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Introduzione
Critica
Webografia

The Russian Futurists

di Valentina Cassano e Stefano Pifferi
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Foto: The Russian Futurists

 

 

  • Paul Simon
  • Sentiments Vs. Syllables
  • Our Pen’s Out Of Ink
  • Still Life
  • Hurtin’ 4 Certain
  • Why You Gotta Do That Thang?
  • It’s Over, It’s Nothing
  • Incandescent Hearts
  • These Seven Notes
  • 2 Dots On A Map

Our Thickness (Upper Class / Goodfellas, 2005)

di Valentina Cassano

Prendete un carillon, caricatelo e lasciatelo suonare. Avrete così riprodotto (non proprio fedelmente, ma ci siamo quasi) Our Thickness dei Russian Futurists. Progetto concepito e nato dalla mente di Matthew Adam Hart, proveniente da un Canada mai stato tanto vivo e florido, a livello musicale, come negli ultimi tempi (Broken Social Scene, The New Pornographers, Feist, Arcade Fire, solo per citare alcuni nomi). Progetto concepito e nato - sin dal 1999, anno del primo Ep École De Neige - proprio nella cameretta di Hart. E si sente. Un liquido amniotico materno, una stanza ovattata, un mondo straripante di sentiment(alism)i, un salto temporale che riporta a quella imprecisata e altalenante fase della vita che va dall’infanzia all’adolescenza. Un richiamare alla memoria vecchie canzoni di cartoon o filastrocche scolastiche, amori desiderati e desiderabili, ma infranti, di quelli che ti lasciano con il cuore a pezzi e che ti fanno crollare il mondo sulle spalle.

Tutta una serie di romantici cliché condensati dal buon Hart in dieci episodi pop, che lambiscono il lo-fi come l’electro wave, e a cui deve tenere particolarmente, visto che i precedenti Let’s Get Ready To Crumble del 2003 e The Metod Of Modern Lover del 2001 sono stati confezionati allo stesso modo. Un marchio di fabbrica, verrebbe quindi da pensare. La puerile ingenuità dell’autore, intrisa di onestà, può far tenerezza ad un primo ascolto, ma già dal secondo inizia a sapere troppo di miele. Un tripudio di drum machine, organetti, tastiere, campanelli e campanellini vari, ogni tanto una chitarra o un pianoforte giusto per dare un po’ di colore. A questo si devono aggiungere poi melodie tanto adesive e ripetitive da risultare a tratti stucchevoli, come la piatta Sentiments Vs. Syllables, il lento incedere sornione di Incandescent Hearts, la bambinesca These Seven Notes (ne conoscevo una simile ai tempi delle elementari). Certo non mancano momenti davvero gustosi (la frizzante Paul Simon in apertura e Our Pen’s Out Of Ink, esempio di come i Beach Boys potrebbero suonare nel 2005), ma non bastano a scacciare l’idea che ci si trovi davanti a dei Flaming Lips totalmente avulsi dagli strumenti, ad un Casiotone For The Painfully Alone appena più barocco, a dei Magnetic Fields senza una composita architettura estetica.

Proclamati dalla critica di mezzo mondo come miglior pop band canadese - e non si finirà mai di gridare ”al lupo, al lupo” quando il lupo effettivamente non c’è -, i manierismi zuccherosi di Our Thickness faranno venire i brividi agli amanti del genere e a quanti vogliono riprovare le emozioni del primo batticuore. Per quanto mi riguarda, hanno solo fatto alzare il livello della mia glicemia. (4.5/10)

  • Let’s Get Ready To Crumble
  • Paul Simon
  • Our Pen’s Out Of Ink
  • Precious Metals
  • It’s Not Really Cold When It Snows
  • Science Of The Seasons
  • Hurtin’ 4 Certain
  • Two Dots On A Map
  • Telegram From The Future
  • Your Big Brown Eyes And My Broken Heart
  • C’mon
  • Still Life
  • You And The Wine

Me, Myself & Rye (Memphis Industries / V2, settembre 2006)

di Stefano Pifferi

Gran titolo per un grazioso compendio all’attività di Matthew Adam Hart, da anni responsabile con il moniker Russian Futurists di un pop ricercato e godibile. L’album in questione è una sorta di selezione, non un best of, dai precedenti lavori del canadese, qui riuniti per celebrare la distribuzione europea dei propri dischi.
La formula è semplice: una volta creata una melodia da cameretta romanticamente pop, Hart la inasprisce lievemente con riverberi e overdubs, ne detta i tempi con una drum machine à la Arab Strap e la infarcisce con coretti ora alla Beach Boys/Abba (Hurtin’ 4 Certain), ora vagamente synth-pop anni ’80 (Science Of The Seasons).

Il risultato è vario: pop zuccheroso con influssi indie (Let’s Get Ready To Crumble), easy-listening orchestrale con melodie vocali che si stampano in testa (vedi il sentito omaggio a Paul Simon dell’omonimo pezzo), pezzi sghembi con campionamenti bislacchi quasi fosse una versione one man band della mai troppo glorificata Beta Band (Our Pen’s Out Of Ink).

Insomma, un eclettismo da non sottovalutare, i cui riferimenti più spesso citati sono quelli a mostri pop del calibro di Flaming Lips e Magnetic Fields.

Per chi è attento alle ultime evoluzioni del pop più indipendente, Russian Futurists è un nome che non sarà sfuggito e quindi Me, Myself And Rye è ovviamente superfluo; per i più distratti l’ascolto di questo sunto può essere un buon viatico per iniziare a conoscere la musica del canadese. (6.0/10)