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Wooden Wand

di Antonello Comunale e Stefano Renzi
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  • Hideous Whisker & His Woman
  • Rot On
  • Risen FromTthe Ashes
  • Satya Sai Scupetty Plays "Reverse Jam Band"
  • Owl Fowl
  • StevenTthe Harvester Presides O'er the Din Of The-The Cups
  • I Am the One I Am & He Is The Caretaker Of My Heart
  • Spear Of Destiny
  • Wicked World

Wooden Wand And The Vanishing Voice – Buck Dharma (5Rue Christine / Goodfellas, 13 settembre 2005 )

di Antonello Comunale

Il 2005 è stato un anno cruciale per James Thot, in arte Wooden Wand. La chiusura della Polyamory, l’etichetta che nell’ormai lontano 1996 allestì in modo spartano con Tovah O’Rourke (moglie di John Olson dei Wolf Eyes e motore creativo dei Dead Machines), ha coinciso quest’anno con il passaggio a 5Rue Christine. Un po’ come andare ad incidere per una major per uno cresciuto a cassette e CDRs. In aggiunta a questo, ci sono state una serie di ristampe, che hanno reso la reperibilità di alcuni dischi (Xiao in particolare) qualcosa di meno avventuroso.

Molti hanno parlato di free-folk, ma più che imparentati a free-formers come No Neck Blues Band o Sunburned Hand Of The Man, Wooden Wand And the Vanishing Voice sembrano più interessati a proseguire la stagione acida degli anni ’60, virandola verso un gotico americano sudista che li differenzia dagli altri. Il sogno lisergico dei Jefferson Airplane e dei Grateful Dead affogato nelle paludi blues e gospel di New Orleans.

Buck Dharma è il primo lavoro ad avere una distribuzione degna di questo nome e come biglietto da visita non potrebbe essere più riuscito. E’ in pratica un riassunto delle puntate precedenti, che assembla un’ora scarsa di musica onirica e visionaria (1). Parte con Hideous Whisker & His Woman, uno strumentale trattenuto e abbozzato, che non sa decidersi se farsi canzone o improvvisazione per poi immergersi, con Rot On, nei loro tipici corridoi a base di chitarre riverberate. Il mantra acido di Risen From The Ashes è un po’ la continuazione della magnifica Cariboe Christ In The Great Void presente su Xiao. La voce di Satya Sai Baba declama carismatica su un tappeto di chitarre wah wah che pur non avendo la stessa magia di Jerry Garcia, lo prendono a modello. L’onirismo del disco non viene mai meno, anche nelle successive Satya Sai Scupetty Plays "Reverse Jam Band" e Steven The Harvester Presides O'er The Din Of The-The Cups che evocano gli incubi ambientali dei Pink Floyd di Ummagumma.

Owl Fowl ha un finale da rituale pagano, che fa venire in mente la collaborazione tra Michael Gira e Dan Matz, mentre I Am The One I Am & He Is the Caretaker Of My Heart è un po’ la loro White Rabbit, con Satya Sai Baba, impegnata a recitare la parte di uno stravolto incrocio tra Grace Slick e Ella Fitzgerald. Chiudono il disco due gemme nere: il folk apocalittico di Spear Of Destiny e la misteriosa e cerimoniale Wicked World che scioglie Bob Dylan nell’acido e ne fa danzare lo scheletro su percussioni voodoo.

La musica di Wooden Wand And the Vanishing Voice trasforma il sogno hippie in un bad tripping, facendo più di qualche riferimento agli archetipi della musica americana. Adesso che hanno una distribuzione migliore, potrebbero anche essere il passo successivo agli Animal Collective e ai gruppi su Young God Records, ma si sa… nemo propheta in patria. (7.8/10)

(1)Buck Dharma è uscito anche in versione doppio vinile per la Time-lag, con due brani in più: Snakes Blues/Rational Blues e The Roebuck Song.

  • Friend, That Just Isn't So
  • Didn't It Rain
  • Don't Love The Liar
  • Hey Pig He Stole My Sound
  • Sun Sets On Clarion
  • Dread Effigy
  • Dead End Days With Ceasar
  • Genesis Joplin

Wooden Wand & the Vanishing Voice – Gipsy Freedom (5Rue Christine / Goodfellas, 20 febbraio 2006)

di Antonello Comunale

E’ il sax del rinomato musicista free jazz, Daniel Carter, a dare l’attacco alla nuova fatica dell’ensemble di Wooden Wand. A conti fatti, una “firma” del genere a dare l’incipit sentenzia inequivocabilmente la natura del disco in questione. Un lavoro che evolve la solita formula della band, semplicemente aumentandone gli aspetti “free” di libera e drogata jamming. Si perdono in questo modo parte delle skills da folk band, che ne avevano contraddistinto la carriera fino ad oggi.

Dall’altro lato il disco si pone come evidente omaggio alla indimenticata scena di San Francisco, cui il gruppo ha sempre pagato tributo. E’ in questo modo che i fantasmi di Grateful Dead, Country Joe & The Fish, Quicksilver Messenger Service e Janis Joplin vengono gettati in un calderone, che prende dal free jazz la caotica alchimia strumentale. Si spiegano così i lungi turbini sensoriali di Didn't It Rain e soprattutto di Dead End Days With Ceasar, oltre 20 minuti di drogate vertigini musicali, che si muovono con passo ubriaco e ondeggiante.

Il brano più regolare del lotto, Don’t Love The Liar, con quel ritornello così anni sessanta nella parte centrale è forse anche troppo ammiccante, mentre i soliti incubi astratti come Hey Pig He Stole My Sound e Sun Sets On Clarion stancano rapidamente. L’episodio migliore è allora la più classicamente folk Dread Effigy che a conti fatti non sfigurerebbe in un disco di Devendra Banhart o perché no, del Wooden Wand solista.

Come al solito, di elementi di interesse un disco dei Vanishing Voice ne ha in gran quantità, ma a questo giro, forse si finisce vittima delle proprie stesse ambizioni e di troppe strade intraprese e lasciate a metà. Forse sono anche troppi i riferimenti (Genesis Joplin…), che si cerca di tirare in ballo. Citando alla lettera dalla press sheet diffusa da 5Rue Christine: “You may hear the faint echoes of “Island Harvest” era Albert Ayler on one track, Iommi-derived riffage on the next, torch songs that sound torn straight from the Gershwin songbook on the next, and Can-style epic grooves on the next”. Nient’altro? (6.3/10)

  • Crucifixion, Pt. 2
  • Portrait in the Clouds
  • Rolling One Sun Blues
  • Sweet Xiao Li
  • Hot Death
  • Mother Midnight
  • Bleeder
  • Madonna
  • Dead Sue
  • Angeles Manna

Wooden Wand & The Sky High Band – Second Attention (Kill Rock Stars / Goodfellas, agosto, 2006)

di Stefano Renzi

Incontenibile Wooden Wand. In pochi anni d’attività ufficiale (due per l'esattezza) il cantautore statunitense ha già pubblicato la bellezza di sei album, compreso questo nuovo Second Attention, mentre un settimo album, dedicato alla memoria del mai troppo compianto Arthur Lee, è in procinto di essere pubblicato nel corso delle prossime settimane. A tutto questo aggiungete una serie incredibile di sette pollici, singoli e cd-r ed avrete un’idea di come la scrittura rappresenti per questo paffuto menestrello una sorta di ossessione.
Una mania benedetta, almeno per noi che abbiamo la possibilità di goderne i frutti comodamente seduti sulla poltrona del nostro salotto: tra una strizzata d'occhio al migliore Leonard Cohen (Crucifixion part.2), un po' di Neil Young (Portrait In The Clouds, Madonna) ed una ballata claudicante ma irresistibile che sembra uscita dal repertorio di Calvin Johnson (Sweet Xiao Li), infatti, il Wand mette a segno l'ennesima strepitosa raccolta di ballate, scongiurando qualsiasi effetto collaterale da sovradosaggio almeno fino a che la qualità delle sue composizioni rimarrà su questi livelli. (7.0/10)

 

  • The Pushers
  • In A Bucket
  • Spitting At The Cameras
  • Delia
  • We Must Also Love The Thieves
  • The Invisible Children
  • Blood
  • Blessed Damnation
  • Future Dream
  • James & The Quiet
  • Wired to the Sky

Wooden Wand – James And The Quiet (Ecstatic Peace / Universal, 15 maggio 2007)

di Antonello Comunale

"I want it to be an un-weird record”. Parola di James Thot. Noi lo si diceva da tempo che Wooden Wand And The Vanishing Voice non era un ensemble weird-free come gli altri. L’ancoraggio alle radici folk troppo pronunciato e la scrittura troppo evoluta. James Thot, del resto, anche con il suo primo disco solista aveva fatto capire chiaramente dove voleva andare a parare e il Second Attention di appena un anno fa, con quella stupenda copertina a fare il verso a Stormbringer di John e Beverly Martyn era stato ancora più chiaro. Con James And The Quiet, Thot tenta ora un vero e proprio turning-point nella sua carriera e ha già fatto sapere che sarà l’ultimo disco dove userà il moniker Wooden Wand, forse per l’eccessiva confusione generata in giornalisti e fan di passaggio, che lo ha portato a scrivere una lettera infuriata sul suo My Space chiarendo tutti i punti oscuri delle sue diverse attività musicali.

E’ assai probabile che questo sia il disco dove Wooden Wand smette definitivamente di essere un culto underground e si affaccia in superficie, supportato in questo dalla longa mano dei Sonic Youth: Thurston Moore che distribuisce il disco con la sua Estatic Peace, Lee Ranaldo che produce e suona alcune parti di chitarra e Steve Shelley che mette mano alle spartane percussioni. La musica non potrebbe essere più distante dai vortici psichedelici dei Vanishing Voice. Molto più accomodante e piacevole, con Thot che vi riversa un songwriting grasso e sicuro, colto (anche troppo) e old fashioned. Jeans sdruciti, stivali e cappello da cowboy, camicia di flanella e barba incolta, James incarna sempre più il modello del crooner country arso dalla caligine desertica e perso nelle infinite strade blu americane. Del resto è il primo ad ammettere come modelli ispiratori per questo disco, due stelle della tradizione country americana, come Kris Kristofferson e Waylon Jennings (quello della mitica Good Old Boys del telefilm Hazzard!).

Ma sulle canzoni di questo disco si affacciano anche altri giganti, come Leonard Cohen (i cori di Jessica ‘Satya Sai’ Thot nell’omaggiante Delia) e Bob Dylan (il piglio sempre più nasale con cui Thot canta il trittico Invisibile Children/Blood/Blessed Damnation). Detto che in un disco del genere non sentirci anche Neil Young, Johnny Cash e Willie Nelson è impossibile (Future Dream e James & The Quiet da manuale country, Wired to the Sky a due passi da una jam tra Neil Young e Low), James And The Quiet fa il suo lavoro in maniera egreggia. Personalmente, avrei preferito che l’accento southern del singolo The Pushers fosse sviscerato maggiormente, ma forse sarà per la prossima volta. Tanto si è capito che Wooden Wand vuole essere l’ultimo dei cowboy, che con la chitarra in spalla rivisita la old country d’America. (7.0/10)