Da Catania a Chicago la strada è davvero lunga. O forse no. Fautori di un noise rock senza compromessi, gli Uzeda sono una vera istituzione dell'indie nostrano.
18 giugno 1995. I Fugazi suonano a Catania davanti ad un pubblico - non pagante - di 8.500 persone. Prima di loro ad esibirsi sono gli Uzeda. La mente non può che tornare a dieci anni prima, circa. A Catania il rock è sempre piaciuto da morire. Tra un pullulare di minuscoli gruppi musicali, nel 1987 Giovanni Nicosia (chitarra), Davide Oliveri (batteria), Raffaele Gulisano (basso), Agostino Tilotta (chitarra) e sua moglie Giovanna Cacciola (voce) incrociano le loro strade, dando vita agli Uzeda. Così si chiamano, perchè così si chiama una delle porte che delimitano l’antica città romana. Ma Uzeda è anche il nome della famiglia italo-spagnola al centro de I Viceré, meraviglioso affresco della Sicilia di fine ‘800. In loro, scrive Federico De Roberto, “la cocciutaggine è ereditaria molto più che l’impressionabilità”.
E così nei nostri, di Uzeda. Fieri, integerrimi, mai inclini a compromessi di sorta - le loro prime uscite sono contrassegnate dall’esergo: “dedicated to those who struggle to conserve the right to be themselves” -, gli Uzeda incarnano da sempre l’immaginario del gruppo indipendente. Il vero motore propulsivo della creatura è rappresentato dai coniugi Tilotta. Distanti miglia dalle cronache - fossero anche quelle in miniatura dell’universo alternativo -, vigili su tutte le fasi della creazione artistica, dalla scrittura alla produzione, dal management alla promozione, si occupano della musica rock in tutti i suoi aspetti. Gestiscono, oltre ad un negozio di dischi, la cooperativa “Prospettive Indigene – Indigena booking”, che segue con attenzione la scena locale e organizza concerti per la penisola, e si ritrovano, a venti anni da quel lontano 1987, a scrivere un disco che, quanto a furia comunicativa, non ha niente da invidiare ai primi lavori. Dal loro sodalizio artistico sono nati, oltre agli Uzeda, numerosi altri progetti; da quello privato un figlio, Sacha Tilotta che, cresciuto in quella Catania e con quei genitori non poteva che proseguirne il percorso - suona con Theremin e Three Second Kiss ha collaborato con Hoover e l’ex June of 44 Sean Meadows. Quando si dice, l’amore per il rock.

Già uscito sotto forma di demo due anni prima, Out Of Colours (A.V.Arts, 1991) è disco che puzza di millenovecentoottantanove lontano un miglio, dacché soffre in maniera spropositata il passaggio dagli anni ’80 agli anni ’90. Il mainstream rock sta impazzando in mezzo mondo e il grunge è alle porte: i Sonic Youth approdano su major. I cinque ragazzi catanesi respirano aria di cambiamento in un Paese che solo in minima parte sembra accorgersene. Il risultato sono dieci canzoni che svelano, oltre ad un’indubbia padronanza della materia, la consapevolezza di esser capitati alla periferia dell’Impero rock e la testarda volontà, tutta siciliana - “la cocciutaggine, ereditaria negli Uzeda molto più che l'impressionabilità”-, di liberarsi al più presto da tale impaccio. E’, a ragione di ciò, un disco autenticamente italiano, Out Of Colours, ma succube al contempo di un’esterofilia a tratti imbarazzante. Difficile scorgere le somiglianze con gli Uzeda che verranno. A quest’altezza Giovanna - sebbene già dotata di un timbro vocale riconoscibile - fa il verso alle chanteuse che mandano in visibilio le platee rock di quegli anni (si ascolti la coda di Goddam Thoughts).

Altrove, invece, pare di ascoltare una Kim Gordon appena più pacificata con sé stessa: avviene, ad esempio, in Between The Lines e Little Bird, che dai Sonic Youth prendono in prestito, oltre al cantato, umori dark squisitamente post-punk. Solo in Angel è dato scorgere i primi segni clinici di quel nascente autismo interpretativo che se ne impossesserà nei dischi successivi. Le seicorde di Agostino e Giovanni si concedono più di un assolo magniloquente (Hallucinated Games, Strade Di Notte); più in generale, il lavoro soffre per tutta la durata di angoscia dell’influenza: oltre all’ombra lunga dei Sonic Youth che si spande sull’atmosfera complessiva dei brani, fanno capolino certi U2 nelle chitarre di Big Face e Angel, la ballata R.E.M. in Strade Di Notte e Goddam Thoughts, addirittura spigoli R.H.C.P. in Double Dreams. Pur lasciando presagire potenzialità inespresse, Out Of Coloursè un album che si fatica ad ascoltare per intero oggi, anche a motivo di una produzione tutt’altro che soddisfacente e in special modo se lo si fa con i lavori successivi nella mente. (5.5/10)
Il tipico suono Uzeda inizia a delinearsi con Waters (A.V.Arts, 1993). In quegli anni di rock da stadio e sensazionalismi grunge, ribolliva nel sottopelle dell’underground americano il germe del noise: ad esserne infettati maggiormente gruppi come Big Black, Shellac, Jesus Lizard, Helmet. Guarda caso dietro a tutti questi nomi si cela, in un modo o nell’altro, il deus ex machina Steve Albini, vera e propria eminenza grigia dell’America underground più radicale. E’ a quell’America che gli Uzeda volgono ora recisamente lo sguardo, ed è Steve Albini in persona a sbarcare in Sicilia per registrare e produrre il disco. Ma il gruppo è in grado di appropriarsi con forza – quella tenacia già scorta in Out Of Colours - di un sound unico e in realtà inimitabile, marchiato a fuoco dall’estro interpretativo di Giovanna. Non si era mai ascoltato qualcosa del genere. Si prenda Well Paid, brano che apre la partita come meglio non potrebbe: sullo sfondo della sezione ritmica geometrica e quasi circolare, lacerata dagli squarci chitarristici di Agostino e Giovanni, si staglia imperioso - a tratti ingombrante - il suo cantato recitativo, quasi angosciata nenia da teatro dell’assurdo.
La voce della Cacciola è salmodiante, teatrale, boriosa, finanche indisponente: di fatto incontrastata prima attrice di queste insolite note. Smarrita nei rivoli di un’incomprensibile conversazione tra sé e sé stessa, le capita talvolta di perdere gli ultimi contatti rimasti con il mondo esterno - nello specifico rappresentato dagli altri strumenti -: l’ascoltatore finisce così per ritrovarsi sospeso in una dimensione onirica e straniante (Needle House, I’m Getting Older, Tied). Anche i titoli più classicamente noise (Save My Snakes, It Happened There, 30, Roaming World) acquistano spessore in virtù di un approccio eterodosso alla materia, cosicché i momenti più deboli di Waters si limitano ai pochi echi di una scrittura ancor memore di Out Of Colours (la ballata Pushing All The Clouds, la scolastica Big Shades And Tides). (7.4/10)

Le note di Waters arrivano alle orecchie attente di John Peel,che non manca, da instancabile talent scout, di scorgerne la carica dirompente ed innovativa. Manda in onda il disco per tutto l’inverno, sì che non sorprende ritrovarlo al decimo posto della classifica indie riportata da Melody Maker, né constatare come il culto per Uzeda si sparge velocemente oltre i confini patri.
I cinque musicisti sono invitati per ben due volte - prima di loro era accaduto solo alla PFM - negli studi del primo canale della BBC. Dalla prima delle Peel Sessions (Strange Fruits, 1994) nasce un EP contenente tre brani da Waters e tre inediti, uno dei quali (Higher Than Me) confluirà nel lavoro di imminente pubblicazione. Il disco fotografa un quintetto in assoluto stato di grazia, libero di premere sull’acceleratore e rendere ancora più tirati tre degli episodi più duri dell’album (It Happened There, Well Paid, ormai manifesto del suono Uzeda, una Save My Snakes particolarmente feroce). Se il pubblico ha gradito le dissonanze e le ruvidezze di Waters, se ne può allora mettere alla prova il grado di sopportazione con le nuove Spread e Slow, quasi Helmet nel loro incedere alienato e martellante. Gli Uzeda non sono mai stati così pesanti, gli Uzeda non sono mai stati così consci dei propri mezzi: un futuro radioso è alle porte. (6.8/10)

Quel futuro si chiama America. L’uscita di un nuovo lavoro – l’EP 4 (Touch & Go / Wide, 1995) -coincide con due avvenimenti di rilievo: Giovanni Nicosia lascia pacificamente il gruppo, rendendolo un quartetto, e la Touch & Go, storica etichetta chicagoiana, se ne assicura le prestazioni per il futuro; è la prima volta che accade con una band europea.
Surrounded e Right Seeds illustrano chiaramente quanto lavorare con Steve Albini abbia significato per i quattro catanesi: tutte nervi e stop and go, avrebbero potuto scriverle degli Shellac meno dispersivi. E poi c’è quella voce: la rabbia è sempre più elemento costitutivo del fare declamatorio di Giovanna, che in Sleep Deeper imbastisce un cattivissimo botta e risposta con la chitarra di suo marito. Higher Than Me innesta su ritmica quasi funk le ormai classiche contorsioni - sempre più complesse - a cui Agostino provvede ora da solo e gli enfatici fraseggi della frontwoman: il risultato è qualcosa di molto simile al no-fi dei God Is My Co-Pilot. Il disco è diretto e coinciso - come diretta e coincisa s’è fatta la scrittura dei quattro - e costituisce l’ideale passaporto con cui presentarsi alla dogana dell’indie rock a stelle e strisce. (7.0/10)

E’ facile immaginare, stando a ciò che si è detto sinora, da quanta trepidazione fosse circondata l’uscita del primo long playing su Touch & Go. Gli Uzeda rispondono con Different Section Wires (Touch & Go / Wide, 1998), disco difficile e polisemantico, che del noise baratta frangenti di immediatezza e visceralità in cambio di una scrittura arty e intellettualistica - e, invero, talvolta appena macchinosa. Con il solito fare temerario e audace, si lasciano andare a certe asperità primi Blonde Redhead in Steel Man; si dedicano con calma ad alimentare spasmodica attesa di elettricità nella percussiva Stomp. Agitano le acque con cambi di tempo repentini e improvvisi (Suaviter), e quando ci si mette anche il cantato di Giovanna - talora ridotto a biascicato discorso in stato di trance - si arriva a toccare il margine dell’inintelligibile (The Milky Way, Female). Big Lies, con quel refrain quasi blues ripetuto allo sfinimento, fa pensare agli U.S. Maple, mentre in altre stanze (Nico And His Cats, Ten Star) ci si ritrova in compagnia degli amici di sempre. Album che richiede un cauto addomesticamento - si legga: numerosi ascolti -, Different Section Wires, pur acuminando a dismisura certi spigoli del suono Uzeda, ne rappresenta a pieno diritto l’epitome. (7.2/10)
Con più di 1.500 concerti sulle spalle, la macchina da guerra dei quattro catanesi si concede una pausa di riflessione, quasi a lasciare che Different Section Wires venga metabolizzato dai frequentatori del rock. I coniugi Tilotta si dedicano al progetto Bellini e alle sue alterne vicende, Gulisano e Oliveri aiutano Gianna Nannini a realizzare Aria (1999). Nel 2004 il gruppo torna ad esibirsi dal vivo, lasciando presagire che un nuovo album sia prossimo a vedere la luce...

A ben otto anni di distanza da Different Section Wires arriva Stella. Non fosse altro che per questioni di età, ci si aspetterebbe degli Uzeda più ammansiti, riflessivi, quasi a disagio con il lessico del rock. E invece basta l’iniziale Wailing a mettere le cose in chiaro: basso rutilante e corposo, chitarra che pare un intonarumori, siamo al cospetto di una delle cose migliori mai scritte dal gruppo. La voce di Giovanna si è fatta matura e duttile: non disdegna insoliti virtuosismi (Steam, Rain, And Stuff, Camillo), e in Time Below Zero si lascia addirittura andare a pantomime Björk.
L’assetto a quattro è rodato dall’instancabile attività live: apparentemente avulsi e autosufficienti - quasi avessimo a che fare con musicisti jazz -, chitarra, basso e batteria percorrono sentieri aspri e accidentati che per incanto conducono a sintesi perfette (What I Meant When I Called Your Name, From The Book Of Skies). La chitarra di Agostino, in particolare, si inerpica in acrobazie sempre più ardite, emette suoni al limite dell’immaginabile, reclama a gran voce e a più riprese (Wailing, This Heat, Time Below Zero) almeno un ruolo da comprimario. Otto anni per meno di trenta minuti di musica, ma tanta pazienza sembra esser sata ripagata: Stella ospita i migliori brani dai tempi di Waters e, forse, i migliori Uzeda in assoluto. (7.4/10)