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Vashti Bunyan

di ©2005 Marina Pierri e Antonello Comunale
Incarnazione del folk femminino e musa del movimento alt.folk newyorkese, Vashti Bunyan racconta e si racconta nell’arco di due album avulsi dalla dimensione temporale e storica, che hanno ispirato e ispirano una generazione di talenti desiderosi di vivere non tanto nella sua ombra, quanto nella sua luce.

Nomadic Reveries

di Marina Pierri

La vita di Vashti Bunyan assomiglia a una favola, e come tutte le favole parte in medias res.

1965: Vashti, molto bella, giovane e inquieta, viene espulsa dalla scuola d’arte di Londra e si guadagna modestamente da vivere mettendo su qualche serata nei locali di Soho dove, quasi subito, viene scoperta dal manager dei Rolling Stones, Andrew Loog Oldham. Avendo deciso di farne l’ennesima pop-starlet, le fa registrare una cover di Richards e Jagger (Some Things Stick in Your Mind) che viene fuori in 7”, ma nell’arco di tre anni si aliena le sue simpatie: Vashti sente di non calzare la carriera di novella Marianne Faithfull che le stanno cucendo addosso, volta le spalle al mainstream business e si divincola alla ricerca di qualcos’altro, forse nemmeno lei sa cosa.

Legata ad un’assiologia quasi scintoista - per cui ogni cosa, ogni animale ed ogni luogo possiedono un’anima ed un cuore - la Bunyan, naturalmente incline al folk di Bob Dylan, lascia Londra alla volta di Skye, la proprietà del suo amico folkster Donovan. Così, senza denaro né automobile, ma estremamente propensa al pellegrinaggio (per ironia della sorte Vashti è una discendente dello scrittore inglese dell’antico Pilgrim’s Progress John Bunyan) si conquista un carro zingaro sul quale esplorare l’Inghilterra e la Scozia insieme al compagno di liceo ed amore della sua vita Robert Lewis, alla sua cavalla nera, Bess, ed al suo cane, Blue.

Presto la sua compagnia prende casa sull’isola di Berneray, in Scozia, ma non è bene accetta agli indigeni locali: la sua presenza, infatti, sembra resuscitare vecchie superstizioni e ricordi di stenti, tanto più che non sembra esserci alcuna possibilità di comunicazione, visto che gli abitanti del luogo parlano solo il gaelico.

Vivendo praticamente da Amish, gli anni passano; eppure i viaggi, le fatiche e la comunità ostile di Bernerey forniscono alla Bunyan una galleria variopinta di esperienze e volti cui attingere per il suo lavoro del 1969, Just Another Diamond Day, prodotto grazie ad una serie di fortunate coincidenze dal guru del folk Joe Boyd (già produttore della Incredibile String Band, dei Fairport Convention e di Nick Drake). Registrato a Londra ma mai realmente distribuito, Vashti è la prima a prendersi poco sul serio ed a perdere memoria della sua creatura sonora. Poco dopo infatti, rimasta incinta, regala ogni copia del disco in suo possesso agli amici ed ai vicini di casa, scegliendo di abbandonare definitivamente la musica e ritirarsi. Da quel momento, la sua chitarra resterà a prendere polvere appesa a un muro e la sua voce si limiterà a cantare ninnananne ai suoi due figli.

Dopo molte peripezie ed innumerevoli sacrifici, la favola prende infine il suo corso e si avvia al lieto fine dopo un ricercato silenzio, lungo tre decenni.

Leggenda vuole che nel 2000 una Vashti finalmente a contatto con la rivoluzione virtuale si googli e scopra di essere divenuta, assieme al suo unico e negletto lavoro, un culto; e che, sorpresa, si dia da fare per ridare alle stampe Just Another Diamond Day, supportata ancora una volta da Joe Boyd.

Il resto, più o meno, è noto: entrata presto in contatto con gli agitatori di un movimento pronto ad innalzarla a pioniera e musa di genere – tra tutti, Devendra Banhart e la cricca weird/alt/prewar.folk di Brooklyn, NYC – la Bunyan si fa convincere a scrivere un secondo disco, ovvero l’insieme timido, ma incisivo, di canzoni che compone Lookaftering (tra una cosa e l’altra, resta anche il tempo per uno split con gli Animal Collective, Prospect Hummer). Il lavoro, a detta di questa luminosa Vashti che pure è ormai decisamente avanti con gli anni, è una raccolta di piccole, filtrate storie di famiglia raccolte in trentacinque anni, un libricino che racchiude delle altre favole nella favola. Un mosaico che aggrega tasselli che ritraggono ora i suoi due figli, ora suo marito, ora il fratello scomparso, ora la nostalgia o il sollievo della fine degli anni nomadi.

Infine, se ogni favola contiene una morale, allora quella che trapela dalla storia di Vashti Bunyan potrebbe suonare così: non importa quanto grezzo sia un diamante e quanti anni ci vogliano per scoprirne lo splendore; una volta lucidato, la sua brillantezza sopravvive alle epoche, alle generazioni, persino al buio della cassaforte meglio protetta. Perché neppure la volontà più ferrea riesce ad oscurarlo.

  • Diamond Day
  • Love Song
  • Lily Pond
  • Winter Is Blue
  • Where I Like To Stand
  • Swallow Song
  • Window Over The Bay
  • Rose Hip November
  • Come Wind Come Rain
  • Hebredean Sun
  • Rainbow River
  • Trawlerman"s Song
  • Jog Along Bess
  • Iri's Song For Us

Just Another Diamond Day (Spinney, 1970 / DiCristina, 2000)

di Marina Pierri

Nei tre / quattro anni di spostamenti che seguirono la fuga da Londra e dal mondo dorato dello stardom, la giovanissima Vashti Bunyan imparò che il fango ed il crepitio degli zoccoli dei cavalli non facevano bene da materiale lirico per le canzoni pop che da tempo scriveva su richiesta.

Così, mentre a bordo di un carro zingaro verde girava l’Inghilterra a capo della sua congrega umana e animale, Vashti decise di incanalare schiettamente la sua esperienza di nomade compulsiva in una serie di nuove canzoni: fu così che presero corpo magnifiche ed umili “nursery rhymes” come Lily Pond, Jog Along Bess (dedicata ai suoi tre animali, due cavalli ed un cane) o Come Wind Come Rain, frutti (im)maturi di una sensibilità che definire hippie, oppure freak, sarebbe semplicemente riduttivo. In canzoni folk tonde come Where I Like to Stand si rintraccia qualcosa di molto di più dello spirito di un’epoca o di uno stile di vita e Diamond Day, Window Over the Bay o qualsiasi altro singolo episodio della tracklist sembrano piuttosto appartenere alla categoria di quei rarissimi trionfi di autoreferenzialità, che finiscono per suonare universali al di là di ogni previsione.

Conoscere i dettagli narrativi dell’esistenza frastagliata della Bunyan - o sapere che agli arrangiamenti acustici del disco hanno partecipato tanto la Incredibile String Band quanto i Fairport Convention - aiutano a entrare più analiticamente nella sua musica, ma non c’è nulla nei suoi pezzi che richieda più di una certa sensibilità per farsi amare. Anche perché una voce come quella di Vashti ed una delicatezza compositiva ineguagliata come la sua non lasciano spazio a sentimenti tiepidi: una volta entrati in contatto con Just Another Diamond Day lo si respinge immediatamente oppure lo si porta con sé, nel proprio petto, accanto ai capolavori senza tempo e senza luogo capaci di fare, in qualsiasi momento, la differenza (9.0/10)

  • Lately
  • HereBefore
  • Wayward
  • Hidden
  • Against the Sky
  • Turning Backs
  • If I Were
  • Same but Different
  • Brother
  • Feet of Clay
  • Wayward Hum

Lookaftering (FatCat / Wide, 17 Ottobre 2005)

di Antonello Comunale

Prima chiamata da Glenn Johnson a fare una comparsata in Writers Without Homes dei Piano Magic, poi citata sempre più spesso dal giro di Devendra Banhart, infine approdata a dividersi con gli Animal Collective per un ep. Il miracolo di Vashti Bunyan sembra ripetersi e ora stiamo qui a discutere di un secondo disco in cui nessuno, lei per prima, avrebbe mai creduto. Lookaftering è lavoro di personalissima fattura, che riproduce in maniera inalterata le gentili e soavi fattezze british dell'esordio. Sembra passato un attimo dalle session degli anni '70. Il tempo si azzera; 35 anni sono un battito di ciglia quando le prime note di Lately aprono in punta di voce il sipario.

Un aggiornamento ai tempi viene tradito solo dalla ciurma dei collaboratori. Se sull'esordio pesavano i contribuiti del rinomato produttore Joe Boyd, di Robin Williamson (Incredible String Band) e Dave Swarbrick e Simon Nicol (Fairport Convention), Lookaftering è animato da una pletora di voci nuove; giovani leoni del settore come l'innamorato Devendra Banhart e l'erede Joanna Newsom, la cui inconfondibile arpa ammanta di mestizia la già malinconica Here Before. Altre comparse di rilievo sono quelle di Adem, Adam Pierce, Robert Kirby e Otto Hauser degli Espers. Ma il contributo maggiore arriva in sede di produzione, dove siede Max Richter, un raffinato alchimista dei suoni, autore di due pregevoli lavori su FatCat.

Un plauso al buon gusto e alla misura degli arrangiamenti. A tratti sopraggiungono folate di archi e frasi veloci di piano. Richter, come un pittore impressionista, colora rapidamente le forme. A queste ultime ci pensa la Bunyan. Nostalgica e tenerissima in brani intimi come parole sussurrate ad un orecchio. L'accoppiata Against The Sky e Turning Backs si segnala per la partitura più malinconica. If I Were ha un pensieroso carillion di harmonium, mentre Same But Different è il brano più onirico. Una ballata in punta di piedi per fate buone.

Pochi dischi come questo sono così pieni di empatia e umana tenerezza. Pura e semplice arte folk. Artigianato fatto con le mani e riscaldato con il cuore. Musica fuori dal tempo perché piena di qualità primigenie, che non si appoggiano ad una scena o ad una moda. Lookaftering è ricolmo di una personalità inconfondibile e a suo modo impenetrabile. (7.8/10)

Disc 1 (Early Singles/Demos)
  • Some Things Just Stick in Your Mind
  • I Want to Be Alone
  • Train Song
  • Love Song
  • Winter Is Blue
  • Coldest Night of the Year
  • I'd Like to Walk Around in Your Mind
  • Winter Is Blue (Demo)
  • Girl's Song in Winter
  • If in Winter (100 Lovers)
  • Wishwanderer (Demo)
  • Don't Believe
  • 17 Pink Sugar Elephants

Disc 2 (1964 Demo Tape)
  • Autumn Leaves
  • Leave Me
  • If in Winter (100 Lovers)
  • How Do I Know
  • Find My Heart Again
  • Go Before the Dawn
  • Girl's Song in Winter
  • I Don't Know What Love Is
  • Don't Believe What They Say
  • Love You Now
  • I Know
  • Someday

Some Things Just Stick In Your Mind (Fat Cat / Audioglobe, 11 ottobre 2007)

di Stefano Solventi

Sul come e perché Vashti Bunyan sia tornata in auge abbiamo già letto e detto. Sul fatto che meritasse una nemesi tardiva, ben pochi dubbi. Casomai, lo conferma questa ghiotta raccolta apparecchiataci da Fat Cat, due dischi (ma il minutaggio complessivo non raggiunge l'ora) per 25 tracce, di cui quattro edite come singoli mentre il resto è materiale rarissimo, inedito per non dire inaudito. La scaletta è inaugurata dalla title track, singolo cucinato per la di lei flautata voce dall'occhiuto Andrew Loog Oldham, manager dei primi Rolling Stones, personaggino tutt'altro che raccomandabile però dal fiuto indubbio, il cool nel DNA e un enorme senso pratico (consigliabilissima la lettura della sua autobiografia Stoned). Per questa Some Things Just Stick in Your Mind scomodò nientemeno che gli scellerati Jagger/Richards alla scrittura e scritturò una backing band corposa (archi, ottoni, pianoforte), sfornando così un folk-errebì che rimanda senz'altro a certe serafiche scorribande Belle And Sebastian. Gli altri tre pezzi editi sono più in linea con l'idea di eterea musa del folk-pop, vedi le delicate palpitazioni di I Want to Be Alone e Love Song, mentre il caracollare bluesato di Train Song fa ipotizzare qualche parentela con certe ugge Nick Drake.

Poi comincia lo spettacolo vero, una rassegna di "unreleased" e restored risalenti al biennio 66'-'67, i quali - indossati fruscii e impurità come altrettanti fregi preziosi - ci conducono dall'incanto malfermo di I'd Like to Walk Around in Your Mind (qualcosa dei primi Bee Gees) all'ineffabile surrealismo Donovan di 17 Pink Sugar Elephants (che poi è una Train Song in nuce) passando dalla solenne mestizia Fairport di Girl's Song in Winter, mentre Winter Is Blue ci lascia l'imbarazzo di scegliere il nudo languore della versione demo o l'incalcolabile struggimento ammantato d'archi della versione "unreleased single".

Il secondo disco ci fa compiere un passo indietro fino a quella che pare essere la primissima incisione della ragazza, ripescata nell’immancabile cassetto da un provvido fratello. Trattasi di un nastro datato 1964, vi compare la sola Vashti, chitarra e voce, microfono aperto e via. La qualità audio, diciamolo subito, è molto buona. I dodici pezzi invece non sono certo imprescindibili anzi piuttosto acerbi (salverei i palpiti ingenui di I Don't Know What Love Is, il ciondolare bizzarro di Don't Believe What They Say - preferibile alla versione presente nel primo disco come Don't Believe - ed il malanimo appassionato di Go Before Dawn). Bozzetti folk dalla fragile tenacia, buoni se non altro a verificare la disinvoltura della ragazza appena illuminata sulla via di Dylan, e quindi a pasturare il rimpianto per tutto ciò che avrebbe potuto dire in quella formidabile stagione oltre, prima e dopo il meraviglioso Just Another Diamond Day. A meno che il ritorno di Lookaftering e le incessanti collaborazioni coi Devendra Banhart e compagnia weird-folk non siano le premesse di una insperata “seconda parte” di carriera. Riparatoria. (7.0/10)