L’entusiasmo iniziale per un suono tanto umano e naturale quanto figlio del presente. La difficoltà di superarne i limiti: tecnologia o ritorno all’essenzialità? Strade già percorse, ma i Tunng sembrano possedere la chiave di volta. In realtà è la storia della folktronica che si ripete.

In principio, la classicità del suono acustico si mescola a minute cianfrusaglie elettroniche. C’è chi lavora solo di laptop - Four Tet - e chi, invece, si diverte a pizzicare le corde di una chitarra su un sostrato di vorticose ritmiche sintetiche - The Books. Quale che sia il modus operandi, l’intento è creare un suono che sia tanto umano e naturale, fatto di abitudini e calore domestici, quanto figlio del presente, con i suoi mille specchi a rifrangere una realtà composita e in fieri. Così pulsazioni sintetiche, rumori di fondo rubati di soppiatto e creativi strappi poi ricuciti riscoprono il folk, traghettandolo nel ventunesimo secolo. E se i primi episodi, di quella che verrà presto definita folktronica, lasciano piacevolmente spiazzati per l’intuizione e la resa, al tempo stesso ne mostrano i limiti, prospettando una tendenza che dopo poco emergerà: quella, cioè, di superare l’empasse creativo giocando di esperienza e tecnologia (il caso Rounds del 2003), oppure rispolverando canoni e stilemi già adoperati e subito consunti (Lost And Safe del 2005, giusto per rimanere in tema con i riferimenti).

In un simile scenario, nel 2005 sbucano gli inglesi Tunng. E arrivano già in ritardo. Insieme da un paio d’anni, Mike Lindsay (produzione e chitarra) e Sam Genders (voce e chitarra), dopo aver sfornato diversi singoli e aver partecipato alla soundtrack del dvd Donnie Darko: The Director’s Cut, riescono a registrare Mother’s Daughter And Other Songs, pur trovandosi in condizioni di fortuna (stando a quanto raccontano, la sala d’incisione si trovava sotto un negozio di lingerie femminile, la cui entrata, l’unica, era posta proprio all’interno di uno dei camerini), poi licenziato dalla Static Caravan. Un debutto da cui vengono fuori dei Simon & Garfunkel fulminati dalla psichedelia cinematica dei Boards Of Canada, la Beta Band persa nei fremiti percussivi africani, la laconicità rifuggita da un Keiran Hebden .
Ancora una volta, ad essere celebrato è il matrimonio tra folk ed elettronica, unione particolarmente diffusa in terra d’Albione, che pesca nebbiose inquietudini dal fingerpicking drakeiano sporcandole di chincaglierie sintetiche (la melodiosa Song Of The Sea, che sa già di classico), aprendo squarci visionari sulle highlands scozzesi (le ritmiche jungle di Out The Window With The Window, in cui si diluiscono frame di voci registrate, e i giochi d’acqua in 4/4 di Code Breaker), senza negarsi un loft nel cuore di New York dove poter sezionare suoni e ricomporli seguendo l’estro del momento (in Beautiful And Light come dei Books a cui manchi l’umano nonsense).
Certo, nel duemilacinque rimetter fuori dall’armadio la dimessa folktronica non è proprio un geniale colpo di testa (lo stesso Four Tet pare essersi stufato), il duo inglese però mantiene un equilibrio sobrio e attuale, e questo Mother’s Daughter And Other Songs non gli farà vincere la targa di nuovi campioni del genere, ma almeno potrà essere considerato un buon debutto. E chissà che i suoi spunti interessanti non aprano altre porte… (6.4/10)
Intanto questo primo lavoro ha fatto sì che i riflettori di critica e pubblico puntassero, con estrema attenzione, i due britannici, dando loro l’opportunità di condividere il palco con personalità più o meno affini, come King Creosote e Josè Gonzales, piuttosto che Vashti Bunyan.
E dopo la buona partecipazione al tributo ai Buckley per la Full Time Hobby, ecco che la stessa etichetta pubblica il secondo Comments Of The Inner Chorus (Full Time Hobby / Audioglobe, 22 maggio 2006). Insomma, pare che i Tunng abbiano seguito il motto “battere il ferro finché è caldo” in questi sedici mesi, il che non equivale ad una nota di merito. Se, in realtà, lo scorso anno li avevamo congedati con un “promettenti, vedremo in futuro”, di quel futuro che si è fatto presente dobbiamo ora ricrederci.

Tra i solchi di Comments… spira infatti un’aria ferma, stagnante, chiusa tra gli skyscrapers dei Books (quell’estrapolare frasi, discorsi, come in The Wind Up Bird), la melodiosità agreste dei padrini folk Paul & Art in chiave aggiornata Adem (l’intreccio delle voci, in particolare in Red And Green e nella ballata zuccherosa Jenny Again) sotto la lente d’ingrandimento Klint (Man In The Box) e la dimensione casalinga di Pause dell’anglo-iraniano (il vortice chitarra/percussioni di Stories). Messa da parte la visionarietà cinematica dei Boards Of Canada e relegata l’elettronica al ruolo di mera cornice, Lindsay e Genders si dedicano alla costruzione di evergreen dall’improbabile avvenire, tornando quindi agli elementi basici del folk, ad un taglio standard che ne sbiadisce la forza propositiva, nonostante una visione d’insieme più ampia (che ha richiesto la presenza di una vera e propria band alle spalle) e un paio di tracce degne di attenzione: il fraseggio gentile e il ritornello corale di Woodcat e la sinistra confessione violoncello/banjo di Sweet William.
Allarmarsi per così poco sarebbe, però, davvero esagerato. (6.0/10)
A vederli sembrano più americani che inglesi: uno si aspetta dei personaggi ricchi di charme londinese e si trova sei persone che si scambiano dei cappelli da far west o Hazzard.
Ma questi discorsi durano generalmente qualche secondo, prima che il giudizio estetico non venga sormontato dalla musica e dal vero motivo di noi - e loro - messi là al Covo di Bologna. E così i Tunng iniziano un concerto abbastanza atteso, se non altro per stare a vedere la versione live dell’organico di Comments Of The Inner Chorus, che per l’occasione si compone di sei elementi, tra cui ben tre chitarre (di cui almeno una evitabile) e una serie di aggeggi perlopiù afoni manovrati dalla cantante.
Man mano che avanza il concerto può scaturire una piccola perplessità, articolabile in almeno un paio di osservazioni; da un lato c’è la poca incisività del folk tradizionale su cui i Tunng architettano le sovrastrutture di rumori trovati ed elettronica varia ed eventuale; dall’altro la premiata formula di far nascere una base techno dagli arpeggi delle chitarre e dalle melodie pulite, (come in Engine Room, peraltro riuscitissima dal vivo), alla lunga, risulta un po’ ripetitiva.
Resta di fatto che dalla folk-tronica dei Tunng possano dipartire mille idee e prospettive, lavorando anzitutto sulla parte acustica (chi ha detto Akron/Family?), sperando che non diventi un’ondata di genere - che sarebbe meglio di altre, ma che forse eviteremmo.

Album corale che ha visto per la prima volta il contributo di tutti i membri dell’ormai collettivo Tunng, la terza uscita Good Arrows li sta traghettando verso altre sonorità. Rimane la struttura di base folkish sporcata di field recordings ed electronics, ma ancorata a una forma canzone più decisamente pop, meno destrutturata alla Books e più organica in sé. Ritmiche in cui predominano chitarra e piano (come in Bullets), uso di strumenti quali dulcimer (nell’iniziale Take) e arpa (la ninnananna ipnotica Secrets, chiaro omaggio alla Maypole Song del cult movie The Wicker Man di cui i due deux-ex-machina del gruppo Mike Lindsay e Sam Genders sono fan), per ballad folk normalizzate (l’ironica Hands), o ibride (field recordings su ritmiche alla Tubular Bells che incrociano una rock song in Soup), ed echi di folk orientale in King.
Niente di nuovissimo, per carità, ma rispetto al precedente, si respira un’aria più distesa, per canzoni non più chiuse in se stesse. Una naturale evoluzione forse dovuta al maggiore apporto del gruppo, fattore che non è da escludersi. Resta comunque il fatto che si intravede qualche spiraglio e appiglio maggiore di evoluzione rispetto all’ultima prova. Speriamo di non sbagliarci. (6.5/10)