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White Stripes

di AA.VV. Foto: © Antumn De Wildes
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Copertina: White Blood Cells (XL, 2002)
  • Dead Leaves And The Dirty Ground
  • Hotel Yorba
  • I'm Finding It Harder To Be A Gentleman
  • Fell In Love With A Girl
  • Expecting
  • Little Room
  • The Union Forever
  • The Same Boy You've Always Known
  • We're Going To Be Friends
  • Offend In Every Way
  • I Think I Smell A Rat
  • Aluminum
  • I Can't Wait
  • Now Mary
  • I Can Learn
  • This Protector

White Blood Cells (XL, 2002)

di Stefano Solventi

Il terzo disco di questo singolare (!) duo da Detroit raggiunse le nostre latitudini circondato da una sfrigolante nuvoletta di hype. Mi ci avvicinai con la ormai consueta diffidenza, però all’assaggio mi sembrò subito quel che mi sembra ora: divertente. Senza amore, solo sesso, se così si può dire. O meglio, con tutto l'amore nascosto dietro il ludibrio del sesso, come è bello e giusto che sia. Urgente e ruvido quindi, ruffiano e insidioso, torrido come il blues, crepitante come certo garage-punk, sapido e roots come la corteccia di tanto rockeggiare più passato che presente (ahinoi). Sbocciano tra le tracce riferimenti ai Sonic Youth più canzonettari, l’utilizzo delle voci rivanga quelle maledette e scanzonate di Gordon Gano e del primo Wayne Coyne (obliqua irridenza sul rovello dell'anima), i riff di polvere e ghiaccio (bollente) chiamano all’appello la PJ Harvey più torrida e i Dinosaurs Jr più asciutti, quantomeno nell'attitudine.

All’epoca i due si spacciavano per fratello e sorella, però seminando striscianti dubbi para-incestuosi: non che me ne fregasse qualcosa allora, mentre oggi, che vi devo dire, anche meno. Di significativo c’era invece che Jack (voce, chitarra, organo e piano) e Meg White (batteria e cori) facevano quel che dovevano, il giusto casino, un po' di cuore, un pizzico di genio. Dietro a queste canzoni (16 x complessivi 40 minuti), confezionate perlopiù senza economie d'adrenalina ed elettricità, si rannicchiano le melodie arricciate e rocciose del country (Now Mary), o certe scheletriche tenerezze folk (We're Going To Be Friends), o quel po’ di lugubre che da sempre si porta in seno il blues (Dead Leaves And The Dirty Ground). Il tutto trasposto su scenari giovanilisticamente nevrotici (I Think I Smell A Rat), talvolta ammorbato da psichedelie hard (Fell In Love With A Girl), talvolta disperso tra irrisolte romanticherie (The Same Boy You've Always Known) o strapazzato da una frenesia al limite del patologico (Hotel Yorba).

Parlano insomma un linguaggio antico e bruciante con una certa qual personalità, seppure rinviabile a troppe cose troppo ascoltate. Chiudi gli occhi, e ti appare questa girandola a base di Stooges e Tom Petty, Stones e Tom Waits, Big Star e Jon Spencer, oltre naturalmente a tutto quanto prima nominato. Difficile formulare la diagnosi, si rimane nel dubbio tra sapiente strategia produttiva e passione incallita, tra marketing e nutritiva ossessione. Comunque sia, nel finale c’è quel breve, scarno (piano e voci) errebì sognante (This protector), che riesce a strattonarci dalle parti del suo incanto indolenzito con la potenza disinvolta dei piccoli capolavori. Genietti o furbastri, chissà. (6.8/10)

Copertina: Elephant (XL, 2003)
  • Seven Nation Army
  • Black Math
  • There's no home for you here
  • I just don'T know what to do with myself
  • Cold, Cold Night
  • I Want To Be The Boy
  • You've got her in your pocket
  • Ball And Biscuit
  • The Hardest Button To Button
  • Little Acorns
  • Hypnotize
  • The Air Near My Fingers
  • Girl, You Have No Faith In Medicine
  • It'S true That We Love One Another

Elephant (XL, 2003)

di Stefano Solventi

Siccome è il caro vecchio gioco del rock’n’roll - una truffa innocua e frizzantella di fronte alla quale, chissà, magari qualche nostalgico dal cuore generoso può ancora scandalizzarsi un pochetto – i due fratelli (fratelli?) White recitano la parte ad arte, con in faccia stampata la tipica espressione da “contenti voi, a noi non pare il vero”. In Elephant, quarta fatica sulla lunga distanza del duo di Detroit, si divertono ad attizzare ulteriormente la fiammella della pruderie adombrando l’equivoco rapporto tra Andy e Meg nella conclusiva It's True That We Love One Another, con la terza incomoda Holly Golightly a condire la ricetta di saporiti effluvi country-RnB. Nient’altro che un happening conclusivo, tra l’estemporaneo e lo scazzone, eppure rischia di essere ricordata come la traccia migliore del programma, la più viva se non altro.

Sì perché questo disco ha un problema, un problema abbastanza grosso, ed è questo: se la cifra sonora è la più strutturata e visionaria che abbiano mai licenziato - con quelle rasoiate di chitarra in parossistico deragliare ed il torrido baluginio degli organi – al punto da sembrare assieme rievocazione e caricatura del suono vintage a cui si ispira, di contro le trame melodiche denunciano una preoccupante apnea creativa, un’eclisse di personalità che le rende impietosamente succedanee del piuttosto eccitante predecessore White Blood Cells

Vale, certo, il peso specifico di questo suono che sembra scheggiarsi a contatto con l’aria, ostinatamente imbastito con strumentazione d’epoca (pare che le chitarre e le tastiere utilizzate non risalgano ad oltre il 1963!), ed è apprezzabile il tentativo di recuperare i prodromi stessi della psichedelia (flagrante nella caligine beatlesiana di You’ve Got Her In Your Pocket o nell’hard-blues fluviale e scorticato un po’ Hendrix e un po’ Ten Years After di Ball And Biscuit) allorché sbocciò proprio dal blues e dal folk opportunamente inaciditi ed elettrizzati. Proprio per questa spiccata attitudine a scavare nel solco della Storia, impossessarsi di antiche calligrafie ed attualizzarle apparentemente senza sforzo, ritengo gli Stripes un gradino sopra rispetto alla recente sfornata di nostalgici quali Strokes, Coral e Libertines, questi ultimi nient’altro che cottarelle adolescenziali rispetto all’amore – che dico - alla riverenza professata dai fratellini (fratellini?) from Detroit.

Entrando nel merito delle canzoni, però, le note si fanno oltremodo dolenti: scarseggiando come già detto le idee, ogni pezzo sembra aggrapparsi ad un magro espediente melodico attorno a cui si raggruma tutto il resto, vale a dire emerito contorno, apoteosi del marchio, puro mestiere. Talora, come in There’s No Home For You Here, l’assalto lisergico di chitarra, organo e cori (quasi in stile Elephant 6: ogni riferimento al titolo del disco è casuale?) garantisce pure qualche sussulto, ma stringi stringi i versi sono la solita piatta tiritera, come ben ci conferma l’assioma di monotonia militante di The Hardest Button To Button (quantunque vibri di graffiante frammentazione post punk) e The Air Near My Fingers.      

Prima di applicare queste considerazioni a tutto il resto, tengo a sottolineare la confortante presenza di qualche lodevole zampata d’orgoglio: prendete Little Acorns, ovvero il pezzo che Billy Corgan vorrebbe scrivere da qualche anno, oppure Girl, You Have No Faith In Medicine, in pratica i Sonics rifatti dai Blues Explosion, o infine – perché no -  l’apprezzabile ballad stoniana I Want To Be With The Boy. Evidenti dimostrazioni di stoffa alla luce delle quali spiace ancora di più la pochezza complessiva del disco, rafforzandosi altresì il sospetto – il timore - che il fenomeno White Stripes sia stata l’ennesima breve fiammata nel lungo vespro del rock.  (5.5/10)

Copertina: Get Behind Me Satan (V2, 2005)
  • Blue Orchid
  • The Nurse
  • My Doorbell
  • Forever For Her (Is Over For Me)
  • Little Ghost
  • The Denial Twist
  • White Moon
  • Instinct Blues
  • Passive Manipulation
  • Take, Take, Take
  • As Ugly As I Seem
  • Red Rain
  • I'm Lonely (But I Ain't That Lonely Yet)

Get Behind Me Satan (V2, 2005)

di Stefano Solventi

In un certo senso, Elephant era un disco riuscito, perché a dispetto di una certa banalità di scrittura riusciva ad imporre la sua prepotente strategia di forme: lanciato a bomba sul pubblico bue, faceva l’effetto di un pachiderma idrofobo in un centro commerciale. E giù a gridare al miracolo, alla rivelazione. Salvo poi annoiarsi tempo pochi ascolti, perché la noia è l'obiettivo vero e inconfessato di ogni esperienza post-pop. Ma non divaghiamo. Con Get Behind Me Satan Jack e Meg tornano all’ovile, dove conta più la nota che la spada, dove le ombre possono più del calcestruzzo. Non un gran disco, a dirla tutta. Però c’è da fare i conti con un suono curioso, tra il torbido e il gotico, il rurale e l'ancestrale, un suono cucito addosso a canzoni dai contorni tremuli, che aleggiano come fantasmi di qualche era geologica fa.

Ecco dunque le particelle elementari di vibrafono, il drumming un po' infantile un po' primordiale, il glockenspiel e il chitarrone acustico, lo shaker e la fosca legnosità del basso, e soprattutto il piano, un piano lunare, indolenzito, flebile. Una parata di elementi sulle cui impronte sbocciano folk blues dal languore intossicato, come la lunare I'm Lonely, quasi un traditional ricostruito, o White Moon, fragile e collosa come un Alex Chilton agonizzante, o quella Little Ghost che avrebbe potuto forse scrivere un Cobain tenero, unplugged e – soprattutto - sopravvissuto. L’aria che si respira è un po’ da ritorno al futuro, considerato l’arcaismo scellerato di certi blues-rock ( la torbida Red Rain, l'alcolizzata The Denial Twist, l'ibrido Lennon-Led Zeppelin di Instinct Blues) o la sfacciataggine bluegrass di As Ugly As I Seem, mentre altrove predomina un gusto sospeso tra il grottesco e l’onirico (il calypso sgrammaticato tra ragli e tonfi di The Nurse, la filastrocchina Passive Manipulation per vocina di Meg, il comico fervore scat/stomp di My Doorbell).

Ad introdurre questo caravanserraglio c'è però lo schiaffo, la frustata, il rogo sacrificale che esplode nel riff caricaturale e icastico di Blue Orchid, sberleffo ghignante da marionetta dark (non a caso “visualizzato” dall’impagabile Floriana Sigismondi nel relativo video clip) che non mancherà d’irretire crudelmente e giustamente tutti i babbei Mtv-dipendenti. Ah, le care vecchie truffe del rock’n’roll…

Per la capacità di far sembrare plausibile l’improbabile (e viceversa), Get Behind Me Satan è un disco che ci riconcilia coi White Stripes, ed è allo stesso tempo la conferma dei nostri dubbi sul loro conto: perché queste cartoline dal loro esilio sulla Main Street sembrano ritagliate da un almanacco (trovato in chissà quale baule, oppure ordinato su e-bay), perché né la voce che si corruga si straccia si snerva né l’ostinata configurazione “vintage” della strumentazione riescono a dissolvere quella maschera che fa sembrare il canto anche l'interpretazione di un canto, e il suono anche la ricostruzione di un suono. Quasi che gli Stripes avessero scovato la pietra filosofale che muta la più autentica ossessione nella più occhiuta strategia, e la loro musica in una celebrazione scaltra e devota. (6.4/10)

una foto del live a Krizanke (clicca per ingrandire l'immagine)

Live: Krizanke, Lubiana (6 luglio 2005)

di Lorenzo Filipaz

Piccolo saggio sulle assurde credenze del rock: quando nel 1967 Jimi Hendrix si mise a suonare la chitarra con i denti molti pensarono che fosse impossibile farlo senza rimanere fulminati (e magari molti collegarono la sua capigliatura con quella pratica…). Anni ’70: molti illusi si convinsero che andare a un concerto dei Kiss significasse automaticamente combinare con prosperose pollastrelle. Anni 2000: molti pensano che una batteria e una chitarra da soli non possano farcela a tenere un palco che non sia quello di un piccolissimo club. I White Stripes hanno veementemente sfatato questa credenza bruciando l’arena del festival di Reading nell’estate del 2002, ma è pur vero che non tutto è sempre andato per il meglio: al Flippaut del 2003, vittime di un’ingegneria del suono ingloriosa, quasi non si sentirono dopo il baccano scatenato dall’orchestra queer dei Turbonegro.

Lo spazio al Krizanke, in pieno centro di Lubiana, è ampio ma non troppo. Una grande scalinata coperta da un telone: formidabile cassa di risonanza o dispersiva piazza in balia dei venti?

I White Stripes peraltro vivono il dopo–Seven Nation Army scegliendo di rientrare nella Little Room, schiaffando quanti si aspettavano un nuovo infuocato guitar-driven rock’n’roll con una profusione di pianoforti, xilophoni e arie gotico-fiabesche alla Tim Burton. L’understatement si manifesta anche nella pianificazione del tour di lancio di Get Behind Me Satan: anziché progettare un bombardamento a tappeto di Gran Bretagna e USA, partono dall’Est Europeo. Per il marketing più spiccio una scelta suicida, con gli occhi più lungimiranti della scienza del desiderio forse un colpo di genio. Non è da escludere che con queste premesse lo show ripieghi nell’introversione, magari rifugiandosi in un intimistico unplugged incorniciato dall’attento silenzio del pubblico: l’attacco detonante di Dead Leaves And The Dirty Ground e il boato della folla spazzano via i residui dubbi, il Krizanke si trasforma letteralmente nella rutilante chitarra di Jack White, squassato dal marziale metronomo Meg. Il fuoco non fa che alimentarsi nei successivi brani dell’ultimo album, il riff di Blue Orchid si insedia prepotentemente sul trono che fu di Seven Nation Army. Parte così il White Stripes Show fatto di scenografie rigorosamente bianco-rosso-nere, disseminate di canditi, palme bianche e drappi cremisi, animato da continui sketch, ammiccamenti, rimproveri e altre pantomime fra Jack e Meg, rappresentazioni viventi al bubblegum di piccoli ma universali dualismi: maschio e femmina, ritmo e melodia, innocenza e furore. Un incredibile mix fra il minstrel show della frontiera americana ottocentesca, la tragedia greca e il fumetto pop-art alla Roy Lichtenstein. I brani, lungi dall’essere semplici litografie degli originali, prendono vita in indiavolati medley, interpretazioni anomale che assumono ora foggie proto-metalliche ora strutture post-punk ora catacombali figure blues alla chitarra slide, ora sbarazzini sapori country-bluegrass. Cruciale il momento di The Nurse, il famigerato brano allo xilofono, squarciato da estese esplosioni di rumore bianco, la più significativa celebrazione di quello scontro-incontro fra candore e violenza di cui il marchio White Stripes è espressione. Sentire l’irruenza di Let’s Shake Hands, il primissimo singolo uscito nel ’97 inizialmente in tiratura limitata a 500 vinili, su questo palco di Lubiana così lontano dagli scantinati di Detroit illumina il percorso e l’eterno oscillare del duo fra little room e bigger room.

Il leviatano Seven Nation Army arriva soltanto nel bis ed è il delirio. La pedana sotto il palco ha ondeggiato paurosamente durante tutta la durata del concerto ma ora si avvicina seriamente al punto di rottura costringendo a saltare anche lo spettatore più posato. Lo spettacolo si conclude sulle frizzanti note di Boll Weevil, una delle più antiche canzoni della tradizione americana a cui Jack White aggiunge una strofa, grossomodo: “se vi chiedono da chi avete sentito questa canzone, dite che ve l’ha cantata Jack White e che sta disperatamente cercando una casa!” e il pubblico ripete estasiato “he’s looking for a home!”, catartica formula fra lo scherno e il pathos. La maschera che ride e quella che soffre dipinti nel ghigno e nella voce tremula dell’istrionesco White. La ricerca delle radici messe in scena, pencolante fra sincerità e sincera imitazione della sincerità in una grande esibizione di teatro dell’arte. Il fantasma del Pop è qui davanti a noi, vestito con gli abiti sgargianti del Rock più belluino e primitivo.

  • Icky Thump
  • You Don't Know What Love Is (You Just Do as You're Told)
  • 300 MPH Torrential Outpour Blues
  • Conquest
  • Bone Broke
  • Prickly Thorn, But Sweetly Worn
  • St. Andrew (This Battle Is in the Air)
  • Little Cream Soda
  • Rag and Bone
  • I'm Slowly Turning Into You
  • A Martyr for My Love for You
  • Catch Hell Blues
  • Effect and Cause

Icky Thump (XL / Self, 15 giugno 2007)

di Antonio Puglia

Nessuna illusione: Jack & Meg non si sono definitivamente dati al country rock. Almeno, non ancora. Mica è così semplice - è più una fantasia da purista all’ultimo stadio - e poi è troppo scontato uscirsene con un album di old time music, con tutti i crismi e la devozione del caso, solo perché adesso si fa base a Nashville e non più a Motor City. O no? E allora, tolte di mezzo le tastiere e le atmosfere vagamente goth di Get Behind Me Satan, resta una formula (ancora, se non di più) smaccatamente blues & vintage, tanto nei rigorosi suoni analogici, quanto nelle modalità e nell’attitudine. Così, appurato che il salto temporale nei seventies si perpetua più che mai – sentire da subito la title track per togliersi ogni dubbio, rockaccio Zeppelin / Sabbath con riffone killer e la novelty di un imbizzarrito synth Terry Riley (anzi, pare sia lo stesso modello usato da Joe Meek) – non resta che buttarsi sulle annunciate sorprese di questo Icky Thump.

Sì, perché quel maniaco da studio di Jack s’è proprio divertito un casino a giocare e pasticciare coi generi, nell’ambizione di fare un album rock vario, lungo e vagamente compiaciuto, in cui mettere dentro nuove perversioni e passioni. Beccatevi dunque l’hard-mariachi di Conquest, con un ineffabile duello kitsch tromba / chitarra elettrica in call and response, o il folk made in Scotland di Prickly Thorn But Sweetly Worn, con tanto di cornamuse e coda alla Baba O’Riley (St. Andrew). Per il resto, più che potenziali riffoni alla Seven Nation Army o Blue Orchid, c’è un bello sfoggio di spacconaggine da guitar hero, vedi Catch Hell Blues e Little Cream Soda.

E poi basta, ché tolti questi sfizi, i White Stripes fanno… i White Stripes, vedi Bone Broke, I’m Slowly Turning Into You, o lo stomp blues detroitiano Rag & Bone. Meglio quando il ritmo si abbassa, come in You Don’t Know What Love Is, negli intrecci semi acustici di 300 MPH Torrential Outpour Blues, A Martyr For My Love For You e il country honk stonesiano di Effect And Cause, dove il livello della scrittura regge discretamente.

Insomma, il sesto album di Jack & Meg è in fin dei conti un bel minestrone. Che facciamo, ci mettiamo a sperare nel secondo disco dei Racounteurs? E’ un’opzione da considerare. Intanto, (6.5/10)