Dopo un paio di album da supergruppo – apprezzabili ma forse non memorabili – la band di Danison dei Jesus Lizard e Mike Patton trova una sua personalità bifronte: breve storia dei Tomahakw, da occhiello del metal-hardcore illuminato a band di ricerca etnica, condotta a passo di guerra.

Mettere a fuoco un gruppo di Mike Patton è affare poco semplice; come fare fotografie non mosse a una festa di compleanno di bambini scatenati. Passano ovvie differenze tra i due termini della similitudine – per esempio il fatto che nessuno vorrebbe essere il fotografo, a meno che non sia pagato o padre di uno dei discoli.
Invece qualcosa ci spinge a occuparci dei Tomahawk (adattamento alla lingua inglese del termine usato dai nativi Angolchini della Virginia per indicare la scure da lanciare in battaglia), creatura eclettica quanto la voce di “Michele”, nata un paio di anni abbondanti dopo la dissoluzione dei Faith No More, annunciata da un comunicato stampa il 20 aprile 1998. Per la verità, tra 1998 e 1999 nascono anche i Fantômas, creatura prettamente pattoniana, ma sicuramente figlia dell’apertura mentale che il Nostro ebbe dalla frequentazione di quel matto di John Zorn. Non che ci fosse bisogno di un corso di sincretismo per il cantante di Mr Jungle e FNM, ma insomma a partire dai Fantômas le cose sono un po’ cambiate, come è evidente dalla proliferazione di progetti e collaborazioni dell’ugola crossover.
Certo basterebbe guardare alla composizione (sfiziosa) da supergruppo dell’entità Tomahawk – quasi una summa dei presupposti creati negli ’80 e sviluppati nei ’90 – per rimanerne incuriositi. Oltre alla voce di Mike, qui ci si fregia di Duane Danison (chitarrista dei Jesus Lizard), del basso di Kevin Rutmanis (dei Melvins) e di John Stanier alla batteria (già negli Helmet, ora nei Battles). I quattro fanno uscire un disco self titled nel 2001, ovviamente sulla Ipecac Recordings, etichetta fondata dal solito Patton insieme al manager dei suoi Mr. Bungle, Greg Werckman.
Un momento, però. Se andiamo avanti così ci prestiamo a facili conclusioni. La storia va un pochino riscritta. Per quanto al gruppo si associ sempre il nome del cantante emiliano-statunitense, in realtà l’idea non è stata sua. Ricordiamo che Patton fu pescato per la sua voce (dal chitarrista Jim Martin) già nel caso Faith No More. Per i Tomahawk è avvenuta una cosa simile, per quanto poi l’ingresso di MP non può che cambiare le cose. E' stato infatti Danison ad avere l’idea del progetto, e a chiamare a sé Mike e gli altri. Ok, ben fatto. Restituito l’equilibrio tra le personalità, torniamo a parlare di Tomahawk. Anzi, facciamo prima un’altra specificazione.
Dicevamo che l’interesse per questo gruppo non è solo ancorato al suo organico stupefacente. C’è un disco nuovo che fa venir voglia di riprendere in mano i Tomahawk – come band, non come progetto – e di capirci qualcosa di più. Si intitola Anonymous ed è costruito attorno al solito rumore unito alla musica dei nativi americani. Una specie di etnonoise focalizzata su una tradizione specifica; una sorta di folk fatto da terzi, di tristi tropici delle riserve, perfettamente calato nel punto d'incrocio tra le personalità (dirompenti) dei musicisti e le peculiarità dell’oggetto antropologico che il combo si è scelto.
Il disco è sicuramente riuscito, non sembra neanche grossolano, nonostante la difficoltà etnomusicologica di una tale operazione. E allora torniamo all’origine del progetto, e cerchiamo di fare ciò che solo nella provetta della critica musicale si può fare: isolare l’attività dei Tomahawk e cercarne linee rosse e rotture.

La “rottura” a ritroso sembra evidente. Il primo disco – Tomahawk (Ipecac, 30 ottobre 2001 ) – è infatti tutt’altro rispetto all’approdo cui l’ascia è arrivata. L’iniziale Flashback dà prova della commistione ereditaria tra Melvins e gli immensi Jesus Lizard, nei riff, nelle mosse, alcune già presenti nel King Of A Day dei FNM. Se la prospettiva passata alla storia critica è quella di metal-prog – anzichè noise-prog, per esempio – ciò è probabilmente dovuto alla voce di Patton, capace in ogni momento di spostare la prospettiva. Ma forse è questione, più che di oggettività musicale, di provenienze degli ascoltatori, che a seconda del bacino d'origine propendono verso una lettura o l’altra. È poi evidente che è Mike ad aver portato il maggior seguito rispetto agli altri componenti. Sentito il basso poderoso (post-punk nel senso in cui lo riprendevano i Jesus Lizard, appunto) di Point And Click, poi, associato alla voce e ai respiri di Mike, si capisce che la somma delle parti promette un risultato neanche lontanamente aritmetico, nel bene e nel male (7.3/10).
L’album fu un successo ancora prima di uscire, a scatola chiusa; si prestò anche ad alcune critiche, che ritenevano l’esperienza niente più che un modo di fare due soldi commercializzando l’offerta. In realtà anche qui è bene specificare il punto di vista dal quale si scaglia un giudizio. Di certo, chi si è avvicinato ai Tomahawk dai Jesus ha trovato un terreno a lui abbastanza estraneo, e dunque può aver giudicato con più serenità. Gli altri, si suppone, possono aver fatto una delle due seguenti scelte: o preso Tomahawk come una tantum spara-gruppone, dal gruzzolo facile, oppure come primo capitolo di una saga nativa molto più lunga. A dire oggi che questi ultimi la vedevano giusta non si fa molta fatica. Avessero aspettato un pochino, gli altri…

A quasi due anni di distanza dall'omonimo esordio, infatti, i Tomahawk ricompaiono con Mit Gas (Ipecac, 6 maggio 2003), all'insegna di un rock duro e monolitico, senza fronzoli. La presenza di tastiere in primo piano e di riff di chitarra graffianti e ritornelli in crescendo rende questa seconda uscita uno dei lavori in cui è coinvolto Patton più direttamente riferibili all'esperienza Faith No More, eccettuato il lato rap metal, che qui scompare per lasciare il posto ad un sound più propriamente rock, che a volte sfocia (senza rischi) nel mainstream, altre in passaggi progressive, con il vocalist a sfoggiare tutto il suo repertorio di timbri vocali.
Le esperienze precedenti di Stanier, Rutmains e Denison qui si fondono in modo meno ostentato e quindi forse più riuscito, supportando la vena di Patton, quasi sempre prevalente nella composizione. Lo si sente in quei passaggi dark, in quei cambi repentini di umore e di ritmo, in quell'incedere schizofrenico, ai quali il cantante americano ci aveva abituati sin dagli esordi. Nonostante il sigillo del leader, però, è proprio negli equilibri delle parti, nel suo saper parlare a più voci che quest'album funziona. Ne sono un esempio Captain Midnight - un miscuglio ben riuscito di drum'n'bass e power rock - e You Can't Win, tra ritmi lounge e funky che sfociano in un finale di suoni dalla luce stroboscopica della psichedelia.
Ma non mancano episodi più meditativi, dove prevale una calma quasi ambient, o un rumorismo ai limiti del noise, come nel caso di Harlem Clowns. Ciliegina sulla torta, la nenia strampalata Desastre Natural, con Patton che, in uno spagnolo dall'accento marcatamente yankee, ripete ad ogni verso “esto no es un examen”. Che questo sia o no un esame, i Tomahawk lo hanno superato a pieni voti (7.3/10).
Fatto sta che sono seguiti quattro anni di silenzio, il che, vista l’ipertrofia dei protagonisti, può aver fatto ringalluzzire i teorici del progetto a breve termine. Ma siamo arrivati nel 2007, e i Tomahawk sono tornati – anche se solo in tre (ha abbandonato il bassista Kevin Rutmanis). La personalità tipica da combo ultradifferenziato che aveva contraddistinto il primo disco – e un po’ anche il secondo – ora trova un lato libero su cui ricucire punti di forza e di originalità. È curioso che il nome del gruppo trovi solo ora una spiegazione chiara. Ma, quello che più ci interessa, nessuno potrà plausibilmente – a meno che sia ossessionato – tacciare questo progetto di mancanza di progettualità. Anzi, quello che fa meglio sperare di Anonymous è che lascia l’ascoltatore speranzoso nel prossimo passo di Danison, Stanier e Patton.
Prima di rimandare nuovamente alla recensione, possiamo chiosare tornando ancora a Mike, al suo bene e al suo male. Se è vero che i Faith No More sono sopravvalutati rispetto ai loro meriti, a Patton va infatti il merito di non aver protratto le facilonerie. Siamo di fronte a un personaggio che ha grossissime potenzialità nel concentrare su di sé l’altrui attenzione; così facendo ha tenuto vivi i sospetti sull’ascia indianoamericana, ma anche aperto alla sperimentazione un mercato sicuramente non avvezzo. Patton è un personaggio popolare, e su questa cifra bisogna soppesare gli intarsi della sua personalità tra i vari progetti che solca.
Poi c’è modo e modo di dosare la propria fama, che è il proprio potere. Come quella volta che fu Patton a subire un torto; quando cioè, per scaramucce precedenti, alla fine degli anni ’90 Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers, appena seppe che i Mr. Bungle dovevano suonare in un enorme festival in Australia (del quale i RHCP erano ovviamente tra i nomi di punta), minacciò di non portare sul palco il proprio gruppo se prima quello di Patton non fosse stato cancellato dal programma.
Nessun commento è necessario. Gli arriverà presto un’ascia in fronte.

Chi, dopo i primi due album dell'ennesimo side-project di Mike Patton, si era sentito in dovere di esprimere pareri più o meno definitivi circa lo stile della band, considerata da molti la più “accessibile” della miriade di gruppi messi in piedi dal cantante americano tra gli anni '90 e il nuovo millennio, dovrà ricredersi. Se fino a Mit Gas i riferimenti ai Faith No More sembravano segnare in maniera indelebile anche il futuro prossimo dei Tomahawk, rendendola una creatura in tutto e per tutto pattoniana, questo Anonymous conferma esattamente il contrario, cogliendo perfettamente nel segno in quanto a effetti spiazzanti.
La band, a quattro anni dall'ultima fatica in studio, riparte dall'origine del proprio nome (il tomahawk era l'ascia da guerra dei Nativi americani), allontanandosi dal rock per indagare e reinterpretare la cultura musicale delle popolazioni che ancora vivono nelle riserve. Un'operazione non nuova negli Stati Uniti, da più di un secolo schiacciati da un oberante peso sulla coscienza, sporcata da uno sterminio troppo spesso taciuto, ma paragonabile all'olocausto in quanto a ferocia e crudeltà. Un'espiazione che si è spesso manifestata con sterili revival folklorici, pessima imitazione di una cultura musicale tanto impenetrabile quanto affascinante. Un'operazione, questa, dalla quale Patton e compagni hanno cercato di svincolarsi senza lasciare ombra di dubbio. Anzi, in realtà sarebbe meglio dire Denison e compagni, visto che si tratta soprattutto di un album dell'ex chitarrista dei Jesus Lizard che, dopo essersi studiato per bene un libro di trascrizioni di canzoni indiane risalente all'epoca roosveltiana, ha provato a trasformare queste musiche a modo suo.
Al di là di disquisizioni sul valore etnomusicologico di quest'album, l'obiettivo di partenza rimane ottima: dare vita ad una sorta di native american-rock, prendendo come spunto i testi originali e ricostruendo le musiche dei Nativi con chitarre elettriche e batteria evitando di ricadere nella banalità degli stereotipi. Missione compiuta! Il sound rimane perfettamente in linea con lo stile del gruppo e le composizioni risultano originali e molto interessanti, anche se poco “accessibili” ad un primo ascolto. Ritmi tribali, chitarre saltellanti, un Patton perfettamente a proprio agio nei vocalizzi delle caratteristiche sillabe nonsense dei canti “indiani”, sempre alla ricerca di una voce plastica e trasformista, fanno pensare poco ai Tomahawk, pur mantenendo ben in vista la firma degli autori. In alcuni episodi, lo stile minimalista e semi-serio dei Battles prevale (Ghost Dance; Red Fox), in altri è l'inconfondibile vena rockettara di patton a imporsi (Omaha Dance; Sun Dance), ma più spesso i due elementi si fondono dando vita ai momenti più completi e originali dell'album, dall'incantevole e schizofrenica ninnananna di Cradle Song, al bellicoso incedere di War Song, dall'etno-progressive di Song Of Victory al rock tribale di Mescal Rite 1. Al primo ascolto verrebbe da storcere il naso, ma si fa presto a cambiare idea rispetto a un album che, a paragone con i suoi predecessori, si esprime in maniera ottimale nelle rifiniture, nella ricerca di un sound nuovo e antico allo stesso tempo e nel fascino dell'interpretazione, che permette di far rinascere musiche perdute nel tempo, ogniqualvolta si voglia. O per lo meno, quando si abbiano le idee per farlo. A loro di certo non mancano affatto, anzi. (7.3/10)