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Thomas Brinkmann

di AA. VV.
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Lucky Hands (Max Ernst / Audioglobe, novembre 2005)

di Stefano Solventi

Il nome di Brinkmann è di quelli che m’intrigano. Ok, non sono un fan né del genere né della persona. E, a dirla tutta, gli entusiasmi suscitati qualche anno fa (1999) da Klick - con le sue "variations" su "locked grooves" e scratch di saporiti vinili seventies da consumarsi caldi e tirati sul dancefloor - non è che li abbia proprio condivisi. Tuttavia, quell'attitudine alla ricerca, alla sperimentazione sul materiale tecnico e sonoro (ad esempio escogitando un turntable con un pick-up per canale), mi sembra come minimo meritevole di curiosità e rispetto. Si aggiunga poi che questo Lucky Hands è preceduto dalla fama di lavoro più accomodante e meno dance-oriented, ed ecco perché non ho potuto fare a meno di metterci il naso. Riscoprendo innanzitutto il gusto di: alzare il volume. Sì, perché il suono si definisce chiaro, essenziale, nel segno di pulsazioni ritmiche asciutte e una parsimoniosa successione di espedienti, riuscendo ipnotico e scoppiettante, algebrico ma organico, con quell’aria da imitazione robotica in differita dalla cuspide settanta / ottanta.

Prima che possiate pensare a Rockets e David Zed (mea culpa), sintonizzatevi senz'altro sulla pulsazione dritta infestata di droni birboni e clash ferrosi di Jacknot, oppure sui liquori spacey di Thirty, o meglio ancora sui Kraftwerk versione popcorn e virus funk dell’iniziale Drops. E’ un fare sul serio giocando, o viceversa. E' una danza intelligente, una strategia di scherzi molto competenti, marchiati di sorprendente autoironia (come quando cita Sunshine Of Your Love nella stolida Work) e intuizioni genialoidi (come gli Smiths immersi in brume Depeche Mode di The More You Ignore Me, The Closer I Get). Il buon Thomas si cimenta anche in un reading flemmatico, molto tedesco, nel funk industrial-minimale di Maschine, ma se c’è da cantare è meglio affidarsi a TBA (al secolo Tusia Beridze), brava a gestire ad esempio il languore alieno in quella specie di narcosi reggae che risponde al nome di Margins. Ci sono anche dei riempitivi, certo, specie nella seconda metà del programma (il giochicchiare ozioso di B-day, le scontatezze dance di C Black R – che pure parte in sella ad un bel funk colloso), e non sembra poi quella gran cosa il sample di Django Reinhard avvolto da sottili ma impellenti percussioni nella conclusiva Charleston (da un’idea di Marco “Tuscania” Palmieri). Però, tirate le somme, è un disco autorevole e divertente, senza che un aspetto soverchi mai l’altro, anzi stemperandosi in un equilibrio affascinante. (6.7/10)

  • Intiation Locked Box
  • Questionary About Luck
  • Nclined Plane
  • Slide of the Things
  • Logic of Decline
  • Tilt

Klick / Revolution (Maxernst / Audioglobe, 5 dicembre 2006)

di Gianni Avella

Thomas Brinkmann torna a fare Thomas Brinkmann. Riprende i rovinati vinili e ci costruisce sopra un suono. Un disco. Non è un déjà-vu anche se il titolo invita, ma un nuovo Klick; meno sovversivo del fondante lavoro del 2000, ma pur sempre una buona novella.

Il concept è un flipper, malefico marchingegno (Locked Box) dal piano inclinato (Inclined Plane) che tutti almeno una volta hanno armeggiato, misurandosi con la fortuna (Questionary About Luck) e sperando che quella mezz’ora alla mercè di una biglia metallica non venga vanificata dall’incubo della fine forzata (Tilt).

Il teutonico si guarda dietro, si aggiorna nel contempo e si lascia alle spalle (per quanto?) il meta-electro-pop delle recenti uscite. Quando si ingegna nel groove cerebrale il Nostro ha sempre pochi rivali (la differenza tra i due Klick è questa: qui si balla di più), ma rifugiarsi in se stesso, un se stesso lontano ormai sette primavere previene cosa: Un ripensamento o una crisi artistica? Vedremo… (6.0/10)

    Cd1
  • OOOOOO0ooooo
  • 0ooooooooooo
  • OOOOOOO0oooo
  • OOOOOOOOOO0o
  • OOOO0ooooooo
  • OOOOO0oooooo
  • OOOOOOOOO0oo
  • OOO0oooooooo
  • OOOOOOOOOO0o
  • OOOO0ooooooo
  • OOOOOOO0oooo
  • OOO0oooooooo
  • OOOOOOOOOOO0
  • OOOOOOOOOOO0
  • OOOO0ooooooo
    Cd2
  • Variation 1
  • Variation 2
  • Variation 3
  • Variation 4
  • Variation 5
  • Variation 6
  • Variation 7
  • Variation 8

Richie Hawtin/Thomas Brinkmann – Concept 1/Variations 96:CD/VR (Minus Records, novembre 2007)

di Marco Braggion

Arriva la doppia ristampa di uno dei classici della minimal. Quel disco del ‘96 che riportava tutto sul piatto, che dichiarava la nascita/espansione di un’estetica oggi dominante in qualsiasi tipo di dancefloor sintetico. È il campione della Minus. Il signor Richie Hawtin, qui storico, qui wise-man costruttore di drones galoppanti, di esperimenti “avant” per far tremare l’assetto dell’estetica dello scazzo e proporre un ritorno alle”‘resistenze underground” di Detroit. La partenza della fine dei ‘90. La scintilla fatta di sottrazione e distacco.

Tutte queste posizioni, questo ripensamento continuo sul singolo microelemento nascono da qui, da quella che a suo tempo era una “semplice” uscita mensile, un progetto durato un anno. Il primo CD oggi raccoglie quelle lacche ormai introvabili, quelle edizioni limitate di 2000 copie solo per adepti (raccolte poi in CD nel ‘98). La prima faccia della medaglia è il (venir)”‘meno”. Il nascondersi dietro alle basi.

E nel secondo CD Thomas Brinkmann arriva a Colonia e propone un lavoro di rilettura, un remix delle idee originali, variazioni sul tema. Dal turntabilsm a puro sound making. Posizioni che sarebbero approdate poco dopo anche sui palchi internazionali della Biennale di Venezia, il pazzo noiser nipponico Otomo Yoshihide, la scena illbient di New York (supereroi dell’ombra come DJ Olive). Come a dire che tutto - o quasi - sta in quei battiti così semplici ma anche così intrisi di potenza in pochissimo spazio/tempo. Brinkmann che si costruisce i suoi giradischi alternativi, che accelera o diminuisce le velocità, aggiunge un braccio e una puntina, cerca melodia direttamente dal nucleo ritmico. La seconda faccia, la faccia “pi”’. Il perfetto contrappunto alla sottrazione. Con gli stessi elementi inifinitesimali si opera un lifting che ci va giù di suites da dieci minuti, ambient(i) mentale/onirica.

Ridurre tutto alle entità nucleari di battito e rilascio, echi sparati in sequenze e camere piene di vuoto, preludio alla Berlino della Hardwax, al nuovo dub che ora e sempre di più è mutato nel suo specchio distorto, il grime-step. Come si diceva una volta, seminale. (7.5/10)

  • Words
  • Spiral
  • Birth & Death
  • Meadow
  • Souls
  • 2suns
  • Uselessness
  • It's Just
  • When Horses Die...
  • 40

When Horses Die… (Max Ernst, 25 febbraio 2008)

di Marco Braggion

Un’anima dal profondo mare nero dell’elettronica. Oltre il confine doppiozero. Lui da vent’anni si nasconde a stento nell’ombra: a stento, perché le sue intuizioni scottano. Lui è il produttore tedesco che l’anno scorso ha contribuito al boom di TBA. Lui è uno che professa in verbo minimal, assieme al suo amico Richie Hawtin. Lui sperimenta e costruisce strumenti dall’alto della ribollente ghiaccio fuso Max Ernst.

Il nuovo album è una visione che esplora la voce, un colpo da brivido. La voce da una parte e il glitch dall’altra. Niente techno, niente club. Questa volta parliamo di sperimentazione, infarcita delle sensazioni –brividi sottopelle- assorbite dopo le onde di Bristol e del fenomeno trip-hop. Oggi rivisitate dopo il dubstep. Per uno come Brinkmann, abituato a remixare le tracce più eterogenee e a mutare i suoni con strumenti home-made, la scelta è infinita. L’eterogeneità non è più una qualità, bensì un golem cui fuggire per non disperdersi, per non perdere la rotta.

Nelle tracce di When Horses Die… il Nostro si è autolimitato fra pochissime coordinate, fra paletti essenziali, fra mura che non sono a specchio, che non riflettono più laser o strobo: questa volta proiettano l’anima blues. Sembra strano parlare di blues, ma l’essenza è quella, sapientemente contaminata dalle minimaldiavolerie di sintesi. L’introduzione con il pianoforte chiama un duetto con l’ultimo David Sylvian, Spiral è una ballad degna del migliore Nick Cave, Birth & Death un ostinato che mescola le pulsazioni dei Suicide rallentate in un dub-rock darkissimo post-Tricky, Meadow ha una coda wave che i Depeche Mode si sognano e la canzone che dà il nome all’album rappresenta l’equilibrio perfetto tra voce cool ed elettronica.

Un minimalismo astratto che non coinvolge più solo le macchine, ma che innesta la voce e il mito blues nell’elettronica. La nuova via che ritrova le armi vecchie, i circuiti succubi dell’acustico, il tempo che si rallenta e ci dilata. Ancora anima, stavolta senza filtri. Una sorpresa che scalderà i cuori dei clubbers più puri e che farà meditare più di qualche rocker sulle possibilità dell’elettronica, questa volta calda come non mai. Ballate che ci accompagneranno per tutto il freddo inverno. Un ceppo duro a spegnersi.(7.5/10)