare con canzoni pop come la title track, Yellow Hills e Sweet Lame. Ad esempio, quelle loro recenti derive digitalmente malinconiche in stile Notwist vengono in parte trascurate a favore, invece, di allegre aperture orchestrali. Prendete Eyes, l’episodio sicuramente migliore, e immaginatevi in pieno agosto sotto il sole battente a sfrecciare con una cinquecento cabrio sull’asfalto liquefatto dell’autostrada verso quell’azzurro salvifico del mare. E se anche in questa canzone sono addirittura i Beatles, i Go! Team e i Turin Brakes ad essere evocati, che cosa c’è di più italiano di questa immagine estiva? Eccolo qua il merito degli Yuppie Flu: suonare dannatamente straniero senza dimenticare le origini. Non mancano certo i soliti episodi molto più riflessivi e indolenti o ballate folk nei quali i Nostri sembrano abusare un po’ di manierismo. Ma Fragile Forest nel complesso piace, non fosse solo per la voglia di estate che infonde. (6.8/10)