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The Elliott Foundation

di Gianni Avella e Antonello Comunale
Mentre Matt Elliott giunge alla terza prova solista con Failing Songs, Collected Works riassume tutto (o quasi) l’operato dei Third Eye Foundation per Domino. Ripercorriamo la vicenda artistica del sig Elliott, dal terzo occhio al soggiorno francese. Attraversando la Manica, ovviamente.

Bristol anno zero

Bristol non è Londra, tantomeno Liverpool. Non è stata attraversata da alcuna corrente freakedelica né ha concepito baronetti. Musicalmente è di facile inquadramento, visto che per più della metà del ‘900 in città non è successo pressoché nulla. Poi, però, nel rigurgito post-punk di fine ‘70 che invase la Britannia tutta, uno smilzo e pallido giovanotto -  tale Mark Stewart - vittima cosciente del battito funk raduna una congrega di pentiti visi pallidi e li registra sotto il marchio Pop Group.
Una manciata di dischi per la Storia. Dopo, lo sfaldamento; con gruppi satelliti che pur tenendo a battesimo future stelle del pop (nei Rip Rig And Panic canticchia Neneh Cherry…) rimarranno culto underground.

Poi di nuovo silenzio, come se la città tramasse dalle retrovie; finché una comune di artistoidi e graffitisti, il Wild Bunch, non decide di rallentare – e imbastardire – la battuta hip-hop. Nel 1991 debuttano i Massive Attack e quel particolare elogio alla lentezza viene catalogato come trip-hop. Dall’underground si passa all’overground. Parimenti col grunge, il novello neologismo attecchisce ortodossi e non. Dall’Inghilterra, frattanto, nuovi dogmi vengono studiati dall’austero The Wire: la memoria storica dei giovani neomusicisti bianchi, tutti o quasi in seno alla Too Pure, si dilata e un giovane Simon Reynolds prepara la penna al nuovo costrutto.

Il terzo occhio

Ma poco prima che Reynolds mettesse mano al calamaio, Bristol, oramai sospesa tra i 60 e 90 battiti al minuto, dà alla luce l’atto primo dei Flying Saucer Attack di Dave Pearce, parafrasi Kosmische (nella tracklist figura una Popol Vuh parte 1 e 2) dei My Bloody Valentine con tanto di cover, del tutto vampirizzata, di The Drowners dei  Suede.
cover Tra le colate di feedback si odono dei bongos. Sono suonati da Matt Elliott, che dopo quel lavoro -  iniziatore del cosiddetto Bristol-psycho - abbandona i FSA. Tiene il moniker utilizzato alla corte  Pearce, Third Eye Foundation, e spalleggiato da Debbie Parsons debutta nel 1996 con Semtex(Linda's Strange Vacation, 1996). Ascendente anch’egli di Kevin Shields e soci nonché genia del nuovo che avanza (vedi Kranky), Semtex è caotico e caustico, un bad-trip che comprime l’estetica shoegazing e ne martoria la lettera. La voce è un canto lontano, esangue tra la tenebra di Next Of Kin e sinistro (come dei Mazzy Star sui carboni ardenti) nella morbosa Dreams On His Fingers.
Debutto che come molti censisce e fa riflettere: se le lunghe Still Life e Once When I Was An Indian sono in linea con quanto detto sin ora, l’iniziale Sleep consegna i My Bloody Valentine nei vortici di una Roland W30. La critica parla di sincresi shoegazing/drum and bass, ma gli indizi, seppur in nuce, non fanno ancora una prova. (7.0/10)

Dello stesso anno è anche In. Version (Linda's Strange Vacation, 1996), atto di stima del Nostro verso una scena, quella dell’altra Bristol, che non invidia le fratellanze all’epoca vigenti a Berlino e Chicago. Il 3EF, in sostanza, rielabora materiali contigui come Eternity e Short Wave Dub degli Amp, Superconstellation dei Crescent (la migliore del lotto nel suo diluire echi dub e stranianti visioni Joy Division) e Way Out Like David Bowman dei Flying Saucer Attack, ovvero l’elite locale arricchita per di più da Eyes degli Hood, compagine di Wetherby notevolmente prossima alle idee di Elliott. (7.0/10)

Il disco non elude il precedente Semtex, ma anzi ne conferma la trama fosca e brumosa. Dopodichè la svolta: i Third Eye Foundation abbandonano la Linda’s Strange Vacation (nome di un remoto gruppo di Bristol nel cui organico passarono futuri Crescent e Amp) per il roster Domino. Nel mentre, presumibilmente stufo della flemma trip-hop, Elliott comincia ad elaborare decisamente a velocità compresa tra  160 e 180 battiti al minuto: tante le stoccate della drum and bass e tanto basta per affacciarsi al futuro. Siamo covernel 1997 quando, preceduto dal didascalico 12” Semtex si manifesta Ghost (Domino, 1997). Le chitarre vivono nei ricordi, la voce è un lamentoso salmodiare. What To Do But Cry, Corpses As Bedmates e I've Seen The Light And It Is Dark sono per la Domino ciò che Aphex Twin è per la Warp. Il ritmo è incalzante, isterico, umorale: Out Sound From Way In, pregna di spezie esotiche, riprende il lascito quartomondista di Jon Hassell; Donald Crowhurst batte terreni adiacenti l’ambient di A Produce; nella title track sembrano dei loschi Portishead orfani dell’ugola di Beth Gibbons e Star's Gone Out stende minimali tappeti rumoristi.
Ascoltato oggi, Ghost suona obsoleto come lo è la drum and bass, ma all’epoca, cioè nel groviglio post, fu il giusto compromesso per chi voleva allinearsi all’elettronica di consumo senza perdere di vista le nuove istanze rock. (6.5/10)

La Parsons, vista la totale o quasi abiura in fase di composizione decide di lasciare all’uomo  l’assolutezza della “fondazione” (si rincontreranno nel debutto di lei come Foehn), che nel mini seguente, Sound of Violence, ratifica il presente e prospcoveretta il futuro.
Quando nel 1998 Elliott produce Rustic Houses Forlorn Valleys degli Hood - pastorale scritto à laCodeine nati a Canterbury – si intuisce il perché di You Guys Kill Me (Domino, 1998). Il disco taglia nettamente col passato e non in termini di intelaiatura, che è e rimane ancorata all’elettronica, bensì nella forma canzone che regala  inaspettate aperture pop.
Ne è testimonianza l’inaugurale Galaxy Of Scars, capatina latineggiante sostenuta da un campione di batteria non dissimile dall’abusato (da Madonna ai My Bloody Valentine) loop di Security Of The First World dei Public Enemy.
Nell’anno terminale del trip-hop, i Third Eye Foundation si cimentano in  materia (come a dire: se possono loro…) nella soporifera In Bristol With A Pistol, garbatamente jazzata come lo è That Would Be Exhibiting The Same Weak Traits, episodio questo che sarà segretamente studiato dal futuro rampollo di casa Domino Four Tet. Pertanto immaginifica elettronica da ascolto; tant’è che più di catalogare alla voce drum and bass (con No Dove No Covenant legittimata in tal senso) parrebbe ovvia la dicitura intelligent dance music. (8.0/10)
         cover
Matt Elliott saluta il millennio da agitatore saggio. Il 2000 di Little Lost Soul (Domino, 2000) è come si aspettava.L’elettronica lenisce ogni spigolo stridente e il suono, specie in Lost, si mitiga.
Ed è proprio lei, la detta Lost, ad operare da crocevia: una ballad folk dai toni gotici, aliena in un contesto che già schiudeva al prossimo.
La foga drum and bass veste singolari litanie operistiche (I've Lost That Loving Feline, What Is It With You, Half A Tiger); le manipolazioni si ornano di quid idilliaci à la Boards Of Canada (le annesse Are You Still A Cliché? e Goddamit You've Got To Be Kind,) e l’epica elettronica tocca la perfezione assoluta in Stone Cold Said So. (8.0/10)

I Poo Poo On Your Juju (Domino, 2001) è il gesto ultimo del terzo occhio. Un disco di remix conforme al lontano, non solo per il lustro trascorso, In. Version che sin dal range - Yann Tiersen con La Dispute, i Tarwater di To Describe You, i Blonde Redhead con Four Damaged Lemons tra gli altri – ipotizza il mood a venire. (7.0/10)


Little Lost Soul

Spogliatosi - forse per sempre - delle vesti elettroniche del Terzo Occhio, ritiratosi in uno splendido isolamento francese alla ricerca di radici più antiche e profonde, Elliott comincia ad architettare un nuovo percorso tutto suo. Un uomo nudo con le proprie ossessioni, i fantasmi di un passato che si vuole dimenticare, un futuro che non si riesce ad intravedere e un presente opaco, grigio, accidioso e scostante. L’ex perdigiorno nella Bristol cosmica dei primi ’90 indossa ora l’abito del poeta da osteria, che scrive velocemente i propri versi su una tovaglia a scacchi prima di cadere in un delirium tremens come ultimo atto di una depressione etilica cercata con sempre più compiacimento. Dalla passata esperienza il Nostro trae la capacità di manipolare i suoni, trattandone la filigrana con ricercatezza. Ma se il suono del Terzo Occhio era prettamente elettronico, quello dei dischi solisti è prettamente folk. Un folk fantasma, ovattato e rivisitato dall’elemento sintetico. cover

Questo è sostanzialmente lo scenario in cui viene a nascere The Mess We Made (Domino, 2003). Che la depressione porti con sé un po’ di autocompiacimento è cosa nota. Il torpore del sé che si lascia andare al proprio stato quasi con dolcezza. Come le canzoni di questo disco, che si aggrovigliano attorno ad una forma di ballata folk da belle epoque con un autore che sembra vivere la propria vita con l’accidia e lo sconforto di un Jacques Brel in disfacimento.

Qualche timido ricordo della Bristol che fu appare qui e li a cementificare queste visioni arcaiche (Also Run, The Mess We Made), che si muovono lente e avvolgenti tra pianismi austeri (The Dog Beneath The Skin), cadenze da bossa nova in umore nero (Forty Days) e canti di marinai che dal fondo della stiva attendono che la tempesta passi per sempre (The Sinking Ship Song). Ma non ci sono solo sconforto e depressione ad agitarsi tra queste canzoni. C’è anche la fragranza alchemica della tradizione popolare, le fatture artigianali delle cose fatte con le proprie mani e il pensiero di una vita migliore che nasce dal basso e elegge come eroi i propri sconfitti dalla storia.

coverQuestioni che Elliott fa proprie, con sempre maggiore convinzione a partire dal secondo atto della sua trilogia solista. Drinking Songs (Acuarela / Ici d’ailleurs / Venus, 2005)sposa la visione radicale dello storico A.J.P. Taylor, un cantautorato alcolico sempre più cupo e introverso, un’ epica retrò e un fatalismo immanente che si scaglia contro nemici vecchi e moderni, contro “la politica estera degli Stati Uniti d’America” di cui si cantano le vittime in A Waste of Blood. Questo sembra  davvero il secondo atto di una tragedia senza lieto fine. Solo così si spiega il generale tono melodrammatico che supera in contrizione il già doloroso The Mess We Made. Una musica che è sempre più contesa tra un caloroso abbraccio folkloristico e una gelida carezza d’ambiente come a mimare il perdersi in un orizzonte di cui non si scorgono certezze.

Drinking Songs conversa volutamente un fascino polveroso, come se fosse una foto ingiallita del secolo passato. Ne sono prova le sette cantate folk da piccola borghesia europea che lo compongono, piccole colonne sonore per un immaginario carteggio tra Dickens e Tolstoj.  Musica per esorcizzare il dolore, come nella lapidaria overture di The Kursk, dedicata a tutti “coloro che si sono persi nel mare”, che si muove lenta a metà tra un requiem per marinai e una suite morriconiana per uno spaghetti western, di quelli dove non appare nessun gringo a liberare gli oppressi.

Una piccola rivoluzione d’ottobre con tanto di bossa nova che sfocia in tempi da mazurca viene documentata su  Whats Wrong, ne più ne meno che unpiccolo capolavoro di sceneggiata post-moderna. What the Fuck am I Doing on this Battlefield? si chiede ad un certo punto un Elliott sempre più intenzionato ad interpretare la parte del cantautore che versa per noi le sue lacrime, in quello che è destinato a diventare un piccolo classico moderno. Se una sola cosa gli si può rimproverare, forse, è l’aver deciso di chiudere con il remix del primo disco, qui ribattezzato The Maid We Messed. Ci avevamo quasi creduto davvero, che tutto questo uscisse fuori dalla polvere del tempo andato come un tesoro nascosto.

coverCosì come sembra spuntare fuori da archivi impolverati l’ultimo lavoro, quel Failing Songs (Acuarela / Ici d’ailleurs, novembre 2006) che chiude il ciclo e ci consegna un ritratto a tutto tondo del nuovo artista Elliott, rinato a nuova vita come cantautore folk, innamorato dell’ortodossia delle vecchie radici e della tradizione europea. Non si avverte più l’elemento elettronico. Il presente di Elliott è quello di un piccolo compositore da chitarra e fisarmonica che si compiace delle sue piccole dimensioni da club, della deliziosa inattualità dei suoi valzer e dei suoi cori da ubriachi pallidi sotto la luna. Elliott è forse alla ricerca di una lingua europea universale, un’unificazione che passi per le tradizioni secolari piuttosto che per i trattati di Maastricht.

Si avverte forte, in questo disco, la ricerca del suo autore, il suo andare girovagando tra questa e quella contrada per cercare di afferrare la bellezza delle musiche antiche. Che sia un valzer con cadenze classiche (Our Weight in Oil), un sirtaki greco che diventa un tango (The Failing Song), un flamenco che incede tragico (Broken Bones), una bossa nova spagnola con violini e note di piano (Desamparado), una sonata popolare da ex Jugoslavia  (The Seance), ogni volta emerge evidente la pratica errabonda dell’autore, con quella voce che è sempre più quella di un vecchio crooner da grammofono.

Solo con i suoi pensieri tristi, accompagnati qua e la soltanto dal violino di Patricia Arquelles Martinez, questo nuovo Leonard Cohen del mediterraneo, ha ormai compiuto definitivamente il suo personale elettro shifting. La Fondazione del Terzo Occhio e Bristol sono ormai un ricordo da documentare con box compilativi, mentre viene in qualche modo evocato come padre ideale di giovani cantastorie in odore di balcanic wave come Zach Condon. Semmai le sue visioni folk sembrano molto più in linea con quelle degli ultimi Silver Mt. Zion, quelli che come lui, hanno trovato il loro punk rock nella tradizione gitana, zingara e testardamente ortodossa della secolare musica europea.