Quel look da eterna adolescente vansantiana, docile e problematica. L’aspetto esile e il timbro di un soprano. Una ricerca espressa attraverso un’autoipnosi catartica, sedante, mai risolutiva.
O’Neil, un cognome comune per un viso familiare, la ragazza della porta accanto con l’aura d’angelo e quel nome in perfetto contrasto. Tara Jane, che fa assieme Sixties, erotico e fumetto.
Chi non si innamorerebbe di lei? L’adolescente avant del post-rock, intrufolata nel giro che conta con tante idee e progetti, e poi cantautrice. La timida via verso musiche private e sperimentali. Infine il folk intimista per piccolo ensemble, il giusto mezzo tra l’idioma e l’espressione interiore. Tante le carte nel mazzo per Tara inizio Duemila, tante da farne una grande scommessa per gli anni a venire, speranze che la critica nutre allo stesso modo per Oldham e Cat Power pre incoronazione.
Tara dunque, futura stella promessa, come una nuova Joni Mitchell, un misto di conforto e tristezza, di tensione e levitazione, l’apparente confidenza per esprimere l’universale. Il tutto sussurrato agli amici, destinatari privilegiati di sempre, e poi al mondo attraverso un folk ’70 depurato dell’idealismo, spersonalizzato a partire dai ralenti del decennio post, una base per calchi informi che poco a poco acquistano la forma di un’anima fragile eppure nerboruta, soprattutto complessa, con un’estetica tutt’altro che anestetica. Tara infatti è un viaggio verso il vuoto, un vuoto talmente grande che attrae con una forza bianca. Un angelo di luce ad accompagnare l’ascoltatore passo dopo passo, con infinite carezze e dolcezza verso un imperturbabile fato. Era la via di Drake e Tara l’aggiorna attraverso un folk psych per spiriti celesti sotto Special K.
Un veicolo potente che proprio sul più bello è sembrato svanire con i lavori seguenti. Dopo il capolavoro personale In The Sun Lines, Music For A Meteor Shower, TKO e You Sound, Reflect sperimenteranno coerentemente nuove direzioni senza convincere. Eppure, al crepuscolo, le cose possono assumere una luce differente. L’alba poi, arriva In Circles…


Con In Circles Tara ritrova la formula che le è più congeniale e innata, quella di In The Sun Lines. Rispetto alla prova precedente, sottotono e alla ricerca di un folk maggiormente desert-rock (espresso in canzoni più o meno convenzionali appena sporcate dai nastri), la cantautrice ripropone il songwriting in bilico tra intimismo, sperimentazione e umanità, che aveva fatto di lei più di una talentuosa tra le promesse.
Ed è una O’Neil rinfrancata quella che si ascolta fin dall’inizio del lavoro, più sicura e in chiaro, capace di sfidarsi melodicamente, di non accontentarsi della confidenza a pochi eletti. A Partridge Song e The Louder sono puro incanto, una doppietta di canzoni dalle strofe da diario, con l’autrice proiettata oltre lo steccato delle logiche sedanti. Tara vs Joni, verrebbe da dire, strofa contro strofa, ascoltare la migliore del lotto, The Louder, per credere. Ci troviamo lo spleen sottotraccia che fece grande Drake, ma anche il più caparbio dei motti carry on americani, insomma, un piccolo classico.
È un peccato - ma neanche una novità - che i restanti brani in scaletta non riescano a mantenersi a questi ottimi livelli, eppure l’astrattezza di A Sparrow Song è un buon momento di passaggio come le venature nashvilleiane di Blue Light Room o desert di Need No Pony informano che l’ex Sonora Pine e Retsin, oltre che ultraterrena, ha anche fatto di questa attività un mestiere. E anche nell’artigianato il talento non le manca. (7.0/10)

Disco immediato quanto sottilmente elaborato, In The Sun Lines segna definitivamente l'uscita di Tara Jane O'Neil dalla categoria delle pure cantautrici.
Mentre i Retsin si concentrano sul songwriting per se, i lavori solisti della O'Neil si propongono piu' come stream of consciousness dell'artista. Se In The Sun Lines fosse firmato da un altro nome e uscisse su un'altra etichetta se ne farebbero notare la ricchezza sonora, le divagazioni quasi di rumorismo, il paesaggio di strumenti sfiorati e di microsuoni.
E' un folk mentale, implicito, come se il mixer volesse tradurre in fretta le sinapsi cerebrali, senza lasciar loro il tempo di prendere una forma definita. Una musica che vive di scatti nervosi, di rimandi interni troppo veloci per essere compresi e spiegati dall'orecchio razionale.
Le parti vocali sono distillate con parsimonia, nient'altro che uno strumento come gli altri. Il canto sale alla ribalta, con una umanita' alla Robert Wyatt a fare capolino, solo in High Wire e In This Rough, non a caso i pezzi che piu' ricordano Peregrine. Una misura dei progressi della O'Neil (la quale per quel che conta suona quasi tutti gli strumenti da sola) si ha già in The Winds You Came Here From, il primo brano del disco, con gli strumenti in rarefazione e la voce tremula a ricordare certe cose di Lisa Germano. Il primo vero slancio c'e' pero' con Your Rats Are che proietta in una dimensione aliena e languida, con Dan Littleton degli Ida a doppiare una voce che e' quasi vagito neonatale. Una canzone che non si dipana, ma si disfa e si adagia nei riverberi del Rhodes e nello sfiorare metronomico della batteria.
Gli strumenti si accumulano e si sovrappongono in una maniera che e' debitrice di certo rock degli anni '70, quando non della musica classica. Non disposti gerarchicamente (batteria, poi basso, poi chitarra, voce sopra a tutto) ma intrecciati ed equilibrati a creare un insieme che non conosce piu' le singole individualita' e i singoli timbri. Come i Tortoise, quando erano ancora un gruppo serio. O come i migliori Rollerball, a tratti. Basterebbero i primi due pezzi per mostrare la maturita' di questa artista anche come produttrice. Due brevi strumentali (All Jewels Small e Bowls), posti al centro del disco, servono giusto a confermarlo.
Una manciata di minuti dopo, il disco si conclude con un altro picco memorabile. This Morning manda in loop un riff di chitarra folk e su quell'effetto ipnotico costruisce un molle incedere in trance e New Harm adotta la stessa tecnica per costruire un brano di nuovo solo strumentale. Entrambi i pezzi devono pochissimo al rock: non mi stupirei se da grande la O'Neil passasse alla musica d'avanguardia. A Noise In The Head chiude il disco in puro stile John Fahey.
Con In The Sun Lines siamo in una terra di nessuno che confina con mondi diversissimi e inaspettati. Diane Darby e Roy Montgomery, il Van Morrison di Astral Weeks e i vecchi dischi di new age della Wyndham Hill, i quadretti faheyani di David Grubbs e i Volebeats. (7.0/10