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Uncode Duello

di AA. VV.
Il ritorno di due personaggi importanti nel campo della sperimentazione, Xabier Iriondo e Paolo Cantù, con un nuovo progetto che richiama e al tempo stesso rinnova le precedenti esperienze musicali.
Foto: Uncode Duello

I codici infranti dei duellanti

di Italo Rizzo e Fabrizio Zampighi

Paolo Cantù e Xabier Iriondo, due figure importanti del panorama avant/impro (o più genericamente free) italiano, da quindici anni a questa parte. Due nomi che hanno attraversato molteplici identità e stili, sempre all'insegna della sperimentazione e della radicalità. Adesso sono insieme in duo, oltre a proseguire una miriade di altri progetti, un duo atipico in quanto Uncode Duello non è banalmente la somma di due capacità, né un confronto tra due chitarristi dal background similare, bensì una tappa di un viaggio del quale non è nota la destinazione, una rivisitazione di luoghi sonori perigliosi e dai confini incerti, con apparizioni continue di fantasmi in forma di voci, di ricordi, di musiche finora sconosciute. L’esordio omonimo, recentemente pubblicato da Ebria e Wallace, è un ottimo disco, mentre non meno interessanti si rivelano gli altri progetti: Tasaday, un gruppo la cui storia inizia negli anni ottanta, un nome culto; Four Gardens In One, quartetto dedito a sonorità più ruvide ed incompromissorie, Ear(e)Now, in cui suona il solo Xabier con Alberto Morelli, fautori di un mini-cd che lambisce la musica contemporanea; e ancora i Polvere, i Permanent Fatal Error per dire solo di quelli attivi oggi e chissà quanti altri ancora usciranno, tutti sotto il marchio Wallace, etichetta sempre attenta nel diffondere un'idea di musica libera da schemi. Per poter comprendere appieno le personalità dei due chitarristi (in realtà polistrumentisti) è utile recuperare i cd a nome A Short Apnea, il trio con Fabio Magistrali che, più volte sottovalutato, ha rappresentato uno degli episodi più felici di contatto tra il post rock e il kraut, con decise istanze minimaliste. Difficile scoprire cosa ascolteremo nei prossimi dischi a nome Uncode Duello; di certo quel viaggio è lungi dall'essere terminato e sembra anzi una continua ri-partenza.

Intervista

di Italo Rizzo e Fabrizio Zampighi
La seguente intervista si è svolta in due tempi, una parte dal vivo con entrambi e l'altra via e-mail con Xabier. Inevitabile parlare delle esperienze passate, dei cambiamenti e delle costanti di queste avventure nella musica moderna. Ovvero come evolversi senza tradire il proprio stile personale.

- Riguardo la vostra collaborazione con i Gorge Trio, concretizzatasi nel cd “…Just arrived”, uscito lo scorso anno, vorrei sapere in che proporzioni vi ha influenzato, a livello di coordinate musicali, in ciò che suonate adesso in duo.

Paolo Cantù (PC): Le registrazioni risalgono al 2001, come tutte le esperienze ci è rimasta, è stata sicuramente positiva e ne abbiamo tratto degli stimoli, mentre la gestazione del disco è stata lunga perché c’erano visioni differenti su ciò che doveva uscire, abbiamo fatto tre giorni di registrazioni ma il mixaggio è stato fatto a distanza.

- Cosa vi ha spinto a cominciare questa nuova avventura e che tipo di progetto musicale vorreste veicolare con il gruppo? C’erano brani che avevate in mente da tempo di fare o si tratta in gran parte di improvvisazioni?

Xabier Iriondo (XI): UD non è una “nuova” avventura. E’ il “nostro” progetto musicale. Io e Paolo suoniamo insieme da 13 anni. Paolo è una delle figure umano/artistiche che più mi ha influenzato.
Ricordo ancora quando diciassettenne andavo a vedere i concerti dei primi Afterhours (1988) e rimanevo tutto il tempo a guardare e studiare questo chitarrista dal sound così particolare (già allora il suo modo di suonare era riconoscibilissimo).
Dopo varie esperienze musicali comuni ( Six Minute War Madness, A Short Apnea, Tasaday) abbiamo scelto di costruire un progetto da soli (spalleggiati da qualche “amico”) e di portare avanti qualche cosa che fosse la vera espressione del nostro “comune” sentire. Nessuna “mediazione” artistica con altri, seguendo solo l’istinto/ragionamento che da anni ci accomuna. In alcuni casi abbiamo chiesto la collaborazione di altre persone che sentiamo vicine a noi, umanamente e attitudinalmente, cioè nel modo di vedere e sentire la musica, inteso anche come approccio allo strumento. Nei prossimi mesi vorremmo spingere il lato live di questo progetto, affrontando i concerti ogni volta con differenti batteristi ma rimanendo, comunque, un duo.

PC: Fondamentalmente ci sono state due session di registrazione, una con Lucio Sagone e a distanza di un mese con Christian Calcagnile, due batteristi molto differenti e allo stesso tempo uniti nell’utilizzo di materiali eterogenei. Da queste session abbiamo estrapolato alcuni momenti; possiamo definire la nostra un’improvvisazione guidata, nel senso che avevamo in mente il tipo di atmosfera da creare per ciascun pezzo.

- Ascoltando il disco mi è parso di cogliere, nei suoni, una maggiore apertura rispetto a quanto poteva accadere, ad esempio, con Tasaday o A Short Apnea. Brani più brevi, omogenei, diretti. E’ solo un’impressione o è qualcosa di più?

XI: UD è il contenitore nel quale riponiamo i nostri “comuni” interessi musicali.
Non so se questo possa essere inteso come una maggiore apertura rispetto a quanto accadeva con altri progetti.. Sicuramente c’è un interesse particolare verso tecniche o aspetti improvvisativi/compositivi ereditati dall’esperienza A Short Apnea.
L’utilizzo massiccio di voci o di contributi concreti porta un forte senso evocativo e la melodia è sempre celata o avvolta in cappotti “invisibili”.

- Uncode Duello è un progetto destinato ad evolversi e ad avere una sua storia o un’esigenza creativa limitata al solo “qui ed ora”?

XI: UD è il sentiero che abbiamo deciso di percorrere insieme io e Paolo, qualche volta tenendoci per mano e qualche volta urtandoci, cercando sempre un meta-linguaggio che fosse espressione della nostra sensibilità comune.
Come si evolverà questo progetto non te lo posso dire anche perché non lo so nemmeno io. Di sicuro cercheremo di non ripeterci e di fare in modo che ogni volta che imbracciamo le chitarre ci sia quello spirito “fresco” e di continua discussione/provocazione che da anni abbiamo assunto come “legge” del nostro comune percorso.

- Negli ultimi anni si sono moltiplicati i vostri progetti, intendo di gruppi paralleli, anche se in realtà non ce n’è uno “madre”, come fate a conciliare tutto, è una questione di tempi, di persone con cui si suona o altro?

XI: Credo ci sia un malinteso: non necessariamente quando si hanno più collaborazioni, anche contemporanee, vuol dire che si faccia fatica a gestirle. Dipende dal soggetto, non solo nell’arte, ci si può dedicare a questi progetti anche se di natura differente.
PC: E’ una questione di interazione con le persone, ci si immedesima nella situazione data, diventa irrilevante se hai già adoperato certe soluzioni sonore con i Tasaday piuttosto che con Uncode Duello.
XI: In più accade questo: noi siamo due chitarristi ma nel corso degli anni abbiamo stabilito una coesione anche con altri strumenti, e a seconda dei gruppi cerchiamo di peculiarizzare una caratteristica del modo di suonare. Credo di poter dire per Paolo che, come attitudine, è sempre la stessa persona che suonava alla fine degli anni ottanta negli Afterhours, cambiano le influenze, gli stimoli, le tecniche scoperte e i bisogni da esprimere.
PC: Parlando di gruppo madre, forse nel nostro passato lo sono stati i Six Minute War Madness, perché è stata la prima esperienza insieme e perché da lì abbiamo iniziato a sperimentare, ad esplorare nuovi mondi, spesso ci trovavamo a casa a fare una sorta di Uncode Duello ante litteram.


- In questo senso, mi sembra che in Full Fathom Six , terzo disco dei SMWM, ci fossero i germi di ciò che è venuto dopo.

XI: Secondo me i primi segnali di una nostra evoluzione erano presenti ne Il vuoto elettrico, il secondo album, per via di alcune sonorità, di field recordings e soprattutto di mix, grazie alla collaborazione di Fabio Magistrali.
PC: Così nacque il bisogno di creare ASA, di allargare ancora di più i nostri orizzonti, fino al concepimento di FFS, che è stato ideato con Fabio e rappresentava una sorta di sintesi di quelle sperimentazioni. Inoltre, attraverso scambi e ascolti di dischi tra noi tre, in quel periodo siamo entrati in contatto con mondi che stavamo cercando ma che forse non avremmo trovato senza stimolarci a vicenda, è stata una fase molto intensa e bella.


- Vorrei saperne di più sull’immagine di copertina del cd, mi sembra un’introduzione adeguata al contenuto…

XI: Noi adottiamo sempre una metodologia che comporta la casualità, da un lato, e delle scelte rigide, costruite da paletti fissi, dall’altro. In questo caso cercavamo un’idea di dualità, così attraverso una serie di ricerche abbiamo scoperto quell’immagine che sta al centro del disco, una raffigurazione del primo codice del duello del 1682. In questo codice venivano indicati per la prima volta in maniera certa i movimenti e i colpi consentiti. Il nostro percorso consiste prima di tutto nello smembrare questa codificazione, quindi in quell’immagine abbiamo cercato di distruggere gli elementi che indicavano le varie mosse. Riguardo la copertina, il caso ci ha portato a trovare, mediante internet e inserendo delle parole chiave nei motori di ricerca, questa foto di una rappresentazione teatrale, che poi abbiamo elaborato, di due scale contorte che si muovono parallelamente. L’abbiamo scelta per via dell’elemento di dualità presente e delle differenze macroscopiche dettate dal movimento, un po’ come il nostro percorso musicale ed esistenziale.

- Avete mai pensato di impostare questo duello come una pratica volta a dissolvere l’autorialità presente comunque nella musica, attraverso collaborazioni/contaminazioni, fino a rendere indistinguibile chi ha suonato cosa?

XI: Credo che quello che succederà è di non ripeterci. Ci avvarremo di una strumentazione maggiore: già negli ultimi tempi degli ASA non usavamo degli strumenti che in questo disco invece compaiono. Non so se con l’improvvisazione si annullerà quell’identità che si è formata negli ultimi dodici anni, da quando suonavamo rock con strutture ben definite. Quando non ci sarà nulla di nuovo da aggiungere, non avrà più senso esserci, questo lo sappiamo benissimo.
PC: Vorrei sottolineare che l’idea è quella di un duo allargata ad altre entità, persone con cui troviamo affinità.

- A proposito dell’utilizzo di nastri, voci trovate ecc. la presenza di Pasolini (direi quasi lo “spettro” avvolgente) va intesa come un omaggio o ha altre valenze?

XI: Dal canto mio ritengo che l’uso di queste voci, di questi ricordi, derivi dal fatto che queste sorgenti hanno un valore ed una forza pura che difficilmente si riesce oggi a creare. Abbiamo voluto calcare la mano su certi aspetti, su dei riferimenti che hanno un ruolo nella storia degli Uncode Duello, Pasolini è uno di questi, poi c’è un estratto da un film di Kurosawa, Dersu Uzala, ed altri ancora.

- Una curiosità riguardo il passato recente di Xabier. Mi rendo conto di essere fuori tempo massimo per rivolgerti una domanda del genere ma te la pongo lo stesso dal momento che non ho avuto occasione di farlo prima. Cosa è cambiato in Xabier Iriondo da quando è finita l’avventura con gli Afterhours? Ancora convinto della scelta fatta? Quali le ragioni alla base della separazione?

Xabier Iriondo(XI): Ho suonato con gli Afterhours per dieci anni, realizzato dischi in cui si voleva far convivere melodia e qualche ruvida stranezza, girato l’Italia in lungo ed in largo provando ogni sorta di esperienza (dalle cantine ai palazzetti sportivi). Semplicemente ne avevo abbastanza. Ritenevo (e tuttora ritengo) chiusa la fase esplorativa di quel progetto. Avevo voglia di dedicarmi con più tempo e maggior concentrazione ai progetti musicali e di vita su cui da tempo stavo ragionando. Grazie a questa scelta (e quindi al tempo libero creatosi nella mia vita) ho potuto condividere esperienze musicali di vario genere con artisti/amici che stimo e fare scelte artistiche mai dettate da principi quali il profitto o la convenienza.


- Sei un musicista poliedrico e con la voglia di sperimentare. Afterhours, Tasaday, Six Minute War Madness, A Short Apnea hanno mostrato, nel tempo, un percorso artistico caratterizzato dal tentativo di uscire dalla solita routine creativa e dalle strutture musicali più ordinarie.

Da ascoltatore mi sono fatto un’idea a proposito di quelli che sono gli elementi distintivi di ognuno dei progetti a cui hai partecipato però mi piacerebbe che fossi tu, per una volta, a delineare tali elementi…

XI: Nel mio percorso musicale ho sempre cercato di fare cose che mi emozionassero.
Sono attratto dalla “ricerca”, nel significato più generale del termine.
Ad ogni progetto al quale ho partecipato o che ho creato ho cercato di dare innanzitutto un contributo in termini di analisi e ricerca sonora, poiché il suono e le sue varie componenti sono la base emozionale alla quale faccio sempre riferimento.
L’idea di non seguire sempre uno stesso procedimento di composizione d/nelle strutture musicali dipende dal fatto che non amo particolarmente ripetermi. Preferisco cercare strade differenti (spesso molto lontane) per esprimere concetti.
Sono sempre stato lo stesso chitarrista in tutti i gruppi in cui ho suonato e ritengo lo si possa notare ascoltando i dischi.
Probabilmente l’unica sfumatura/evoluzione stilistica che penso di aver acquisito negli ultimi anni (e quindi nei progetti che partono dal 2000) è l’elaborazione, attraverso nuove tecnologie, del segnale audio (in tempo reale o in post-produzione a seconda dei casi).

- Ti senti pienamente rappresentato dalla musica che proponi o la ritieni un passaggio obbligato verso qualcos’altro?

XI: La musica che ho fatto o che ancora sto facendo rappresenta la mia personalità.
Sono attratto da varie forme di applicazione artistica (colori, pittura, immagini, video, nuove tecnologie e riscoperta di “vecchie” tecniche). Chissà, magari in futuro riuscirò a fondere tutti i miei interessi in un progetto globale (per ora è sicuramente prematuro, ma mi piacerebbe intraprendere percorsi artistico/musicali legati alla performance/interazione con il pubblico).

- Cosa è la musica per Xabier Iriondo?

XI: L’intelligenza applicata ai suoni ed al silenzio.

- Oltre al progetto Uncode Duello di cosa ti occupi in questo periodo?

XI: Nell’autunno di quest’ anno aprirò un negozio a Milano.
Il nome sarà Soundmetak. Scopo di questo progetto sarà offrire uno spazio artistico/musicale a coloro che cercano in particolari strumenti e/o oggetti musicali (lap steel guitar anni ’30, radio transoceaniche valvolari, grammofoni portatili, oggetti elettronici autocostruiti, dischi, libri, etc) un feeling che ultimamente manca in quelli ordinari.
Un luogo in antitesi ai supermercati della musica (chitarre e bassi elettrici, amplificatori, batterie, synth, etc) oggigiorno imperanti.

- Che genere di ascolti attraggono la tua attenzione?

Tutto ciò che contenga personalità ed originalità (meglio se primitivo o comunque legato alle avanguardie musicali del novecento). Alcuni esempi:
- il blues primordiale (1900-1920)
- le avanguardie classiche contemporanee ( E.Varese, J.Cage, Messiaen, Ligeti…)
- il free-jazz nelle sue forme più estreme
- il kraut-rock ( Can, Faust, Neu!...)
- il Canterbury sound ( Soft machine, R.Wyatt…)
- il rock in opposition ( Henry Cow, Fred Frith, …)
- certo free-rock inglese fine settanta ( This Heat, Pop group, Gang of Four,…)
- la no wave ( Contortions, DNA, Mars…).

Copertina:(Wallace - Ebria / Audioglobe, 2004)
  • L'alba del disagio
  • Nursery rhyme
  • Prestu, pentsakor eta pegatu (ppp)
  • Turnontuneindropout
  • Soundtrack for ud
  • Jf sleeps
  • In collisione
  • Riso spezzato
  • Growin' down (crescendo)
  • Free steps
  • Anatomy collides
  • Debut rescue
  • Finale

S.t. (Wallace - Ebria / Audioglobe, 2004)

di Fabrizio Zampighi

Un insieme di note strappate al silenzio ed assemblate sapientemente col fine di veicolare frammenti spigolosi di emozioni, destrutturare rassicuranti consuetudini, sdoganare inusuali riflessioni. Fuor di metafora, Uncode Duello non è altro che l’ennesima creatura di Xabier Iriondo e Paolo Cantù - ex Afterhours, ex Six Minute War Madness, ex Tasaday, ex A Short Apnea -, artisti che nel tempo hanno abituato il proprio pubblico ad una formula musicale libera da schemi e che non rinunciano, anche in questa occasione, a proseguire nella stessa direzione.
Questa volta, abbandonate le dilatate evanescenze a nome A Short Apnea, se ne escono con 13 cavernosi strumentali sulla breve distanza dai toni poco rassicuranti.
Tra rumori di fondo e vociare confuso, lamenti strazianti e campionamenti diffusi, emerge l’anima del disco, divorata da fendenti di chitarra che ritagliano dolenti nevrastenie, cullata da fiati allusivi che odorano di free jazz, resa palpabile da accenti sonori d’ambiente e schizzi sparsi di batteria. I brani – rari i casi in cui superino i cinque minuti – sono strutturati come brevi capitoli di un progetto sonoro che vuole dare un volto alla realtà in cui viviamo, con la confusione, l' angoscia, il cinismo che la pervade.
Il disco spazia dal jazz colemaniano di Free steps all’inno "lisergico" di Turnontuneindropout – questa volta la massima frutto dell’ingegno psichedelico di Timothy Leary sottintende il sintonizzarsi col caos circostante– dal levarsi angosciante de L’alba del disagio alle rimembranze vagamente pinkfloydiane – quelli di Astronomy domine – di Debut rescue, dall’inesorabile scorrere inverso di Soundtrack for UD alle atmosfere rarefatte di Finale. Il tutto, nonostante sembri il frutto di soluzioni strumentali estemporanee, mostra sottopelle un’innegabile tendenza al perfezionismo che preme perché ogni dettaglio sia strettamente legato all’altro, nell’ottica di un suono che proprio dai dettagli trae la propria ragion d’essere.
Cantù e Iriondo riescono così a sintetizzare un sentire che dimostra un fascino sottile, capaci di prendere per mano l’ascoltatore e di guidarlo con attenzione nel loro personale labirinto di suoni, fino al termine dell’opera.
Un’opera inquietante, beffarda, maniacale, corruttrice ed intrigante, che ha il poco rassicurante merito di somigliare ad una sorta di concept sul mondo moderno, dalla sua nascita passando per il decadente declino fino all’inevitabile finale. (8.0/10)

  • Le Cose Più Importanti
  • Asilo (Cappabianca)
  • B & The Wheel
  • Contronatura
  • Traidor, Cobarde, Asesino
  • Wir Sind Ein Opernbau
  • The Great Crane
  • Lost R 16 P.M.
  • Bla   Nkg   En   Erathion
  • I Piaceri Del Mezzofondo
  • Dentro Al Muro
  • Don Lope De Aguirre

Ex Æquo (Wallace / Audioglobe, novembre 2006)

di Stefano Pifferi

Disco di un duo che però è una moltitudine. Non solo numericamente, dato che alla premiata ditta di Cantù e Iriondo, si aggiungono uno stuolo di amici e collaboratori. I batteristi innanzitutto: a Lucio Sagone e Christian Calcagnile, già presenti nell’omonimo esordio, si sono aggiunti Claudia De Simone di Aghata e il sinistro Bertacchini, con il quale Iriondo ha firmato l’ultimo volume della MailSeries della Wallace. Ma da segnalare è un ospite in particolare, Federico Ciappini, cantante di Six Minute War Madness che presta la sua voce in tre pezzi tra cui l’iniziale Le cose più importanti. Sì, perché appena il disco parte non sembra di essere di fronte ad un albo del duo, ma a qualcosa di altro. Sembrano scorrere in pochi minuti (in quei pochi secondi di stupore iniziale) gli ultimi 10, forse 15 anni di rock alternativo italiano. Dentro ci sono ovviamente SMWM e l’idea di una via italiana al rock internazionale, ma anche i Massimo Volume più grezzi del periodo pre-Stanze, gli Afterhours esterofili e mille altre cose ancora. Un attacco emotivamente da 30 e lode.

Non c’è però solo spazio per i sentimenti come la nostalgia. Il disco vive di vita propria fra rock songs compiute e sprazzi di impro; della prima categoria fanno parte pezzi come la citata le cose più importanti, I piaceri del mezzofondo (Giò dei La Crus che canta su un pezzo out-rock degli Starfuckers?) o la conclusiva Don Lope De Aguirre, dall’andatura claudicante simil Madrigali Magri / El Muniria prima della catarsi finale.
Sul versante meno convenzionalmente rock trovano spazio le deflagrazioni represse di Contronatura, le frasi musicali autistiche di Traidor, Cobarde, Asesino, la fattanza indianeggiante di Wir Sind Ein Opernbau o nelle sospensioni di Dentro al muro. Sia chiaro, la divisione tra le due anime non è così netta e tende spesso alla compenetrazione come succede nell’afasica cavalcata ritmica di The Great Crane. Ottimo poi l’uso dei nastri preregistrati che dona un tocco cinematografico alle atmosfere sospese del duo + molti.

Come se la lotta tra i due pupi in copertina, quello più compiutamente rock e quello impro-destrutturato, si fosse risolta in un Ex Æquo che rappresenta una sorta di ideale summa del lavoro svolto sul corpo morto del rock italico dalla frantumazione di A Short Apnea nei mille progetti odierni. (7.2/10)