Partita da un background indie-noise maltrattando le radici, Thalia le ha pian piano fatte rimarginare e modellate in fogge inaudite. Una ragione di vita, il blues, che le scorre nell’anima sgorgando copioso e scuro. Disperato e perciò vivo.
Indizio numero uno: Talia è una figura della mitologia greca figlia di Zeus e Mnemosine, una delle tre Grazie e, cosa per noi basilare, musa della poesia e della commedia. Il mito narra che fu amata da Apollo, da cui ricevette in dote i Coribanti, demoni dalle misteriose fattezze. Indizio numero due: il blues fu regalato a Robert Johnson dal demonio con uno scambio in cui l’ispirazione musicale valeva il prezzo dell’anima. Indizio numero tre: madama Zedek ha il blues che le scorre nell’anima e lo lascia libero di sgorgare, copioso e scuro. Disperato e perciò vivo. Crediamo basti a far capire di chi stiamo per scrivere. Tuttavia, in un mondo che le emozioni preferisce metterle alla porta per poi sbatterne la manifestazione in pubblico, dobbiamo sottolineare quanto la sua presenza oggi sia necessaria. E’ che il suo ininterrotto scavalcare il pudore in favore della franchezza è benvenuto, ma si accetta con fatica: non è colpa sua, siamo noi ad aver perso l’abitudine all’artista che soffre, che insegue la catarsi anche a nostro beneficio. In cuor tuo hai nondimeno la certezza che ne valga la pena e perseveri. Dentro il suo mondo, non hai più scampo e ringrazi il padreterno o chi per lui dell’esistenza di Thalia Zedek.
Troppi guitti e messe in scena ci hanno resi refrattari, ciò nonostante pensate alla fatica di scuoterci dal tepore: ammiri lo scavare cocciuto e quotidiano finché non si raccatta una Canzone. Intesa, qui come altrove, come un racconto o una confessione, un libro aperto o una rosa piena di spine. Non importa se in prima o terza persona, perché le maniere pesano tanto quanto la sostanza; come canti sorregge cosa canti, e viceversa. Thalia padroneggia tutto ciò con la forza di affrontare il dolore tipica della donna, roba che schianterebbe i poveri maschi in un giorno. Il fiume che oggigiorno sfocia in Carla Bozulich parte sì dalla sorgente comune di Houses e Strange Fruit, ma sarebbe stato diverso senza la Zedek. Sesso debole? Ma per favore…

Una ragione di vita, il blues. Come molti altri celebri colleghi, però, la Zedek ci arriva a tempo debito, quando d’esistenza ne ha consumata un bel po’. La puoi collocare lungo il medesimo percorso di Nick Cave e Greg Dulli, da chi cioè è partito da un background indie-noise maltrattando le radici, salvo pian piano farle rimarginare e modellarle in fogge inaudite. Soul, country, dodici battute e folk escono grazie a costoro dai musei e si riaffacciano sulla strada, tra la gente, dove ebbero origine nella notte dei tempi. Con la tradizione devi fare i conti, e buon per noi che i frutti sono pura meraviglia. Viene da Washington, D.C. la Zedek, quando verso la fine dei Settanta approda a Boston, e senza perdersi troppo in chiacchiere la trovi a fronteggiare le meteore White Woman e Dangerous Birds (gruppo tutto al femminile che arriverà a pubblicare una traccia sulla compilation Sub Pop 100. Le cose iniziano a farsi serie attorno al 1983 con gli Uzi, intestatari del mini-lp Sleep Asylum (Homestead, 1986/rist. Matador, 1994; 6.7/10) che ne precede lo scioglimento. Affiancando un manipolatore di nastri al tradizionale quartetto rock (in probabile scia dei concittadini Mission Of Burma), si ottiene un più che dignitoso esito che fa compagnia al faro Sonic Youth, tra una già intima Gabrielle e la nervosa Ha-Ha-Ha, culminando nel canto ipnotico allacciato alla strumentazione di Collections. Apprendistato lento ma di lusso, fatica che paga e sbozza la cantautrice: varrà la pena osservarne il progresso verso la maturità. Un secondo scalino sono quei Live Skullai quali si aggiunge fresca d’arrivo a New York, tenebrosi alfieri di un rock avant-noise con già tre dischi in carniere. Significativo che compiano un salto in avanti affidandosi alla Nostra, sgrezzando le forme pur senza eccedere in melodie.

Non ne sono totalmente privi Dusted (Homestead, 1987; 7.0/10) e il corposo EP Snuffer (Caroline, 1988; 6.8/10), solo le si deve andare a cercare sotto una scorza ruvida e viluppi d’urbanità scontrosa. Dopo un rimpasto di formazione e l’arrivo alla voce di Sonda Andersson, cugina di Glenn Branca, il riuscito Positraction (Caroline, 1989; 7.2/10) poggia finalmente sulle canzoni ed è perciò la cosa migliore del Teschio Vivo; solida la penna gotico-bluesata (sono poco distanti certi Birthday Party) e abrasivo con convinzione l’insieme, da cogliere nel complesso privilegiando le energiche Sunday Afternoon Whiteout, Safe From Me e l’oscurità attraente di Riches House. In barba agli apprezzamenti della critica e alla più pronunciata accessibilità, il gruppo è ormai al capolinea.
Al nascere del nuovo decennio, la Zedek ha fatto provvidenziale ritorno in quel di Boston, dove matura definitivamente imbarcandosi nell’avventura Come con il codeine Chris Brokaw e sezione ritmica sempre diversa. L’approccio anticonformista al rock dipinto di blu si fa largo, raffigurato con modalità abrasive e amalgamato col distacco catatonico e stupefatto da “generazione X”, evidente nelle risposte assenti e vaghe delle poche interviste rilasciate. Mai lasciar la guardia abbassata con questi sornioni, poiché a dirsi oggetto della loro passione è la musica e non il mero contorno. Poco da riferire c’è, in questa vicenda, che esuli dai dischi, sin dall’antipasto, un 7” per il singles club mensile della Sub Pop (Car/Last Mistake) dove regna il “back to basics” senza revivalismo sterile. Due brani che forgiano a martellate noise e blues facendo capire di che fibra sarà il futuro prossimo. Grande dunque l’attesa in autunno, per la verifica sulla lunga distanza. Eleven: Eleven (Matador, 1992; 8.0/10) non deluse le attese, confermando quanto ben risposte esse fossero. La chiave di lettura sta tutta nella ripresa della stonesiana I Got The Blues come poteva concepirla l’ugola di una giovane Patti Smith (ascoltare Power Failure e Orbit, prego), rileggendo dei bianchi che si confrontano a loro volta con la negritudine.
Uno stravolgimento al quadrato, insomma, perpetrato con adeguata conoscenza della storia e dei fondamentali, finisce per allargare i confini del genere. Cifra che emerge da ogni frattura strutturale (esemplari Sad Eyes e William) e dal canto straziato, porgendosi liricamente (Submerge, Brand New Vein), stortamente acrobatica (il valzer inatteso in Dead Molly) o sovente propensa ad armonizzare gli opposti con sapiente furia (le schegge di corde sonicyouthiane della “ballad” Bell; un’oppiacea slide liberata in volo di Off To One Side). Amarezza e furore che resteranno ben impresse nel DNA dei bostoniani e che Fast Piss Blues riassume come meglio non potrebbe. In poche parole un grandissimo disco, passato in sordina in pieno boom mediatico del grunge e tuttavia, contrariamente a parecchi LP di allora, invecchiato benissimo ovverosia per niente.

A tanta grandezza risponde due anni dopo - le distanze tra un disco e l’altro saranno sempre rispettate - Don't Ask Don't Tell (Matador, 1994; 7.4/10) che, al pari crudo e oscuro, affianca al ribollire noise umori kraut (German Song dispiega influenze Can). Medesima l’irruenza stilosa, che qui indaga ed esplora il sound dei Come in ogni anfratto. vi ruota attorno sviscerandone ogni goccia d’emotività, sin dalla coraggiosa apertura in cui ai sei minuti abbondanti di Finish Line replica una Mercury Falls in caduta libera. Tra affondi Afghan Whigs (Yr Reign, String), sixties sotto torchio (Poison) e i tormenti di Wrong Side sciolti dalla dolceamara Arrive, cinquanta minuti terminano senza che ci fai caso, nondimeno sai di trovare qualcosa d’altro fuori della galleria.
Intelligentemente si volta pertanto pagina un attimo prima di cadere nell’accademia: lo stesso segreto può essere rivelato una volta sola, al più due se si possiede talento superiore alla media. Il raccolto Near Life Experience (Matador, 1996; 7.5/10) si concede alle pieghe della canzone/confessione e smussa le asperità, espandendo la tavolozza strumentale grazie agli ospiti eccezionali convocati per l’occasione (John McEntire e Tara Jane O’Neil tra gli altri). Intimismo telegrafico - poco più di mezz’ora - e stenti a crederlo, salvo apprezzare l’eccellente qualità della scrittura, mai appiattita sullo stereotipo benché riconoscibile al primo ascolto: i crescendo di Weak As The Moon, la marimba della riflessiva Walk On’s, l’elegia folk Sloe-Eyed attestano la riuscita della mossa, tanto quanto Bitten e Half Life, sospese tra Cave, Jesus Lizard e Gallon Drunk (dove gioca un fondamentale ruolo proprio Mac McNeilly, batterista della Lucertola). Privo di lungaggini e scorrevole, cosa che il saluto Gently Down The Stream (Matador, 1998; 6.8/10) non sempre è, tra classicismo Neil Young/Paisley, una A Jam Blues inutile e qualche compitino. Si percepisce una certa stanchezza, combattuta con successo da New Coat, Sorry Too Late e dalla fluviale Saints Around My Neck (eccellente riaffiorare dei Codeine). Oltre la dorata routine, restano impresse la ninna nanna Low Middle Of Nowhere e la pianistica, spettrale The Former Model.

Mentre ci si rende conto che la formazione non ha più nulla di rilevante da offrire, nello stesso 1998 Thalia accetta di buon grado l’invito delle Indigo Girls - e che ciò vi dica molto su di lei, non bastassero i completi da jazzman spiantato che indossa regolarmente - a unirsi al Suffragette Sessions Tour da loro promosso. Lungo le date del quale la Signora ha modo di testare la reazione del pubblico a nuove composizioni. Si ha poco da aspettare perché lo scioglimento del gruppo sia ufficializzato e prenda il via la carriera solista della Zedek. Been Here And Gone (Matador, 2001; 7.4/10) si regge su solida penna e corde vocali prossime alla profondità della Faithfull più nicotinica, perfette a misurare le sfumature e la maturità austera cantautorale. Un mesto incanto di folk, blues e impennate rock è ora lo scenario, dove pianoforte e violino primeggiano sulla sei corde, adesso placata. Permane una costante attitudinale, quella di parlare la lingua del passato alla pari e senza soccombere; logico dunque affidare a brani altrui la custodia della nuova “vita” della Zedek. Tra un pugno di riuscite composizioni - su cui primeggia la pensosa Treacherous Thing e un’attorcigliata Desanctified - la tziganata Dance Me To The End Of Love (da Leonard Cohen) e l’arcinota Manha De Carnaval chiariscono quanto blues e saudade siano parole diverse per la stessa condizione spirituale.
Brillante continuazione delle argomentazioni è il mini You're A Big Girl Now (Kimchee, 2002; 7.0/10), dove con la solita intensità si propongono originali di buon peso e cover di Velvet Underground e Dylan. Tra un tour e l’altro col solo appoggio di batteria e del violinista Dave Curry (Willard Grant Conspiracy), c’è modo di allestire Trust Not Those In Whom Without Some Touch Of Madness (Thrill Jockey, 2004; 7.4/10), più teso del predecessore, attraversato da fantasmi country-folk (Brother) e spezzato da febbri rock (Virginia) come non accadeva da un decennio, compatto al pari dell’esordio solista e illuminato dal valzer spazzato da bordate Island Song.
Ottimo presagio alla formazione di una Thalia Zedek Band, assembrata rapidamente sulle ali di un’intesa incredibilmente facile a crearsi: questi - unitamente all’esigenza di tornare a graffiare - i fondamenti di un altro capolavoro che ha richiesto quattro anni e la ponderazione della mezz’età. Attesa e fatica premiate, poiché Liars And Prayers (vedi spazio recensioni) racchiude in un intenso nocciolo una carriera consacrata senza indugi al lato oscuro dell’anima. Un disco che, per l’ennesima volta, analizza la forma canzone senza pudori e remore, liberandovi dentro una rabbia sopita (la nostra ne parla come di un disco “politico”: lo è, tanto più quando parte dal personale) e restituendo la tradizione viva e pulsante. Com’e il cuore di Thalia, del resto, grondante emozioni di cui vuole renderci partecipi, a ogni costo e con ogni mezzo. Noi, da sempre, siamo qui, “ready to be heartbroken”.

Un disco maiuscolo, Liars And Prayers, per la maniera in cui scaglia addosso gli argomenti che affronta e per il valore, evidente nonostante la modestia con cui è offerto. Facile capire le ragioni di un controsenso solo apparente: poiché se è vero che la via per ridare credibilità al rock - o quel che ne resta - passa dalla Canzone, il presupposto dev’essere il confronto ad armi pari col passato, non la resa incondizionata. Questo va facendo Thalia Zedek da tre lustri, e per una seconda volta le è riuscito di raccogliere ogni suggestione, ogni segno, ogni frammento per ricostruire la dimensione moderna del songwriter. Con naturalezza, affidandosi all’eterno compagno di viaggio che le siede accanto, un blues come condizione spirituale, interpretato come in pochi contemporanei è dato modo d’ascoltare. Nessuna pantomima o messa in scena, solo lirismo allo stato puro.
Una serie di ottimi indizi sta a monte di questo suo terzo disco solista: la costituzione di una Thalia Zedek Band che non è fittizio paravento (facce note come David Curry e il batterista Daniel Coughlin si affiancano al bassista Winston Braman e a Mel Lederman, ex Victory At Sea, dietro al pianoforte); una voglia costante di raccontare sentimenti e disgrazie personali, che poi sfociano nella politica del quotidiano e menano fendenti contro l’amministrazione Bush; infine, quel bisogno di liberare la rabbia in forme meditate ma non per questo indebolite, anzi. Le maiuscole, dicevamo: servono per gridare, non strepitare a vuoto. Graffia di nuovo, la bostoniana, insinuando il dubbio che mai abbia davvero smesso di sbrogliare la sua intensa emotività; un marchio di fabbrica che resta lungo le trame dei brani, dove piano e violino si abbracciano e inseguono, dove la Nostra suona più che mai figlia di Patti Smith e Marianne Faithfull (l’epica frastagliata Body Memory) e sorella del Nick Cave mediano e di Greg Dulli (Next Exit e Begin To Exhume farebbero un figurone su Congregation.)
Tradizione strapazzata e scrittura commovente (affligge, We Don’t Go, eppure non te la levi di dosso…) enfatizzate dalla cura del dettaglio strumentale, ma non crediate che sia facile. Non una nota di troppo nella Lower Allston sbatacchiata tra fantasmi “rock poetry” e visioni Calexico; niente passi falsi nei cambi di marcia che attraversano Do You Remember e Come Undone; assenti le rughe nel country - che pare strappato a Leonard Cohen - Green And Blue. La concitazione e l’urgenza di comunicare appartengono a una ventenne, forme e mezzi a chi ha mezzo secolo di vita sulle spalle: ecco la spiegazione di quanto solleva Liars And Prayers dalla mediocrità estemporanea che ci sommerge. Non sarà impresa facile entrarvi, serviranno quelle ore che “non abbiamo” ma che è opportuno scovare per ripagare un talento raro. Conservate Liars And Prayers sul comodino, magari a fianco di Evangelista. Poi lasciatevi lacerare l’animo, almeno una volta al giorno. Vi farà bene. (7.8/10)