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Li attendevo al varco, i Wilco. Proprio così. Perché Yankee Hotel Foxtrot mi era piaciuto tanto anzi parecchio, lasciandomi però la sensazione del frutto tardivo di una band già matura da un pezzo e con un piede nella decadenza. Ragion per cui - rendetevi conto dove può condurre la psicosi del pasionario rock - ero certissimo che il successore mi avrebbe deluso, consegnando a Tweedy e soci la tessera del club "cotti & decotti".
Aspettativa corroborata dall'abbandono del polistrumentista Leroy Bach nel bel mezzo delle registrazioni, anche se d'altra parte c'era da annotare l'ingresso in squadra del tastierista Mikael Jorgensen, già nel giro di "Jimbo" O'Rourke (il quale può a sua volta dirsi membro aggiunto permanente). Voglio dire, l'instabilità della formazione difficilmente è sintomo di buona salute, no?
Invece, A Ghost Is Born è un disco vario, intenso, appassionato. Proprio un bel disco. Non solo: dopo i primi ascolti sembra addirittura dare qualche punto al predecessore (il tempo ci dirà circa l'esattezza di questa sensazione).
Quando scrivo "vario" faccio sul serio, dato che si passa anzi si trapassa (con fatalistico, quasi palpabile capitombolare stilistico) dal folk vaporoso di Wishful Thinking (ballata che sorge letteralmente da evanescenze Korg e Farfisa e procede malinconica come un sogno a piedi scalzi nella notte di Joshua Tree) al kraut inacidito di Spiders (tocchi di chitarra come macchie o filamenti di colore lasciate sgocciolare, l'agra fantasia dei primi Floyd innestata su puleggia Kraftwerk alternando schematiche sterzate Sonic Youth), con tutto ciò che sta nel mezzo ed altro ancora.
Lambendo cioé epifanie country rock come Hell Is Chrome (un piano che sboccia festoso poi il buio, vuoto pneumatico Gram Parsons, chitarra come scie di luce), post-wave sbarazzina come in I'm A Wheel (abiti essenziali, angolosi sventagliamenti Feelies e rigurgiti Paisley Underground, notevole performance vocale di Jeff), RnB swingante come in Hummingbird (dulcimer e viola, in coda svolta country rock con deriva boogie / glam tanto da ricordare i Big Star), danze lennoniane come in Theologians (sardonica e impudente, vivida e graffiante, due pianoforti a condurre, la chitarra affila brevi assolo vibranti e scabrezze marginali).
Varietà dunque, una tavolozza che riassume e riesuma tre decenni di stilemi e visioni. E' quello che annuncia anzi squaderna a mo' di dichiarazione d'intenti l'iniziale At Least That's What You Said, il microfono più vicino al cuore che non al pianoforte, l'intimismo quasi imbarazzante almeno finché la polvere pirica non prende fuoco, la chitarra imbizzarrisce trascinandoci lungo una tosta, rabbiosa, dolorosa disperazione / dissipazione. Traccia notevole, anche e soprattutto per la cura con cui scava la pelle del suono cercandone la vibrazione scabra, il manifestarsi veemente, l'impatto crudo senza preavvisi né mediazioni.
Pur se strutturato e composito (il kit degli strumenti prevede organi, pianoforti, sintetizzatori, chitarre, percussioni, dulcimer, archi, laptop...), il progetto insegue una sorta di semplicità primordiale, un'immediatezza che lo fa sembrare in corso d'opera, accadimento live nella cantina d'un mondo che ha paura della troppa luce troppi suoni, troppe frequenze da evitare, sintonizzare o semplicemente attraversare.
Si senta di quali frugali magie è capace il folk tenero e trasognato di Muzzle Of Bees, fluorescenze di corde e piano, arpeggio frondoso non lontano da certi Led Zeppelin, reiterazioni di fraseggi tipicamente O'Rourke, improvviso ispessirsi della trama, la strategia radente del farfisa, chitarre accese come nei primi Grant Lee Buffalo. O la madreperla straniante in coda a Handshake Drugs (col suo country soul in agrodolce ed il vago andazzo psych, praticamente la Heavy Metal Drummer della situazione), oppure ancora il pastoso lavoro dei synth in CompanyIin My Back, altra folk ballad sospesa tra flemma, tristezza ed effusioni bucoliche.
Un disco dunque che tenta di far convivere anzi coincidere complessità e immediatezza, semplice e difficile, apocalittico e speranzoso, ostico e consolatorio: si arriva così a Less Than You Think, tre minuti di folk sommesso in punta di cuore, malinconia di piano e trilli di chitarra, voce che s'insegue le ombre nei pensieri, poi un lungo, lunghissimo, estenuante tappeto di rumore imprendibile, sintonie dal pianeta accanto, sinfonia di loop e sequenze per sestetto di ex-cowboy in fuga dalla depressione, sbatacchiati sul muro d'un sogno incancrenito.
Ma non è finita, perché c'è il tempo anzi la necessità di un'ultima traccia, quella Late Greats che significa il sogno (quel sogno) inaspettatamente vivo, la speranza (quella speranza) a cui aggrapparsi ancora, Neil Young sempre nel loro (nostro) cuore.
Senza darlo troppo a vedere, i Wilco han deciso di farsi definitivamente grandi. Riuscendoci. (7.8/10)

Roma - Milano. 547 chilometri. Andata e ritorno. In 24 ore. Ancora mi chiedo se abbia tutte le rotelle a posto, ma poi ripenso a quello che ho visto e sentito. Un concerto. Non uno come i tanti a un passo da casa, ma il concerto per eccellenza: non solo perché gratuito, non solo perché secondo di due sole e impreviste date in Italia, ma soprattutto perché dei Wilco. Ammetto di averli distrattamente lasciati passare sul suolo italico lo scorso anno, ma quale migliore occasione per redimermi dai miei peccati se non questa? E non è un caso il riferimento religioso, perché quello che si è consumato lo scorso sei settembre al MazdaPalace di Milano è stato un vero e proprio rito.
Scarno e spoglio l’altare, ornato solo di strumentazione (qualcosa come sette/otto chitarre bastano a rendere l’idea?). Non un pannello, uno straccio di scenografia. Sei cantori dell’era moderna che si muovono con grande disinvoltura in questo mare di niente, fatto di fili e cavi sparsi ovunque. Puntuali come poche volte capita, colgono di sorpresa persino il pubblico (inizialmente neanche un centinaio di persone), fremente e speranzoso che il grande capannone in cui sono stati sbattuti si riempia. Ma non fanno in tempo a pensarlo che un piano familiare accende i riflettori sull’inferno di Jeff Tweedy: una Hell Is Chrome ancor più indolenzita e trascinante, martoriata da quella voce che pare aver vissuto cento vite in una sola esistenza. Prima di una terzina da togliere il respiro (l’infinita coda psichedelica di Handshake Drugs e la dolcezza sussurrata di Company In My Back), i Wilco mostrano già la loro doppia - multipla - personalità, ammaliando come le più scaltre sirene incantatrici e attingendo a piene mani dagli splendidi A Ghost Is Born (Nonesuch / Warner, giugno 2004) e Yankee Hotel Foxtrot (Nonesuch / Warner, aprile 2002).
Non è passata neanche un’ora e non so più cosa aspettarmi, frastornata come sono da una tale potenza incalzante. Mi guardo attorno e tiro un sospiro di sollievo: tutti sembrano essere svuotati misteriosamente della loro anima, gli occhi vitrei puntati sul palco, rapiti dalla semplicità e dall’umiltà con cui i sei si denudano, brano dopo brano. In perfetto equilibrio, camminano tra country-folk e sperimentazione noise - l’ipnotismo krauto di Spiders (Kidsmoke) -, tra una disarmante sincerità (più le croci che le delizie di una vita intera) e un consolidato mestiere (l’affiatamento e la sincronia che li lega). Preferiscono andare al sodo con il linguaggio diretto della musica, ma quando Tweedy decide di prendere la parola si rivela un illuminato maestro di cerimonie, incitando ad un urlo liberatorio in Kingpin (colto dal pubblico con il cuore in mano), perché nel suo “maledetto lavoro, il r’n’r è parte stessa della cura”. E c’è da credergli, vista la facilità con cui passa dalla frenesia spigolosa di I’m A Wheel alla saggezza pacata della tradizione americana, non dimenticando mai il retroterra che l’ha forgiato: quel Dylan, padre spirituale di tanti, che chiude con I Shall Be Released due ore di un’intensità bruciante.
Un applauso scrosciante e una sensazione di ritrovata leggerezza sono le uniche cose che riescono a svegliare il torpore della mia lucidità, che a fine serata stenta a riaffiorare, quasi volesse perpetuare il suo stato di benessere incondizionato. Ma l’evento si è concluso e la strada verso casa è lunga. “I’m coming home” continuo a fischiettare mentre cammino, con le mani in tasca a proteggere i piccoli gioielli regalati dai Wilco.

Questo doppio live dei Wilco ha tutta l’aria di voler chiarire a critica e fans lo stato dell’arte della band. Scossa da importanti cambi di formazione – alle chitarre ci sono Nels Cline e Pat Sansone, mentre Mikael Jorgensen si occupa di pianoforte e tastiere – e più ancora dalla svolta “poetica” ed estetica (nel segno dell’eredità lasciata da “prezzemolo” O’Rourke) degli ultimi due lavori, Tweedy e soci sembrano aver definitivamente esaurito l’aura no depression di antica memoria Uncle Tupelo. Si riflettono anzi sempre più nei travagli esistenziali del leader, il cui laconico intimismo conserva vivaddio quel taglio genuino e visionario, quella delicatezza fragile e ombrosa che sa farsi carico di istanze “epocali” senza inciampare nella retorica. Vero e proprio manifesto di questo disagio, Ashes Of American Flags è uno dei pezzi cardine del live act, con la chitarra come una crepa nel cuore, l’onirico languore delle tastiere, tutto un sogno seventies trafitto dal mesto, struggente assolo di chitarra. Quanto al resto, sappiate che su ventitrè pezzi in scaletta soltanto sei non fanno parte del dittico Yankee Hotel Foxtrot / A Ghost Is Born: se non si tratta di un’abiura delle vecchie cose, le somiglia abbastanza.
A parte questo, occorre dire che le tracce sono rese con trasporto e professionalità, riarrangiando quel poco che occorre, talora concedendo qualche preziosismo sonico (la misteriosa luminosità del synth ad introdurre I Am Trying To Break Your Heart o le brume industrial noise da cui sorge Wishful Thinking), irrobustendo le trame come da copione (ad esempio la divertita ebbrezza country-funk di I’m The Man Who Loves You e l’intrigante vaudeville di Hummingbird). Si dimostrano abili i Wilco – ma non è una sorpresa - sia quando c’è da mordere il freno (la dolente tenerezza di Via Chicago, la fragranza minstrel folk - rispolverata da Mermaid Avenue - di One By One e Airline To Heaven) sia quando va sbrigliata l’elettricità (la chitarra che divora spazio emotivo in coda a Muzzle Of Bees, l’art punk parossistico di Kicking Television). Meglio ancora se questo capita nel volgere della stessa canzone, come nella delicatezza melò di At Least That’s What You Said, squadernata in un crescendo elettrico esplosivo. Il canzoniere è di tutto rispetto, ti molla una carezza e un ceffone, un ceffone e una carezza, così fino a quella Comment - cover di Charles Wright – che chiude in una luce sì speranzosa ma in cuor proprio dimessa. Forse troppo. Già, perché qui sta forse l’unico rischio ravvisabile nell’entità Wilco: che in quel disarmo si esauriscano e alla lunga ci esauriscano, che da loro non ci si possa attendere altro che l’ennesima variazione della stessa accorata disanima. Ma è un rischio che vale la pena correre. (7.1/10)

La spinta propulsiva dei Wilco segna il passo. Non è più tempo di sperimentazione, di ricerca. E' tempo di raccolta, di harvest, di storie narrate sotto al front porch cogli occhi pieni di cielo. Il cielo dolce e meraviglioso di casa coi margini perturbati da truppe di nubi minacciose. Che forse sono solo un temporale. Forse. Stavolta O'Rourke non c'è ma la sua impronta è ormai metabolizzata, è una vibrazione sotto la pelle, uno spasmo in agguato. E’ la possibilità/capacità di rivangare reminiscenze soniche disparate e applicarle ad un tessuto stranamente coeso, stranamente placido. La cui trama è pur sempre, mai come oggi, folk rock.
Un folk rock inevitabile: i Wilco sembrano infatti procedere come se ciò che si lasciano alle spalle iniziasse a pesare più del futuro. Lasciando loro in dote un presente fatto perlopiù di apprensione, appena confortato da una brezza di speranza. Così, questo Sky Blue Sky somiglia un po' ad una preghiera, al tentativo di tenersi in piedi, alla sensazione cordiale del ritorno a casa. Un disco che smussa gli spigoli, elegge a numi tutelari The Band più che Dylan (l'iniziale Either Way), George Harrison prima che Lennon (Leave Me Like You Found Me), corroborando la malinconia Big Star con sbrigliatezze soul di stampo Steely Dan (Impossible Germany) e la crepuscolarità folk younghiana con certe palpitazioni jazzy M. Ward (la stupenda title track).
Eppure, nella generale sensazione di inquietudine pacificata, accadono cambi di scena sconcertanti, apparizioni improvvise come rigurgiti incontenibili dal di dentro, tipo il glam repentino nel chorus di I Hate It There, gli spasmi vaudeville che incendiano lo stomp sghembo di Shake It Off, quella Walken che fa boogie acidulo come potrebbe un Ry Cooder illuminato sulle strisce di Abbey Road, oppure l'excursus wave-prog da qualche parte tra Supertramp e Television di You Are My Face.
Una quiete apparente, insomma. Chi è rimasto folgorato dalle evoluzioni di Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born, sappia che qui tutto si svolge ad un livello più profondo, perciò sembra meno visibile. E perciò la scrittura torna in primo piano. Una signora scrittura. Che ha il coraggio di spendere assolo incredibilmente opportuni, archi voltaici tra seventies e post-post-rock. Come quello in Please Be Patient With Me, caldo come un amico che porta da bere.
Non meno che emblematico il doppio finale: prima una What Light che chiede indicazioni a papà Dylan, ma sono indubbiamente i Wilco a guidare il pick up sulla strada polverosa d'un folk sbrigliato. Poi l'angoscia strisciante di On And On And On, trama drammatica di piano e chitarra, l'organo che sbava irrequieto, una sterzata teatrale col drumming impetuoso, l'assolo affilato e gli archi che chiudono il cerchio.
Una band cui voler bene, senza riserve. (7.2/10)
I Wilco, che strano mistero. Perlomeno in Italia, non si capisce ancora bene se siano conosciuti e quanto. Per chi li segue - dalle origini o meno poco importa - ogni loro apparizione live è un evento imprescindibile, di quelli che fanno nevicare anche il 30 di luglio, di quelli che “dove suonano, suonano, io ci devo essere”. Se però si riflette un attimo sul loro status di notorietà paragonandoli ad altri pesi massimi del circuito più o meno indipendente/alternativo, allora ci si rende conto della differenza. Unica data italiana, prezzo modico di 15 euro, posto piccolino di suo.
Solo queste tre condizioni dovrebbero far pensare a un sold out su carta con un anticipo di ore se non di giorni, e invece l’intimo e modesto cortile dello Spaziale rimane mezzo vuoto, o comunque non stracolmo, fino a serata conclusa (solo dopo qualche giorno la direzione affermerà di aver accolto ben duemila persone). Ci si arrovella il cervello tutto il tempo per capire e cercare una ragione a questa sorta di “vuoto aureo” che pare circondarli, ma non c’è. Non un solo motivo è rintracciabile e valido per i presenti, che per due ore di fila hanno avuto davanti agli occhi e nelle orecchie forse una delle migliori band in circolazione, sia in studio che dal vivo.
Carichi di energia, di voglia di suonare e di interagire con un pubblico quanto mai affettuoso ed esplicito, Tweedy e soci non hanno lesinato in generosità, snocciolando il meglio della loro produzione: da Summerteeth (I’m Always In Love, l’immancabile romanticismo di Via Chicago), all’ultimo Sky Blue Sky (Either Way, la title track, una Walken in cui il falsetto di Tweedy - e questo è l’unico difetto che gli si può trovare - arranca, forse a causa di un corposo e stancante tour europeo) passando per Yankee Hotel Foxtrot (con una commovente e dissonante Poor Placet e una Kamera mai così colorata e leggera), e A Ghost Is Born - con sorprendente sostituzione di At Least That's What You Said e Hell Is Chrome con un’irriverente e divertita Theologians, e l’interminabile Spiders (Kidsmoke) - . Proprio quest’ultimo episodio ha rappresentato forse l’apice dell’esibizione: un black out - qualcuno dice programmato - all’attacco del primo refrain ha reso la canzone ancor più dilatata nel minutaggio dando un motivo in più a quella macchina da guerra di Glenn Kotche per dare sfogo alle sue pulsioni ritmiche incontenibili, mentre il pubblico, protagonista, ha goduto nel dargli spago mantenendo la melodia (sfiorando per poco quel coro alla White Stripes di festeggianti reminescenze calcistico-mondiali; ma gli italiani, si sa, son fatti così).
Un live solare e divertito che si è mosso tra calorosi e larghi sorrisi, a dimostrazione di quanta umanità e modestia riescano a mantenere questi sei straordinari musicisti. Un ventaglio di emozioni possibili mai così vasto e particolareggiato, che stordisce e incanta, lasciando addosso la strana sensazione che i Wilco abbiano sì fatto molto, ma non tutto, non ancora. E la certezza che la prossima volta sarà diverso e ancora più grande.

Con più di un anno di ritardo arriva anche dalle nostre parti il terzo album del side project di John Stirratt e Pat Sansone, maggiormente noti per il loro lavoro nei gloriosi Wilco. Se non avete mai sentito gli Autumn Defense, toglietevi subito dalla mente il gruppo di provenienza: è vero che la base di partenza è sempre il folk, ma le urgenze e i tormenti tutt’altro che addomesticati di Jeff Tweedy non potrebbero essere più distanti. Specie se si prende in esame questo lavoro omonimo, così soft e accuratamente cesellato in arrangiamenti e atmosfere da ricordare molto da vicino certo easy listening californiano anni ’70, James Taylor in primis.
Fra orchestrazioni alla Robert Kirby/Nick Drake (Canyon Arrow, a tratti quasi un pezzo NAM), barocchismi Marvin Gaye (Feel You Now) e sentori equamente divisi tra Beatles e CSN, è tutto un braccio di ferro fra ruggine e miele, fra pop acustico e soul, fra classe e maniera, con qualche lungaggine di troppo che, alla fine, appesantisce un disco altrimenti lievissimo nell’essenza; nel complesso un ascolto quasi didascalico, ma non per questo poco godibile. Nondimeno, i fan di Sky Blue Skygodranno senz’altro nel ritrovare l’eccellente Nels Cline a far librare la sua chitarra in un paio di occasioni. (6.7/10)