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Two Lone Swordsmen

di AA.VV.
Dal post punk degli esordi accanto a Genesis P. Orrige, alla rivoluzione electro dei Sabres Of Paradise fino a arrivare all'attuale alla svolta wave-rock.
Piccoli promemoria su Andy Weatherall
Foto: Keith Tenniswood e Andy Weatherall

Andy Weatherall: il mentore dell’elettronica con la passione per la no wave

di Daniele Follero

Per quanto Andy Weatherall sia considerata una personalità cardine della scena techno (e il suo nome risuoni spesso nei club londinesi), le sue radici musicali ventennali affondano nella stagione della No Wave.

Andy cresce nella Londra del post punk e collabora con Genesis P. Orridge entrando a far parte dei suoi Temple Of Psychic Youth. Punk attratto dai suoni elettronici, colui che diventerà pochi anni dopo uno dei produttori più stimati dell’indie rock, si fa coinvolgere dall’esplosione dell’acid house proveniente da Chicago e Detroit e inizia come dj e remixer, per poi dare vita ai Sabres of Paradise, formazione messa in piedi a inizio anni ’90, insieme a Jagz Kooner e Gary Burns.

Mentre i Sabres rivoluzionano l’electro inglese, Weatherall ha già compiuto la svolta decisiva per lui e per il rock: Screamadelica dei Primal Scream, sotto il segno della sua produzione, diventa una pietra miliare, il passo definitivo nel cammino che ha portato alla contaminazione tra dance e rock. Avrebbe potuto campare di rendita, ma il vecchio Andy è un personaggio che ama mettersi sempre in discussione e, dopo aver reinventato i Primal Scream, prova a reinventare sè stesso: attorno alla metà degli anni ’90, lascia il giro dei clubs, l’elettronica allucinata e allucinante del Sabres of Paradise, l’attività di remixer e perfino le sue performance come dj nel “suo” locale londinese, il Sabresonic, per immergersi, in coppia con Keith Tenniswood nel nuovo progetto dei Two Lone Swordsmen.

Partendo da un’electro house minimalista e passando per la techno di Tiny Reminders, i due “spadaccini” continuano il loro percorso elettronico da una prospettiva diversa, che non disdegna l’esperienza del two-step dei Sabres nè le radici post punk di Weatherall. Per una svolta significativa tuttavia occorre attendere il 2004, l'anno dell'acclamato From The Double Gone Chapel.

I due Swordsmen, messe da parte le alchimie sintetiche della musica elettronica, prendono a presito dal rock batterie, bassi e chitarre e danno vita a un sound che pochi si sarebbero aspettati anche solo un anno prima. Il risultato è un crossover che affonda le sue radici nella dub-wave dei primi anni ’80 e reinterpreta il punk funk in chiave electro. Troppo per chi era abituato ai remix danzerecci di Weatherall? E per i rockettari? I due non si preoccupano minimamente di questo e preparano un live set avvalendosi di una band di cinque elementi in cui trova spazio solo un synth!
In attesa di vederli alle prese con il repertorio di messe gregoriane o con un coro di voci bulgare, ce li godiamo in questa nuova veste, tenendo ben presente che gli Swordsmen ci stupiranno ancora, anche se non si sa come.

Copertina: Tiny Reminders (Warp, 2000)
    01. Tiny reminder n.1
    02. Machine maid
    03. Neuflex
    04. Culture stains
    05. Death to all culture snitshes
    06. Very futuristic
    07. Tiny reminder n.2
    08. Brootle
    09. You are...
    10. Akwalek
    11. Rotting hill canival
    12. Section
    13. Tiny reminder n.3
    14. C.T.M.
    15. The bunker
    16. Solo strike
    17. Foreververb
    18. It’s not the worst I’ve ever looked, just the most I’ve cared
    19. Constant reminder
    ...

Tiny Reminders (Warp, 2000)

di Daniele Follero

Dopo l’escursione downtempo dell’ep A Barg Of Blue Sparks e di Stay Down, il nuovo millennio, per i Two Lone Swordsmen, si apre all’insegna della minimal techno.

Tiny reminders nasce a seguito della fine del progetto Sabres of Paradise, a testimonianza della estrema produttività di Andy Weatherall, vero e proprio mentor della scena techno per tutto l’arco degli anni ’90. In occasione della seconda uscita full-lenght per la Warp, gli Swordsmen danno sfoggio di un grande mestiere nell’articolare i suoni. Tanti “piccoli segni” (tiny reminders, appunto) elettronici, che si compongono in una variegata tavolozza di suoni e ritmi e che mettono d’accordo il synth funk dei primi anni ’80, la tradizione dell’house e le nuove frontiere techno-logiche. Ma, per quanto sia un album che segue il percorso già tracciato da Weaterhall e Tenniswood, l'album, analizzato con il senno di poi, ha in nuce già gli elementi della svolta “rock” di From The Double Gone Chapel. Comincia ad intravvedersi, in quest’album, l’influenza del punk funk di matrice no wave, anche se risuona come un eco sfocata un un marasma di breakbeats. A prevalere sono, infatti, le ritmiche two-step e drum’n’bass che agli estremi opposti sfociano nell’ambient e nel funk cibernetico.

A partire dal giochino glitch di Tiny Reminder n.1 (che ne precede altri due), la musica prende le strade più disparate. Se Machine Maid, Death To All Culture Snitches e Solo Strike concedono ancora qualcosa al dancefloor, chi si aspettava di ballare molto con quest’album sarà rimasto sicuramente deluso. A prevalere è una sorta di atmosfera ambient che può trasformarsi in episodi “meditativi”, come Akwalek, o in tappeti sonori darkeggianti (Tiny Reminder n. 2).
You are.., richiama il suono robotico dei Kraftwerk e, come una sorta di promemoria, ricorda a tutti quali sono le radici di questi due camaleontici spadaccini tuttofare. (7.0/10)

 

 

 

 

 

 

Copertina: From The Double Gone Chapel (Warp / Wide)
    01 Stack Up
    02 Faux
    03 Formica Fuego
    04 The Lurch
    05 Sex Beat
    06 Damp
    07 Punches And Knives
    08 The Valves
    09 Kamanda’s Response
    10 Sick When We Kiss
    11 Taste Of Our Flames
    12 Drive With My Gears In Reverse (Only Makes You Move Further Away)

From The Double Gone Chapel (Warp / Wide)

di Daniele Follero

Continua l’operazione di “gemellaggio” musicale tra elettronica e rock di Andy Weatherall che come una sorta di Alan Parsons, rimette i panni del produttore-musicista (addirittura cantante!!) con i Two Lone Swordsmen, approdando al terzo lavoro in studio a quasi quattro anni di distanza dal suo predecessore, Tiny reminders.

Con un pò di fantasia si può scorgere in questa musica una linea di continuità con l’idea del sound dei Neu! o dei primissimi Kraftwerk, che sarebbe sfociato nell’elettronica pura dei “cosmic couriers” tedeschi. L’idea di “musica su due dimensioni”(dimensione acustica ed elettronica, altezze definite e indefinite), tanto caro ai compositori delle avanguardie post-belliche, da Stockhausen a Varèse, ha cominciato a circolare negli ambienti del rock verso la fine degli anni ’60 ed ha continuato il suo percorso un pò in sordina rispetto al purismo elettronico. Screamadelica è considerato un album epocale, non perchè fosse tanto originale (perfino gli Ozric tentacles ci erano arrivati prima), ma perchè ha riportanto in alto le tante possibilità che combinazioni musicali del genere offrono. Oggi i Two lone swordsmen, a più di 35 anni di distanza dai primi dischi dei Neu! ci dimostrano quanto sia vivo e ancora interessante, in ambito rock, quel mondo sonoro che gioca sulla combinazione di timbri così diversi come il suono di una batteria acustica, quello di una chitarra compressa e distorta e suoni tipicamente techno.

Con una produzione ovviamente impeccabile visto il pesonaggio coinvolto i due “spadaccini musicali”, seppure in linea di continuità con quanto fatto precedentemente, fanno un passo avanti (indietro?) rispetto al sintetismo elettronico dell’album precedente. Mentre in Tiny reminders i riferimenti musicali non andavano oltre la raffinatezza dei Daft Punk o dei Mouse on Mars, From the double gone chapel spicca proprio per la varietà del materiale a cui si è scelto di attingere. Non solo bella techno, dunque, ma anche tanto rock, dai P.I.L. di Metal box (che altro potrebbe ricordare l’incedere ripetitivo e scheletrico di “Formica fuego” ?) al dark-new wave di sapore eighties (permettetemi di dire, con un pò di nostalgia generazionale, che Driving with my gears in reverse, con il suo riff quadrato e melodioso e la chitarra ululante, ricorda le migliori atmosfere dei Cure).

Eppure i Two lone swordsmen non si perdono in questo mare di musica, anzi ne traggono elementi per rafforzare il loro stile personale. Per carità, non stiamo parlando di artisti, ma piuttosto di grandi tecnici del suono, in pratica niente di nuovo, ma niente di brutto. E qualche perlina sparsa, come le trascinanti Dump e The lurch, che mettono in mostra gli aspetti più darkeggianti del duo, che non esita, comunque, a ricordare quali sono le sue radici. Ne viene fuori una techno di gran classe (Faux) che anche nei suoi episodi più ballabili (a dire la verità uno solo, Sick when we kiss ) resta interessante e mai banale.

Il collante di un lavoro così vario e incoerente (meno male! Sempre viva l’incoerenza!) è il basso: è attorno ai suoi giri lenti e corposi che ruota tutta la musica di From the double gone chapel. Riff tanto profondi da scivolare nel dub (Stuck up, The valve), lenti e squadrati nella loro essenzialità che costituisce l’intelaiatura sulla quale vengono intessute le più svariate combinazioni sonore. Che sia campionato o suonato da essere vivente, il basso è l’unica cosa dalla quale quest’album non potrebbe in alcun modo prescindere, pena la perdita del suo lato più affascinante e distintivo. (7.0/10)

Foto: I two Lone Swordsmen

Live. Estragon, Bologna 27 novembre 2004

di Daniele Follero

I Two Lone Swordsmen stanno uscendo sempre di più dalla nicchia techno che li ha ospitati per quasi tutta la loro carriera. Andy Weatherall, uno che ama mettersi in discussione e, è riuscito a far parlare di sè gettandosi nel mare magnum del rock con tutto il suo bagaglio elettronico. Non è solo il suo nome, però, a trainare il progetto, ma anche un buon disco come From the double gone chapel, che lo consacra anche qui in Italia.
Nonostante queste premesse e le buone aspettative, le persone presenti all’Estragon si contano sì e no sulle dita di tre mani. Sarà per la prolungata inagibilità del Link, da sempre il tempio della musica elettronica a Bologna; sarà il prezzo (eccessivo) dei biglietti; sarà la poca risonanza data all’evento, ma il flop è fin troppo evidente. I Two Lone Swordsmen, diventati per questo tour una band di cinque elementi, si ritrovano a suonare davanti a un pubblico meno numeroso di quelli dei concerti del liceo, dimostrando infine di non aver gradito: un’ora scarsa di musica e poi via da quel postaccio. Eppure interessanti questi musicisti lo sono e lo hanno dimostrato ancora una volta, spiazzando i pochi astanti con una performance assolutamente inattesa e con il loro ultimo travestimento.
C'e' però una certa differenza nel creare le attese, e soddisfarle. Con una virata a 180°, gli Swordsmen si liberano quasi completamente dell’elettronica e riarrangiano tutto in chiave new wave.
Weatherall, che sembra un Joe Strummer vestito da uomo della working class britannica, canta insolitamente quasi per tutto il concerto e ci riporta venti anni indietro, proprio lui che ha dimostrato di essere uno che guarda molto avanti. Chitarre post-rock, un cantato che richiama la no wave e una formazione strumentale tipicamente rock, con basso batteria chitarra voce e sintetizzatore, trasformano il compatto miscuglio di elettronica e strumenti acustici - principale caratteristica del sound degli ultimi due album - in uno strano revival anni ’80. Con questa sorta di mantello new wave i brani di Tiny reminders e From the double gone chapel perdono la loro freschezza e si appiattiscono al suono di echi di Pop Group, Clash e Joy Division, non andando oltre l’imitazione. Weatherall e compagnia non si chiedono se stanno sprecando tutto il buon lavoro fatto ultimamente e continuano a fare i rockettari demodè; non è un caso, allora, che il momento migliore del concerto sia la cover di Sex beat dei Gun Club, meglio adatta al sound della serata.
Dopo un’ora, come i ragazzi a scuola quando suona la campanella, i cinque “spadaccini” corrono via e non tornano neanche a salutare. Poco male. L’esiguo pubblico non sembra particolarmente dispiaciuto di questo finale frettoloso e, ancora più velocemente, sparisce.

Copertina: Emissions Audio Output: From the Archive, Vol. 1 CD (Rotter's Golf Club, 22 gennaio 2007)
  • Rico's Helly
  • Spin Desire
  • Bim, Jack and Florence
  • King Mob File
  • Jakey in the Subway (TLS vs One True Pod)
  • Paisley Dark
  • We Love Mutronics [Keithy Boy Remix]
  • Spraycan Attack
  • In the Nursery Visit Glen Street
  • Rico's Helly [Remix]

Emissions Audio Output: From the Archive, Vol. 1 CD (Rotter's Golf Club, 22 gennaio 2007)

di Gaspare Caliri

L’uno punto zero di Emissions Audio Output: From the Archive non è altro che il primo capitolo rispolverato dalla ragione sociale Two Lone Swordsmen, che svuota i cassetti. Viene qui raccolta una selezione di materiale pre-Warp – derivante appunto dalla Emissions Audio Output di Andy Weatherall (metà della ditta insieme a Keith Tenniswood), compilata dallo stesso per restituirci un’idea di cosa frullava nella testa del produttore electro-maker nel periodo in cui lavorò con i Primal Scream di Screamadelica. Il risultato non è il packaging di un mucchio di polvere, ma una filologia sulle tendenze dance e chill out dei primi (e non solo) Novanta.
Ascoltando-compilando, si apre con un techno Detroit (Rico’s Helly) che sorpassa di lato i primissimi Autechre, mentre Spin Desire prende quelle sonorità dandole in pasto ai garage londinesi, tra synth Boards Of Canada e 808 State; l’intenzionalità, si capisce, è già tutta Warp: e allora se da un lato Jakey In The Subway (TLS vs One True Pod) riesuma la bleep ‘n’ bass degli LFO di Frequencies, dall’altro Paisley Dark ha un arcinoto (ma col senno del di poi) andamento sincopato, e quei contrappunti metallici di  dub e groove.
Molte di queste tracce potrebbero tranquillamente essere state consumate sui piatti di gente comeAlex Paternsone infatti ai suoi Orb viene da pensare ascoltando In the Nursery Visit Glen Street, o il remix di Rico's Helly in coda all’album. C’è pure un indizio del periodo jungle con Spraycan Attack e We Love Mutronics (quest’ultima remixata da Keith Boy) - ma un indizio non fa una prova, grazie a spezie d’ascolto (anche) casalingo.

Se la filologia è un onere, è anche l’onore di presentare come un vecchio conoscente ai nuovi amici il materiale swordsmeniano di Fifth and Tenth Missions, Swimming not Skimming e Stockwell Steppas; seppure con le pinze – ovvero nonostante il peso della mancata novità –, noi non si vede perché non congedare i due solitari con un bel (7.0/10) all’esame di housistica.

  • Patient Saints
  • Rattlesnake Daddy
  • No Girl In My Plan
  • Puritan Fist
  • Nevermore (Than Just Enough)
  • Wrong Meeting
  • Evangeline
  • Work At Night
  • Get Out Of My Kingdom

Two Lone Swordsmen - Wrong Meeting (Rotters Golf Club, 15 maggio 2007)

di Edoardo Bridda

Influences are deep in the bones of the music”, hanno dichiarato alla press britannica, una frase che suona spocchiosa e arrogante al primo ascolto di Wrong Meeting, il nuovo album della ditta Weatherall e Tenniswood.

Nove canzoni in bilico tra una produzione vintage e vecchi spettri anni ’80, pistole Gun Club e Cramps, Cave e persino rock’n’roll, fanno del lavoro una soundtrack di quelle Strade Perdute a cui il produttore di Screamadelica è legato a doppia e più mandate.

Il punk innamorato dei Cinquanta del resto, è un’ossessione che qui si consuma senza compromessi e chi s’aspettava le arcigne miscele rockabilly, dub e elettronica Warp syle, del piccolo capolavoro From The Double Gone Chapel, rimarrà probabilmente deluso.

Salvo un effetto qua (Puritan Fist) e uno là (Nevermore (Than Just Enough)), questo è un discoper nulla figlio dell’elettronica, con pochissime tastiere e persino con l’accento posto nelle parti vocali, dunque un puzzle incompleto alla luce del percorso degli spadaccini, soprattutto se s’apprende che Wrong Meeting è il nome del party mensile dove gli East Londoneers s’incontrano all’insegna di una serata fatta di sonorità tra le più disparate: da Elvis fino alla techno. Lì si suonano – e Weatherall ci suona chiaramente – le influenze dei Two Lone Swordsmen, mistone che manca a queste dieci canzoni. Sembrano sottotono i Two Lone Swordsmen, umilmente acustici, garage, indie lo-fi, eppure da queste parti si nascondo dei segreti, polveri da sparo che, ascolto dopo ascolto, ribaltano e incendiano la tiepida prima impressione. Ci si scorge del tintinnio di un theremin molto Ubu in No Girl In My Plan, il ritmo e l’arrangiamento dei Gun Club, un testo à la Cave prima maniera.

È una polpa autentica, come una Fire Of Love (ma non di cover si tratta). Nell’ottica della canzone (non ci sono strumentali), c’è dell’indietronica in Rattlesnake Daddy tra tastiere e drum machine à la Morr che sale pian piano. Si pone con il giusto mezzo. Non sempre il Weatherall della svolta “rock” azzecca una scrittura convincente (il ritornello di Wrong Meeting, le strofe à la Michael Gira di Work At Night), eppure il produttore è un maestro nel sintetizzare la passione per la musica con la quale è cresciuto. Prendete per dire il punk’n’roll di Evangeline, suonato con tensione e ironia, oppure la bella, conclusiva, Get Out Of My Kindom, tra piccoli rimaneggi ritmici Stones, country bonario à la Hazlewood, e un pizzico di soul. Avevano ragione loro: le influenze dei Two Lone Swordsmen sono dentro alle ossa della loro musica. (7.0/10)

  • Roy Montgomery - London Is Swinging By His Neck
  • Beataville - Keeping Barry In Check
  • The Black Lips - Veni Vidi Vici (Andrew Weatherall Dub)
  • Cosmo Vitelli – Converted
  • Maximum Joy - Let It Take You There
  • Mock & Toof - Beat Up
  • E.S.C - The Legacy (Andrew Weatherall Mix)
  • Padded Cell - Far Beneath London
  • Love Is All - Make Out,Fall Out Make Up(ChickenLipsMalfunctionMix)
  • Siouxsie - Into A Swan (Weatherall Mix)
  • Simian Mobile Disco - State Of Thin gs
  • Fairmont - Fade And Saturate
  • Au Revior Simone - Sad Song(Danton Eeproms Lost80sHitRemix)
  • Alloy Mental – Seconds
  • The Oscillation - Saturn 5
  • Silver Apples - I Have Known Love

Andrew Weatherall – Watch The Ride (Harmless, aprile 2008)

di Edoardo Bridda

Oltre a incidere come Two Lone Swordsmen e fare il produttore, Andrew, look da rockabilly e divaricazione post-punk barra techno dub, è dj resident al Fabric di Londra, e se questo già basterebbe, l’uomo mette i dischi regolarmente al Back to Basics di Leeds, al Robert Johnson di Francoforte e al Mondo di Madrid. In poche parole quando c’è da mettere una scaletta che faccia ballare trent’anni di musica, in consolle ci si mette lui e non solo perché nei suoi mix passato e presente diventano un tutt’uno (qui troviamo Veni Vidi Vici dei Black Lips, Into A Swan di Siouxie e The Legacy di E.S.C.) ma anche perché le cose che suona spaziano da Let It Take You There dei Maximun Joy a cose dance attuali come Fairmont (la trance firmata Border Community di Fade And Saturate) e Cosimo Vitelli (lo ska disco di Converted). Giusto per non farsi mancare nulla: umori folk ambientali dalla Neozelanda con Roy Montgomery e psych pop con gli indimenticabili Silver Apples rispettivamente in apertura e chiusura. E poi tanti sapori. Una buona manciata di languide calure e d’ondivaga ricerca da Nord a Sud.

Dal bianco al black. Watch The Ride, nelle parole di Weatherall, si riferisce a un viaggio ideale, giusto un ora prima dell’alba. Mettiamoci pure una cadillac da sogno, il Messico come direzione e l’impianto più consono e avrete una tracklist che difficilmente si dimentica. Anzi, vi farà amare cose nuove. Vi aprirà la mente. (7.5/10)