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Sulla carta tutto molto hype. Delle volte la musica diverte, e basta. E facciamoci quattro salti. E poi la voce è bella. Oppure lasciamo perdere il buon senso e occupiamoci dei The Blow (ovvero l’artista Khaela Macirich più Jona Bechtolt ) e di Paper Television, disco già sentito ma leggero, salvabile e forse salvifico.
Venghino signori venghino a sentire oneste canzoncine elettropop - brevi, trascinanti e melodiche, forti di una drum machine che fa per bene il suo mestiere e di una voce femminile molto pulita. Si sgomita a volte (Pile Of Gold, ma soprattutto il riff elettronico di Eat Your Heart Up) con gli El Guapo di Fake French (messi tra parentesi fisarmonica e un ingombrante passato).
Quasi subito (Parentheses) sorge un dubbio, presto taciuto da una fresca riduzione pop (The Long List Of Girls) di alcune bizzarrie Brainiac /Enon, ad accompagnare la signorina cantante. Il dubbio torna in Bonjour Juene Fille, ma è ancora zittito da una pulsazione profonda che manda in sollucchero maglie a righe e fan dei Bloc Party - altrettanto presenti in Fists Up.
Insomma, colpo prevedibile ma gustoso; è concesso sciogliere il dubbio e lasciarlo esprimere, senza però aggiungere pretese ad un lavoro che non nasa di averne; e infatti in True Affection, ballata immediata, è definitiva la nostalgia dell’arte vocale delle Raincoats – tolte la dirompenza femminista e la carica femminile – che forse previene un misero sfoggio di una bella voce.(6.5/10)

C’eravamo tanto divertiti, con Paper Television delle Blow. A qualche mese di distanza, la K Records ne ripubblica il primo EP, Poor Aim: Love Songs, uscito nel 2004, e allega ben sette tracce di remix.
Jona e Khaela sono (erano) tutte prese col loro pop pseudofemminista, e con le loro canzoncine leggere e funzionali al loro stesso ascolto, come un cane che si morde la coda perché la trova saporita. Già balena il ricordo delle Raincoats, che avevamo esplicitato per Paper Television, nei giochi vocali del duo, ma ora (allora) anche in alcuni passaggi di cambiamento ritmico - ascoltate Knowing The Things That I Know o Let’s Play Boys Chase Girls - che mima la “casualità” di quel meraviglioso gruppo post-punk.
C’è meno artificiosità nella ricerca del tempo ballabile, c’è più attenzione alla bellezza di incastri pop, che è rincorsa al facile ascolto, in definitiva. E qui nasce un però. Coprire di remix questi bozzetti easy-listening - come avviene in questa riedizione - è dar loro troppa importanza, ovvero è cosa che rischia di far innervosire. Così di Hey Boy (canzoncina onesta e senza pretese) si espone, in sequenza, prima il lavorio di remissaggio di K Maricich, poi quello di Dj Alan Fortarte, e alla fine non se ne può più. Tanto valeva, forse, che Poor Aim rimanesse un EP. (5.8/10)