

Tolti gli album live, questo Food In The Belly è il terzo full lenght per Xavier Rudd (oltretutto neppure recente: licenziato nell'ottobre 2005, trova solo oggi distribuzione europea). Xavier è un non ancora trentenne australiano, multistrumentista senza tema di usurpare tale titolo, visto che la lista degli attrezzi consta di chitarre d'ogni ordine e grado (Weissenborn, banjo slide, acustiche a sei e dodici corde, elettriche, basso...) nonché armonica, varie e strampalate percussioni più, naturalmente, la voce. Un perfetto autarchico quindi, ma lo stesso non diremo della sostanza di ciò che scrive, giacché il senso di "deja entendu" ci accompagna per quasi tutte le dieci tracce in programma. In primis - per quel semifalsetto che rompe gli argini e per la pregnante presenza della Weissenborn slide - si pensa spesso e con un po' di nostalgia al caro Ben Harper: alle sue prime cose frugali (l'iniziale The Letter, la title track), a quelle impalpabili, angeliche mestizie (My Missing), alle marcette bandesche (Connie's Song) e ai reggae immischiati soul (The Mother, Famine).
Quindi, con sconcertante mutazione atmosferica e timbrica, ecco il Paul Simon periodo Graceland (Messages), ecco dei Black Keys scarnificati (Fortune Teller), ecco il Tom Waits aspro e accorato (Generation Fade), ecco - nell'ultima, struggente 24 September 1999 - una affranta perorazione piano-voce che scomoda i Wilco più crepuscolari in trepida mutazione Cash. I pezzi sono tutti ispirati, vera e propria parata di hook e guizzi legnosi, con bella cura dei dettagli (il profluvio di djembe, didgeridoo e stomp box, il motivo di Norwegian Wood mimetizzato nell'esotica Mana...). E' uno di quei casi in cui la mancanza di originalità è davvero ben compensata. (6.7/10)

Anche il quarto album del polistrumentista australiano lo vede impegnato - a mo’ di one man band - con parecchi strumenti (tra cui chitarre, basso, didgeridoo e percussioni), alla ricerca, come viene puntualizzato in sede di press, dell’essenza dei suoi live. Mescolando folk, reggae, rock e world, White Moth, che vede la presenza di cantanti aborigeni, è un concept che paga quindi omaggio agli abitanti originari del continente australiano, ed intende sensibilizzare a un maggiore rispetto per le culture da preservare. Un personale viaggio dell’autore che fa anche il punto della situazione sulla sua musica. Ecco allora il soul e il reggae (Twist, Come Let Go), le ballad (Better People, Choices), le consuete ascendenze benharperiane (Anni Koozoo), i rock blues (Footprint), gli echi younghiani in Whirlpool, la world gabrieliana di Message Stick, tra didgeridoo, percussioni e voci.
Disco curatissimo dal punto di vista tecnico, non è sostenuto nello stesso modo dall’ispirazione nel songwriting, per quanto le intenzioni siano lodevolissime. Per cui la discontinuità non ci permette questa volta di porlo allo stesso livello del precedente. (6.0/10)