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Tall Firs

di AA.VV.
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Copertina: ...
  • More To Come
  • Don’t Complain
  • Go Whiskey
  • Buddy/Baby
  • Us + Our Friends
  • The Breeze
  • Road To Ruin
  • Soldier On
  • The Well
  • The Woods
  • Don’t Prey On Me

Self Titled (Ecstatic Peace, novembre 2006)

di Stefano Pifferi

Basterebbe l’iniziale More To Come per inquadrare i Tall Firs come l’ennesimo gruppo sorto sulla scia della rinascita folk o weird-folk americana. Eppure il trio newyorkese al (tardivo) esordio per la Ecstatic Peace, è uno di quelli che sa giocare di fino.

Sembrano una versione no freak della Akron/Family, scivolano sullo stesso piano scosceso dei Codeine, si permettono di usare tutti gli elementi di base del genere ma rifiutandone in toto l’hype. Due chitarre suonate in punta di corda, drum kit minimo e melodie essenziali; questi gli ingredienti necessari ai tre per servire un ricco piatto che, in un eccesso di umiltà, descrivono come electric folk.

Tall Firs è un unicum atemporale, profondamente intimo e personale, in cui trovano spazio melodie vocali desolate e introverse, intrecci di chitarre sul guado tra disperazione e bellezza, batterie “spazzolate” e rintocchi lievi di organo quasi che il disco stesso fosse una questione privata.
Così Don’t Complain si nutre delle melodie dell’ultimo Oneida, ma le rivede in versione disidratata – non solo unplugged, sia chiaro, ma ridotte all’osso; Buddy/Baby è una magistrale nenia che accompagna dolcemente per l’intera durata con i suoi intrecci strumentali, mentre The Breeze è una outtake scarnificata e fantasmatica dai Sonic Youth ultima maniera (da A Thousand Leaves in poi).

Quando i tre perdono il controllo con The Woods (quasi che il richiamo della foresta fosse irrinunciabile) ecco il maelstrom sonoro che culmina con la spettacolare batteria multiforme di Sawyer nella parte centrale. Dopotutto non di pivellini si tratta, avendo Sawyer trascorsi in studio e live con gente del calibro di Mekons, At The Drive-In, Fiery Furnaces e TV On The Radio, mentre Mullan ha spesso collaborato con Chris Corsano.

Disco umorale ed eclettico, intrinsecamente folk e quasi confidenziale, Tall Firs è una di quelle gemme nascoste da raccomandare solo agli amici più cari. (7.2/10)

 

Copertina: ...
    Awesome Colors
  • Eyes Of Light
  • Already Down
  • Step Up
  • Come And Dance
  • Taste It
  • Outside Tonight
  • Do It Right
  • Burning
  • The Moon
  • Evil Rose
    Tall Firs
  • So Messed Up
  • Blue in the Dark
  • Hairdo
  • Good Intentions
  • Warriors
  • Lookout
  • Loveless
  • Hippies
  • Secrets and Lies

Awesome Color – Electric Aborgines (Ecstatic Peace, maggio 2008)
Tall Firs – Too Old To Die Young (Ecstatic Peace, maggio 2008)

di Stefano Pifferi

Corsi e ricorsi discografici ci fanno ripiombare sulla scrivania l’accoppiata Awesome Color e Tall Firs ad un annetto quasi di distanza dai rispettivi debutti.

I primi, power trio dal Michigan ma adottati di Brooklyn, ritornano col loro rock rétro a forti tinte bluesy e a volumi da noise-rock. Electric Aborgines è un po’ più focalizzato rispetto al prescindibile esordio: i troppo palesi riferimenti agli Stooges si stemperano (voce di Derek Stanton a parte) mentre la direzione musicale si fa più esplicitamente grunge-oriented, sfiorando a volte i lidi di un simil hard-rock cafone e fieramente americano. Diciamo più MC5 che Stooges, con una spruzzata di southern rock che male non fa e fuzz a go-go. Lievemente meglio rispetto alla volta scorsa ma c’è da lavorare se si cerca l’originalità. Se invece si considera energia e sudore, beh, sarebbero promossi. (6.0/10)

L’altro terzetto sempre newyorchese ribadisce le ottime impressioni destate dal precedente albo omonimo. Folk elettrico di fondo, bello compatto e coinvolgente, sul quale i tre alti abeti giocano di fino smarcandosi dai cliché di genere. In punta di corde o in esplosioni mai gratuite o autocompiacenti, con un andamento a volte narcolettico, ma mai sonnolento, baciati in fronte da una sensibilità pop molto pronunciata, i nove pezzi di Too Old To Die Young mostrano un gruppo adulto non solo anagraficamente, come da autoironico titolo. Capace cioè di metabolizzare un vasto range di influenze senza mai farne trasparire una più delle altre. Che sia Neil Young o Townes Van Zandt, dei Mudhoney a fari spenti o dei Sonic Youth della maturità (leggi classicamente rock) in salsa agrodolce (i 5 maestosi minuti di Warriors). Intenso, intimo e a suo modo sperimentale. (7.0/10)