

I Clap Your Hands Say Yeah si dichiarano “upon a tidal wave of young blood”, in uno dei loro pezzi più celebri, non senza autocoscienza: l’ondata di sangue giovane che calca dai palcoscenici americani, canadesi ed europei a qualche mese dal suo picco, infatti, continua a gocciolare dalle casse dei nostri stereo. E l’hype-generator dei blog americani prima, ed europei poi, elegge nuovi piccoli culti sull’altare della band del momento, del secondo, dell’istante. In questo senso, l’ultima formazione di rilievo sono proprio i Tapes ‘n Tapes, terzetto in teoria, ma non in pratica, direttamente da Minneapolis, Minnesota ora in rotta verso al resto delle comunità indie mondiali.
Le ragioni del trambusto ci sono, ovviamente: The Loon, disco d’esordio della band, condensa nel titolo l’anima (auto)ironica di un’operazione che - a partire dai testi - si dichiara poco pretenziosa quando non apertamente “non sensical”. Gli undici pezzi che lo compongono sono catchy e qua e là decisamente azzeccati: è il caso della secca Cowbell (ecco, finalmente un titolo originale!) e di Insistor, che tra Pixies, Pavement e persino Sons and Daughters si piazza, per carica e attrattiva, poco al di sotto dell’inno estivo The Skin of My Yellow Country Teeth dei già citati Clap Your Hands, mentre Omaha aggiunge all’equazione sonora quello spicchio di tex mex alla Calexico. Altrove, come succede con The Illiad, 10 Gallon Ascot e soprattutto con lo xilofono dell’incipit di In Houston, il pensiero va direttamente ai Wolf Parade, altri donatori generosi di quella scodellata di gioventù cui si accennava poco fa.
Eccettuata la totale mancanza di originalità della band, che è qualità utopica specie quando si viene al blog-friendly sound strettamente contemporaneo, The Loon non è un brutto disco ed in più ha la dote rara dell’onestà. Gli arrangiamenti sono solidi, attuali e squisitamente, volontariamente plagiari come se venissero da un trio che è venuto a patti con la necessità di chiudere l’onda in un vasetto per darla (d)a bere agli assetati. Chiamiamoli scemi. (6.9/10)

Emerso un paio d’anni fa dalla selva dei blog d’oltreoceano (la stessa che ha partorito i Clap Your Hands Say Yeah, per capirci), The Loon era stato un piccolo caso indie, più che sufficiente per dare una bella spinta alla carriera dei suoi creatori. I Tapes ‘n Tapes non hanno certo perso quel treno, anzi hanno saputo afferrare al volo ogni occasione propizia per ritrovarsi, infine, chiusi nei leggendari Tarbox Studios di Dave Fridmann. Con la sua inequivocabile mistura di Pixies e Pavement, la proposta dei ragazzi di Minneapolis intratteneva ma non brillava per originalità; adesso non si emancipa ancora del tutto, ma guadagna in carattere, impatto e sostanza. Che non è affatto male, se ci si ritrova un anthem indie rock con tutti i crismi come Le Ruse, o la solennità luminescente à la Flaming Lips di Conquest; e se le stratificazioni e la cura dei dettagli rimandano direttamente al lavoro che l’illustre producer ha svolto proprio con Wayne Coyne e i suoi, qua e là emergono sentori di Modest Mouse, R.E.M., Radiohead, Black Keys, Sunset Rubdown, perfino Echo & The Bunnymen - insospettabili padrini di decine di band americane. Il punto però non è quanti – e quanto importanti – siano i referenti di questo Walk It Off; ciò che realmente conta è che, nell’insieme, si riveli una più che solida raccolta di canzoni, che mette in luce una band nettamente in crescita e sempre più consapevole (vedi le dinamiche dei brani, agili e sciolte; i tanti cambi di tono e di umore; le inaspettate risorse dispiegate). Più lo si ascolta, più si ha l’impressione che Walk It Off sia uno di quei dischi-bandiera che ogni tanto sbucano fuori per ricordarci che l’indie rock è vivo e vegeto, e - caspita - se la passa benissimo. (7.3/10)