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Turn On... White Hinterland

di Stefano Solventi
Dal Massachusets e ritorno, imparando l'arte di complicare le cose con leggerezza. E di smarcarsi da certi percorsi che parrebbero segnati in partenza. Piccola storia di una vicenda giovane ma già ricca di umori, sfumature e promesse strane.
Casey Dienel

La ragazza non abita più qui

"For the present and foreseeable future, there won’t be any more Casey Dienel". Queste le parole apparse uno dei primi giorni di gennaio sul sito web dei White Hinterland, band al debutto per la label Dead Oceans, realtà satellitare di Secretly Canadian. Vale a dire, quella che sembrava l'ennesima notevole interprete dei rinnovati crucci a cavallo tra post-modernità e tradizione, ha deciso di fare un passo indietro e "limitarsi" al ruolo di front woman per un sestetto tra i più interessanti di questo avvio di 2008.

Proprio perché Phylactery Factory è un gran bel disco, nel quale la calligrafia della giovane Casey - che scrive tutti i pezzi - dimostra considerevoli evoluzioni, non rimpiangiamo l'accantonamento della sua carriera solistica. Che Wind-up Canary (Hush Records, 14 marzo 2006) inaugurò in maniera più che promettente. Un'appassionata e disinvolta vena folk, jazz, rumba e soul al servizio di canzoni fresche seppure velate di solennità seventies (la non meno che incantevole The La La Song), il trepidare Laura Nyro e l'allampanato languore Fiona Apple (Fat Old Man), l'estro spiegazzato/sbarazzino di una Feist mischiato al fascinoso sconcerto di Howe Gelb (Doctor Monroe), una Joanna Newsom stemperata Joni Mitchell (Tundra) e anche se volete il meeting perfetto tra Norah Jones e Tori Amos (Everything). Pianoforte, archi, ritmica quanto basta, qualche ottone a colorare: questi gli ingredienti. Misura e versatilità che non sorprendono, tenuto conto che Casey - classe '85 da Scituate, Massachusetts - respira musica fin da bambina, tra precoci lezioni di piano, la classica band adolescenziale (gli Helen Keller, per la cronaca), quindi iscrivendosi al prestigioso New England Conservatory of Music di Boston.

E' proprio con un manipolo di spiriti affini frequentanti lo stesso istituto, animati da un magico spirito dilettantesco, che Casey realizzò l'album di debutto, del quale s'invaghì Chad Crouch, boss della Hush Records, indipendente di Portland celebre per aver tenuto a battesimo i Decemberists. La critica apprezzò ed il pubblico pure. Ormai stabilitasi a New York, la Dienel annunciò un EP a fine 2006 - Vessels - che però non vedrà mai la luce. E questo è tutto. La notizia del ritorno al natio Massachusetts nel novembre del 2007 non lasciava presagire nulla di buono. Poi però arriveranno quelle parole. E quella band. Una ripartenza. In contropiede.

  • The Destruction Of The Art Deco House
  • Dreaming Of The Plum Trees
  • Calliope
  • Hometown Hooray
  • Lindberghs & Metal Birds
  • A Beast Washed Ashore
  • Napolean At Waterloo
  • Hung On A Thin Thread
  • Vessels

Phylactery Factory (Dead Oceans-Secretly Canadian, 4 marzo 2008)

di Stefano Solventi

E così Casey Dienel, la giovane cantante e autrice del Massachusetts, si smarca dalle fin troppo automatiche categorie del pop-rock che la volevano pedissequamente in scia Newsom e compagnia “prewarfolkeggiante”. E' lei stessa ad annunciare la (temporanea) cessazione dell'attività solistica in coincidenza della nascita del progetto White Hinterland, corposo combo (la base dovrebbe essere di sei elementi) che impastando fibra acustica, tastiere vibratili e rara elettricità scozza l'attitudine folk-jazz della Dienel con non meglio definibili brume psych. Il pregio principale di questo Phylactery Factory è la disinvoltura con cui percorre la linea di confine tra freakerie nostalgiche e patinatura vintage.

Non fosse perché tutto suona così fresco e ispirato, potrebbe sembrare un furbo anello di congiunzione tra Cocorosie e Norah Jones: il chamber soul angelicato di Calliope, i serafici ciondolamenti e i misteriosi sfarfallii di The Destruction Of The Art Deco House (in cui non fatichi a scorgere suggestioni Joni Mitchell) e l'accattivante afflato di Hometown Hooray aprono e chiudono la questione.

C'è però dell'altro, come dicevamo. Ci sono gli squarci aciduli nella rumba jazzy di Dreaming Of The Plum Trees, entusiasta e spiegazzata come certa Cibelle. C'è una specie di Sandy Denny tra imprendibili fantasmi Beth Gibbons in Hung On A Thin Thread (con quelle commoventi vampe di tromba nel finale). C'è la malinconia dolciastra tra gli archi apprensivi e la foschia minimalista di A Beast Washed Ashore, ovvero la Newsom se la producessero Eno & Cale. C'è la svenevolezza sbarazzina di Feist nel soffice motorik Yo La Tengo di Lindberghs & Metal Birds. C'è una specie di versione distillata e ruspante degli Arcade Fire nell'enfasi allampanata di Napolean At Waterloo. E c'è la scostante silhouette dell'ultima PJ Harvey nel flamenco scheletrico della conclusiva Vessels ( cantata assieme a Laura Gibson, presumibile frutto delle sessioni per l'omonimo EP perduto).

Un disco ricco di umori e sapori, intenso e stratificato ma pur sempre lieve, quasi rinfrancante. Quasi un prodigio. (7.3/10)