Da segreto ben custodito dell'underground londinese a caso pop del 2008, per il trio anglo-svedese è stato un gran bel salto. Il segreto: fame cannibalesca e qualche ospite "importante".
Sembra una favola, sicuramente è una storia insolita, o quantomeno rara. Appena tre anni fa, dal profondo underground dei club di South London, emergeva un trio sperimentale - gli inglesi Andrew Pettitt e David Farrell, la chanteuse svedese Ulrika Bjorsne - caparbiamente dedito a un pop imbastardito e contaminato da un’allure inconfondibilmente vintage. Del progetto Shortwave Set, e del relativo debutto discografico The Debt Collection (Independiente, 2005), in realtà dalle nostre parti è arrivata soltanto una flebile eco; a dirla tutta, al momento attuale le notizie reperibili in rete restano scarse, come se davvero di questo gruppo se ne fossero accorti giusto in due gatti (quattro, per carità, sarebbero stati troppi). Com’è allora possibile che questi illustri sconosciuti si trovino, oggi, autori di un disco pop importante e imponente come Replica Sun Machine, toccato dalla mano santa di Danger Mouse, del raro John Cale (in veste di producer aggiunto e ospite) e di Van Dyke Parks (qui al suo secondo exploit nel pop moderno dopo il pluripremiato Ys della Newsom)? Pare una congiuntura fantastica, irreale, e infatti lo è.
Osservando da vicino, è uno dei rari casi in cui talento e fortuna hanno avuto il medesimo peso. Vero è che, a fronte di vendite modeste e promozione semi-fantasma, i tre hanno goduto del considerevole vantaggio di piacere, e subito, alla gente che piace (oltre ai critici britannici, che premiano il disco in occasione della consueta vendemmia di fine anno, Zane Lowe di BBC Radio One e Lauren Laverne di XFM decretano il disco album of the week, insieme al Times e l’Observer); ma è altrettanto vero che The Debt Collection, con i suoi richiami insistenti a Beta Band, Pink Floyd, Flaming Lips e la Goldfrapp di Felt Mountain, quell’hype sotterraneo lo meritava tutto.
E’ di certo quell’attitudine cannibalesca (definita dai propri autori victorian funk), votata al sample spregiudicato e alla costruzione di filastrocche con mezzi di fortuna, che ha destato l’interesse dell’autore del Grey Album. Così, nonostante il magro budget di partenza, Brian Burton ha invitato i tre nel suo studio a Los Angeles (non prima di esserseli portati in giro con i Gnarls Barkley). Il risultato sono undici nuove canzoni che, aldilà dei “pesanti” nomi coinvolti nella loro realizzazione, compongono un caleidoscopio popadelico e solenne, intriso di sci-fi e di innumerevoli riferimenti all’universo popular degli ultimi 40 anni. Stavolta, vedrete, se ne accorgeranno in più di due gatti, degli Shortwave Set.


Pop eats itself: è la regola aurea su cui si fondano gli ultimi quarant’anni di musica pop(olare) moderna. Indi, quello che si prefigura come uno tra i migliori dischi pop dell’anno in corso non può far certo eccezione, anzi enfatizza il processo cannibalesco nel momento in cui poggia buona parte del suo prestigio - e del suo hype – su certi signori coinvolti in diverse fasi nella sua lavorazione: Danger Mouse (produzione), Van Dyke Parks (arrangiamenti), John Cale (produzione addizionale e viola).
Un tris di nomi che farebbe la fortuna di qualsiasi disco, verrebbe da dire; non fosse che i miracolati del caso, i britannici The Shortwave Set (qualcuno li ricorderà alla voce The Debt Collection - l’esordio di tre anni fa, un miscuglio di sample e canzoni definito da essi stessi victorian funk), hanno confezionato per questo progetto una sfilza di brani perlopiù impeccabili che ripercorrono meticolosamente, frullandoli e rimasticandoli, i quarant’anni di cui sopra, per condensarli infine in un concept postmoderno dalla consistenza notevole (specie sul versante psych e orchestrale, in un nesso che unisce i capolavori ’60 del genere e Yoshimi Battles The Pink Robots), eppure lieve come pop comanda (vedi le svariate ascendenze disco, electro e funk, cortesia di mr. Gnarls Barkley).
Verificato l’assioma posto in apertura, si può giocare a trovare tutte le influenze rintracciabili fra i magniloquenti solchi di Replica Sun Machine: Air infatuati Gainsbourg, i citati Flaming Lips, Delgados, Stereolab, Broadcast, New Pornographers, Belle And Sebastian, con una punta d’orgoglio campanilistico perfino gli ultimissimi Baustelle (medesima l’ambizione popadelica, simile il miscuglio di voce maschile e femminile), fino allo smaccato omaggio/plagio bowiano di Now Til’ 69 (che cita apertamente Fantastic Voyage e il periodo wave pop del Duca); ci vorrebbero comunque ascolti su ascolti per individuarle tutte. E non è certo un male, perché a ritornare su episodi come House Of Lies, la ruffiana No Social, o la solenne chiusura The Downer’s Song le nostre orecchie hanno solo da guadagnarci. C’è sempre disperatamente bisogno di dischi che ci ricordano quale meraviglioso caleidoscopio sia il pop. (7.4/10)