
Una volta Arrington de Dyioniso (Old Time Relijun) disse qualcosa a proposito dell’essere figli di un predicatore e dell’essere un cantante rock. Alludeva a Gordon Gano (Violent Femmes) e a una certa vena, per così dire… psicotica, nel modo di intonare le strofe. La cosa diventa addirittura status autoriale per il qui presente David Eugene Edwards, ex leader degli ex Sixteen Horsepower. “Mio nonno era un predicatore, e si occupava di quasi tutti i funerali che si tenevano nel paese in cui sono cresciuto. Mia nonna mi portava a vedere le persone stese nella bara prima di ogni funerale”.Pare quasi di vederlo il piccolo Edwards, che magari voleva solo fare una partita a baseball e invece aveva i nonni che lo costringevano ad immergersi nella pratiche religiose del profondo sud degli States.
Una normalissima infanzia da american gothic insomma. Un immaginario con cui gli Horsepower hanno giocato fino all’ultimo e da cui ha preso l’abbrivio anche la carriera solista di Edwards, sotto l’etichetta di Wovenhand (Mani giunte).
Mosaic riprende tutti gli elementi ormai noti della formula: country&western: depressione da campagna, le stimmate di uno sperimentalismo trattenuto, un modo di cantare teso, sostenuto e febbrile, dosi massicce di bibbia, Appalachi, blues e hillbilly. La formula è ormai così standardizzata che comincia a segnalare piccole crepe qua e là, come certe soluzioni che si confondono con il disco precedente. Se non fosse che le canzoni sono effettivamente diverse, davvero a tratti sembrerebbe di star ascoltando ancora Consider The Birds. I suoni sono gli stessi, gli arrangiamenti idem e anche certi giri armonici si somigliano.
Non mancano banjo e organo, a dirci che è tutto esattamente come lo avevamo lasciato. Swedish Purse è la più classica delle sue canzoni, con quel passo ansioso ad andamento lento, circospetto e spaventato. Mentre ritroviamo l’Edwards più febbrile nelle tese cavalcate in minore di Whistling Girl e Dirty Blue o nelle dolorose ballate fataliste di Truly Golden e Deerskin Doll.
Le ramanzine più sperimentali sono quelle di Slota Prow - Full Armour, cadenza quasi industrial e archi in turgore celtico e la conclusiva Little Raven / Shun, la più gotica del lotto. Questo è songwriting di primissimo ordine e certo non c’è da fare tanto gli schizzinosi vista la qualità media dei contemporanei cantautori rock, ma al prossimo disco qualcosa deve cambiare assolutamente, anche se sospetto che tutti noi, si voglia David Eugene Edwards sempre identico a se stesso, come i nonni che lo portavano ai funerali, indipendentemente da quello che lui volesse o non volesse. (6.7/10)

Affluenza non numerosa ma attenta e curiosa al Transilvania per David Eugene Edwards e i suoi Woven Hand. Un manipolo di fedelissimi - come abbiamo constatato - che pende dalle labbra del carismatico leader nerovestito, che da subito comincia ad attirare l’attenzione su di sé. Scioltisi i 16 Horsepower di cui il Nostro era il frontman, tocca ora alle sue “mani giunte” proseguire il suo discorso in chiave dark folk/country blues, con la febbrile urgenza espressiva peculiare marchio di fabbrica.
E il live non poteva che essere così come da copione, con un repertorio che abbraccia l’intera produzione della band, con Edwards che si alterna tra chitarra e mandolino, cantato in loop e sussurri, tra autismi solistici al limite dell’incomunicabilità, siparietti teatral-religiosi con tanto di ringraziamenti al signore, a mo’ di benedizione (è nota infatti la sua discendenza da un nonno predicatore, con tutto l’immaginario e le ossessioni che ne sono conseguite) e lunghe e sonnolente ballad, che diventano spirituali jam dark-blues. Comprese alcune rivisitazioni del gruppo madre, tra le quali una sulfurea cavalcata di Black Soul Choir. Chi scrive non fa mistero di preferire lo slancio 16 Horsepower (e la sua roots music selvaggia) alle cupe e rarefatte riflessioni wovehandiane, che viste qui alla lunga (dopo un’ora e mezza di concerto) rischiano un po’ di uniformarsi, per arrangiamento ed esecuzione.
Ma Edwards fa sempre comunque la differenza con il suo show nello show, da oscuro predicatore dell’apocalisse ai cui sermoni non si può sfuggire, malgrado tutto. Lo diresti un singolare incrocio tra Gordon Gano e Nick Cave, con parti assortite di Gun Club. Musica devozionale dal forte contenuto spirituale che non accetta alcun compromesso. Prendere o lasciare. E a giudicare dall’accoglienza riservatagli in quest’occasione, il pubblico milanese è stato ampiamente conquistato.