Incontro con il gruppo in occasione del nuovo disco, dopo cinque anni dall’ultimo. La ricerca del nuovo entro i confini del vecchio e una ripartenza. 15 anni e non sentirli, apparentemente.
Cinematografici baci da tre secondi e musicalità spigolosa ed aspra, ritmiche nervosamente spezzate e tre lustri spesi on the road, frequentazione indistinta del gotha del noise-rock mondiale e degli scalcinati palchi della provincia italiana. Ma anche passione, stimoli, voglia. E soprattutto coerenza. Forte, tenace, fedele ad un’ idea di musica come fiamma che brucia, non come scadenza o cartellino da timbrare. Fuori dalle logiche di mercato, fedeli solo a se stessi e a quel suono-dogma ormai riconoscibilissimo eppure capace di rimettersi in ballo ad ogni (purtroppo rara) occasione. Una marcata tendenza all’esterofilia corretta: gli States come un prolungamento della via Emilia (e viceversa) e un cuore che batte più vivo che mai.
Lo iato quinquennale da Music Out Of Music (Slowdime, 2003) aveva fatto temere il peggio, ma si è invece rivelato utile per riflettere sulla voglia di suonare e rinvigorire un trio mai come ora “classico”, grazie alla matura messa a fuoco di Long Distance (aprile 2008, su SA #42). Bentornati Three Second Kiss. “Ogni nostra registrazione rispecchia il punto di maturità raggiunto dalla band in quel preciso momento, quindi ogni disco è sempre una messa a fuoco totale nel percorso di crescita […] Long Distance è sì un lavoro meditato, su cui abbiamo riversato tutte le nostre nuove energie, ma è in assoluto il disco più umorale e spontaneo dei Three Second Kiss. Diciamo…un disco responsabilmente immaturo”.

C’è compattezza nel suono degli 9 brani di Long Distance, ma anche variazioni umorali e improvvise di mood. In poche parole, la ricerca del nuovo entro i confini del vecchio. “La piacevole immaturità sta nello sperimentare strade nuove anche dopo tanti anni. Un approccio più sintetico negli arrangiamenti, nuove soluzioni compositive, una nuova etichetta, gente nuova con cui condividere esperienze, perfino strumenti nuovi. L'entusiasmo nasce sicuramente dalla voglia di un nuovo inizio”. E il nuovo album segna, appunto, una ripartenza; 15 anni e non sentirli, apparentemente. Ma qualcosa è cambiato: da un paio di anni dietro le pelli siede Sacha Tilotta, a rinsaldare ancor di più i legami con gli Uzeda di mamma e papà, e a dare la svolta per il nuovo inizio. “Sacha è stato determinante in questo. Il gap di età che esiste tra noi sta creando una buona ed inedita alchimia propulsiva tra il passato dei TSK, comunque importante e pesante in termini di responsabilità, e la leggerezza di un approccio da ‘prima volta’”. Un momento particolare quello dell’ingresso di un nuovo elemento in un meccanismo delicato come un trio; sempre lì lì per rompere l’equilibrio interno innegabile anche extramusicalmente. Oppure a rinfocolare il fuoco della naturale passione. Non a caso l’album inizia con una parte di batteria. “Non so… forse non è un caso che il disco parta proprio con una sua rullata. Sacha ha ovviamente determinato un nuovo assetto. Il trio è una formula perfetta ma delicata, soprattutto dopo tanti anni di affiatamento”. E così inizia un periodo di conoscenza, in cui i tre si studiano reciprocamente. I vecchi da una parte, il nuovo dall’altra. “Non è stato solo un entrare da parte sua nel sound della band ma un capire – da parte mia e di Massimo – come esaltare al meglio il suo stile più minimale e diretto di Lorenzo. Sacha seguiva la band sin dai suoi inizi […] ed è stato davvero molto bello unirsi sulla base di questa amicizia e stima di lunga data”. Riprende così un tratto essenziale nella proposta dei TSK, il dialogo tra le corde e il battito. Il drumming più post-punk e minimale di Sacha contribuisce all’ulteriore essiccamento del suono del trio e alla ferma coesione di un suono che dal vivo ne promette delle belle.
Dimensione, quella del live, che è da sempre forma espressiva prediletta dai tre bolognesi adottivi. Si veda il rapporto quantitativo tra concerti e prove in studio, coi primi sempre intensi e espressivi che siano di spalla a June of 44 o in un piccolo locale di provincia. Dal vivo la loro musica riesce a esprimersi in maniera più coinvolgente e sincera. “Il concerto è sempre stata la forza vitale della band, la ragione che la tiene in piedi ancora dopo tanti anni. Tutto il resto viene dopo, funge solo da contorno. Inutile altrimenti parlare di comunicazione, espressività, coinvolgimento, senza il live. Il momento della relazione, della conoscenza, della scoperta è lì”.
A scoprire la loro musica è, paradossalmente, piuttosto la scena internazionale che quella nazionale. Ma questo è un discorso ormai vecchio, nel tempo della comunicazione istantanea globale. Le parole di Sergio Carlini ci confermano quanto le dinamiche siano cambiate totalmente negli ultimi anni. Facendo quasi passare i tempi degli esordi di TSK come un qualcosa di antidiluviano. “Allora c'era la difficoltà di far sentire il proprio materiale fuori casa, organizzare i tour all'estero, affermare la propria personalità di band oltre i confini. Poteva quindi avere un senso parlare di scena nazionale, perché da lì necessariamente si partiva. Oramai i tempi della diffusione e metabolizzazione musicale si realizzano in tempo reale. Le band comunicano ed operano in rete su un terreno globale, ben oltre i confini”.
Non ha più senso perciò parlare di panorama italiano o internazionale, bensì di scenario unico, globale, fuso. La differenza ora più che mai risiede nella qualità della proposta e nella passione di chi suona. “Semmai possiamo parlare delle nuovissime generazioni di musicisti che vedo muoversi in una forte dicotomia: le band ispirate da una grande passione, che se ne fregano totalmente delle mode percorrendo una strada personale, e le band ispirate da una grande passione per le relazioni pubbliche e la visibilità ad ogni costo, codice genetico di molti giovani fanciulli, bravi e furbi comunicatori di sé stessi prima che musicisti. Ovviamente simpatizzo per i primi. C'è poi ovviamente l'ambito delle relazioni, ci sono gli amici di sempre, Uzeda, che per noi TSK saranno sempre un esempio del fare musica in totale libertà al di fuori delle logiche di mercato. Ci sono anche ottimi gruppi che nascono come i Tapso, altra band catanese di cui spero si sentirà parlare presto. E gli amici Rosolina Mar o i Laundrette, altra band che meriterebbe suonare di più in giro ... sono molto in gamba”.

I Three Second Kiss sono i nuovi Shellac. Constatazione ovvia, e non soltanto alla luce dell’ultima, scialba prova dei tre americani. È l’ormai comprovata maturazione a fare del trio bolognese un irrinunciabile punto di riferimento per chiunque si avventuri in un certo tipo di sonorità.
Quello dei TSK è, infatti, un personale discorso di ricerca che – sebbene sviluppato all’interno di un genere stra-abusato da anni di banale imitazione – risulta tanto centellinato nelle sporadiche e meditate uscite, quanto curato ed attento ai minimi dettagli. E Long Distance, album che tiene a battesimo la AfricanTape, nuova etichetta di Julien Fernandez (Chevreuil, 5ive Roses), ne rappresenta lo zenith creativo.
Un sound riconoscibilissimo, quello dei TSK. Troppo asserirà qualcuno, vedendo in quella omogeneità odor di stantio o eccessiva dipendenza dai mai rinnegati modelli di riferimento. Mai abbastanza, suggerirà chi scrive, se quella fedeltà ad un suono fattosi dogma, viene esposta in maniera tanto lucida e condensata in una mezzora di nevrosi chitarra-basso-batteria da urlo, come avvenuto di rado ultimamente. Angolare e spigoloso, as usual, nei suoni della chitarra. Essenziale nel suo riduzionismo strutturale che poi riduzionismo non è. Frenetico e fratturato nei ritmi spezzati e apparentemente monchi. Nervoso, al limite dell’isteria nel suo procedere a scatti. Denso, corposo, “grasso” eppure insieme tagliente e acuminato.
È tutto qui il nuovo album di un trio ormai classico. Un ingranaggio rodatissimo, al quale il buon esordio dietro i tamburi di Sasha Tilotta, degno figlio di cotanti genitori, aggiunge un pizzico di fantasia nel modellare una batteria mobile e marziale, secca e irruenta. È tutto qui, come se fosse facile e/o scontato portare avanti un discorso del genere (la parola coerenza dice qualcosa?) da ben tre lustri e non mostrare affatto segni di cedimento, minimi passi falsi o incidenti di percorso. Come può succedere anche ai maestri, vero mr. Albini? (7.5/10)