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The Lights On… Yeasayer

di Antonello Comunale
Può esistere una musica etichettabile come “Middle Eastern-Psych-Pop-Snap-Gospel”? Secondo gli Yeasayer si, tanto è vero che loro una musica del genere la suonano e cominciano anche a venderla sulla scia del primo singolo 2080. Cronache ordinarie di una classica Next Big Thing.

Clap Your Heads… Say Yeasayer!

di Antonello Comunale

Definiscono la loro musica “Middle Eastern-Psych-Pop-Snap-Gospel” che non vuol dire nulla e allo stesso tempo vuol dire tutto. Come dire “free-jazz-punk-inglese…e anche la nera africana”. Sono gli Yeasayer, ennesima new sensation proveniente da New York, per la precisione Brooklyn. La prima cosa a loro nome che ha fatto il giro delle radio è stata il singolo 2080.  Un brano che, come dire… ha il perfetto phisique du-role della hit per indie chart, di quelle che non se ne vedono più come un tempo. Musica ruffianissima ma senza superare il livello di guardia. La ascolti e non puoi fare a meno di sentirla, risentirla e risentirla ancora e mentre gira ti ricorda tante cose e contemporaneamente ti sembra nuova. Queste tante cose sembrano per lo più figlie degli anni ’80.

Il Peter Gabriel di Shock The Monkey e Sledgehammer ve lo ricordate? Ve li ricordate i Tears For Fears di Shout e Sowing the Seeds Of Love? E perché no… il Michael Jackson ancora abbastanza negro di Bad e Moonwalker? E per il resto, come potevano quattro bianchi post-college sbarcati nella Grande Mela, non mantenersi aggiornati ai suoni hype del momento, al tribalismo di tanta musica indie di questi anni, nato dalle giungle euforiche degli Animal Collective e dei Gang Gang Dance? Tutte cose che trovano spazio come tracce e come segnali precisi nella musica dei quattro Yeasayer. Il capo banda da cui è nato tutto si chiama Chris Keating. Inizia solitariamente a comporre musica con la tastiera e a cantarci su con quel piglio così inconfondibilmente Eighties. “Dopo essermi trasferito a New York mi sono riunito con il mio vecchio amico di infanzia Anand che viveva a Baltimora e stava lavorando ad un’epica rock opera incentrata su un’esplosione in una miniera di carbone”. I due cominciano insieme a creare musica nuova e arrivano per la prima volta su un palco nel gennaio del 2005, proponendo un misto dei brani di Chris e di Anand. Una prima vera e propria incarnazione della band. La line-up viene presto completata con l’ingresso in formazione di Ira Wolf Tuton al basso e di Luke Fusano, che già sedeva dietro le pelli degli Ex-Models. Innegabilmente l’alchimia del loro suono sta tutta nel dialogo tra le percussioni evolute di Fusano e un’enfasi sulle parti vocali davvero sopra le righe. Allo stato attuale gli Yeasayer proseguono una novella, ma già solida, tradizione newyorkese di gruppi rock che mettono il canto in prima linea, riuscendo a fare da fusione tra il coretto gospel un po’ avvinazzato di marca Akron/Family e la negritudine in falsetto dei Tv On The Radio. Una sintesi.

Un gruppo del genere poteva uscire allo scoperto solo in questi anni di post modernismo pop imperante. Il primo singolo a loro nome, distribuito dalla rampante Monitor Records, contiene già tutto quello che c’è da sapere sul loro conto. 2080 e Sunrise sono due biglietti da visita furbissimi e loro sono già sufficientemente smaliziati da depistare l’ascoltatore con dichiarazioni d’amore davvero sui generis, ma del tutto plausibili per il piglio vocale così pronunciato “Una componente molto importante della nostra crescita è stata quella di cantare in cori e coretti. Ognuno di noi è stato esposto a diverse forme di musica spirituale. Sebbene amiamo la tradizione gospel, prendiamo molto anche dalle gioiose armonie dei Sacred Harp Singers, dalla musica spirituale dei Popol Vuh e dalla musica corale balcanica. Una delle cose più eccitanti di essere in una band è quella di poter cantare quattro parti armoniche insieme contemporaneamente”. Gente “di parola” insomma, come testimonia il disco di debutto, All Hour Cymbals (Now We Are Free / Wide, 22 ottobre 2007). Dentro ci puoi trovare tanto timidi accenni doo-wop quanto coretti etnologici stile uscita etno della Real World. L’attenzione per la registrazione del disco è stata massima, al punto da non avere più soldi nemmeno per fare una session fotografica. Circolano così pochissime foto della band, che nel frattempo comincia a furoreggiare sui palchi accanto a compagni di vedute come Shapes And Sizes e Grizzly Bear. Il manager dei quattro, James Winnie ha però la risposta pronta. “L’idea originale era di mettere un’enfasi totale sulla musica evitando distrazioni e lasciando tutto il resto all’immaginazione dell’ascoltatore”. Non ci crede nessuno, ma alla fine poco importa. Ci sarà tempo di vederli dal vivo e poi ci vuole ottimismo come dicono loro e il dizionario inglese. “Yeasayer: a person with an optimistic and confident outlook”.

  • Sunrise
  • Wait for the Summer
  • 2080
  • Germs
  • Ah, Weir
  • No Need to Worry
  • Forgiveness
  • Wintertime
  • Worms
  • Waves 

All Hour Cymbals (Now We Are Free / Wide, 22 ottobre 2007)

di Antonello Comunale

Si parte con una Sunrise che sembra uscita fuori da un disco di George Michael. Pare quasi di vederlo ancheggiare sul clap clap in mid-tempo della ritmica, quando Chris Keating attacca la parte vocale subito doppiata da un gioioso coretto gay. Tutto questo potrebbe tranquillamente suonare in modo orribile, ma invece funziona alla perfezione. Wait For the Summer paga invece tributo a Peter Gabriel come buona parte dei brani restanti. E’ lui la stella polare verso cui tendono brani fantasiosi come No Need To Worry e Forgiveness. 2080, il primo singolo per le radio, ti appiccica subito addosso la sua melodia in maniera vigliacca e sembra una Shock The Monkey rifatta da Paul Simon mentre jamma con gli Animal Collective. Parte del fascino della musica degli Yeasayer è di natura prettamente post-modernista. Musica che strizza l’occhiolino in maniera subdola ad un trilione di riferimenti e puoi tanto stare al gioco quanto lasciarti andare all’incedere delle melodie e cedere al minutaggio del disco. Sotto questo punto di vista la tenuta su strada è di quelle da auto di prima linea. Germs è un’altra ode etno-eighties che si anima su cori da giungla in stile Real World. Wintertime è un’epica marcetta indiana ma suonata come la suonerebbero gli Akron / Family. Gli Yeasayer questo sono. Un matrimonio astuto tra passato (gli anni ‘80) e il presente (tanto tribal indie di questi anni) Riuscite ad immaginarvi un ibrido tra i Fine Young Cannibals, Peter Gabriel e gli Animal Collective? Se non ci riuscite gli Yeasayer possono essere una risposta. (7.2/10)