Caratteri: [Small] [Medium] [Large]
Introduzione
Critica
Webografia

The Drones

di Edoardo Bridda e Stefano Pifferi
Formati nel 2000 dal chitarrista/cantante Gareth Liddiard e dal chitarrista Rui Pereira, The Drones sono attualmente considerati una delle realtà più importanti del panorama aussie, tanto che l'album Wait Long By The River è stato paragonato a Illinois di Sufjan Stevens. Ma questi riferimenti non devono ingannare: le radici della band rimandano alla natia Australia di The Birthday Party e Scientist s. Puro, lacerante, hard garage blues ma non solo. Trame, storie curate nei minimi dettagli, declami e soprattutto passionalità viscerale per il crooning maledetto che più abbiamo amato nel Cave eroinomane. Tutto questo. The Drones

 

 

 

The Drones
  • Someone On Your Bond
  • Bird In A Church
  • She Had An Abortion That She Made Me Pay For
  • The Miller's Daughter
  • I Believe
  • Mean Streak
  • Slamming On The Brakes
  • Henry Ford
  • Stop Dreaming
  • The City

The Miller's Daughter (Bang! / Goodfellas, 2005)

di Edoardo Bridda

The Miller's Daughter è una raccolta di tracce escluse dagli ultimi due lavori della band, Here Come The Lies e Wait Long By The River.

Il materiale è stato registrato live in studio in take one, ovvero in presa diretta e il suono, dominato dalla voce sguaiata e ubriaca di Liddiard, è un abile gioco di esplosioni e thrilling, garagista quanto basta per suonare sanguigno ma altrettanto vorticoso da valicare i benemeriti confini di genere.

La prima cinquina è esplosiva: Someone On Your Bond è un blues lacerante, apocalittico gioco tra riffoni e assoli '70, il suono dei Black Sabbath degli esordi marcito al sole; Bird In A Church rallenta il tiro per condurre un cantato più schizofrenico, eppure la confusione alcolica rimane alta, forse un trucco per far sfondare tutte le porte alla successiva bordata, la storiaccia di cronaca con il titolo infinito (ed emblematico) She Had An Abortion That She Made Me Pay For. Un tema secco, declamato con sommo caveiano incazzo sopra una coltre di pistoni garage e drumming tribale. È un saliscendi e con detonazione finale, il metro della potenza del quartetto. Il resto, salvo per la più convenzionale Mean Streak, non può che modulare rispetto a questo massiccio Joshua Tree. La band, compiaciuta, sceglie di calare i giri: The Miller's Daughter e I Believe preferiscono non entrare nella corteccia dell’albero ma stargli accanto. Slamming On The Brakes è persino una ballad à la Kristin Hersh (seppur esasperata a dovere). Henry Ford ripete la formula del crescendo incrociando però le mani in laica preghiera.  

In chiusura ancora ballad, e ancora maschio struggimento e resurrezione, questa volta tra Dylan e Pogues, tragicommedia e accanita ricerca di radici country. Il finale al fulmicotone – sciame sismico discorsivo - non mancherà e spazzerà via tutto. E' quanto basta per far lampeggiare il flag The Drones sulla mappa. Questi ragazzi spaccano. (6.7/10)

  • Jezebel
  • Dog Eared
  • I’m Here Now
  • Words From The Executioner To Alexander Pearce
  • I Don’t Ever Want To Change
  • Work For Me
  • I Looked Down The Line And I Wondered
  • Are You Leaving For The Country
  • Sixteen Straws

Gala Mill (ATP / Goodfellas, 24 ottobre 2006)

di Stefano Pifferi

Intitolare un album come il luogo in cui è stato registrato è un po’ come farlo self titled, al punto che potrebbe sorgere il dubbio che ci sia stata poca originalità. In questo caso, Gala Mill - una fattoria nell’est della Tasmania, ritratta anche nel prezioso artwork virato seppia – riflette profondamente il senso di appartenenza al territorio da parte degli australiani Drones, e lo fa secondo i dettami teorici del folk più tradizionale, ovvero cantando quei luoghi e le storie di chi vi ha vissuto, quasi come gli aborigeni cantavano (cantano?) la creazione seguendo le ancestrali songlines.

Disco chiaroscurale e dall’appeal vagamente carsico, l’opera terza dei quattro è un insieme di canzoni sanguigne, suonate con lo stomaco, che tuttavia prima di detonare del tutto nel cuore e nella testa necessita di essere metabolizzato. Non un difetto, anzi. Se il principale modello di riferimento è il Nick Cave cantautorale -  non  l’invasato delle prime produzioni a nome Birthday Party, bensì l’oscuro e maledetto delle Murder Ballads -  il risultato attualizza quelle atmosfere in chiave etimologicamente folk (vedi il violino di Michelle Lewit e la slide di Dan Luscombe).

La vera forza sta, però, nella perfetta fusione tra arrangiamenti strumentali e lirismo dei testi. Nei nove lunghi brani rivivono magicamente le storie di personaggi spesso dimenticati, come il detenuto cannibale Alexander Pearce (Words From The Executioner To Alexander Pearce) o la disperazione di uomini qualunque sconfitti dall’esistenza (la tirata I Don’t Ever Want To Change), mentre pezzi come la sentimentale ed introspettiva ballata di Dog Eared o Work For Me-  che vede l’esordio alla voce della bassista Fiona Kitschin - rievocano ancor di più lo spettro delle ballate assassine e di tutto un certo rock dal mood oscuro e depravatamente lirico (in pratica dai Tindersticks agli Angels Of Light di Michael Gira, tanto per far due nomi).

Su tutte, basti la conclusiva Sixteen Straws: partendo da alcuni versi del traditional Moreton Bay, Liddiard deraglia con l’immaginazione finendo col narrare storie di detenuti e morale cattolica, suicidi e sensi di colpa, in una lunga e struggente ballata per sola armonica e chitarra acustica che chiude idealmente il cerchio aperto dall’iniziale Jezebel, ad essa speculare (si veda l’impianto chitarristico di quest’ultima e la delirante coda strumentale, tra wall of sound e rumori ambientali)

Nel suo essere viscerale, liricamente profondo e musicalmente ineccepibile, Gala Mill si candida da subito per il podio del 2006. (7.5/10)